Stephen Chamberlain, ex dirigente di Autonomy, muore il 20 agosto 2024 investito mentre corre nel Cambridgeshire. Due giorni prima, l’amico e collega Mike Lynch affonda con il Bayesian: otto morti in 48 ore. Ma l’inchiesta sul decesso di Chamberlain è piena di ombre — rapporto incompleto, testimoni mancanti, identità della conducente mai resa nota. Nessuna perizia sui suoi dispositivi, nonostante usasse Strava, l’app che traccia movimenti in tempo reale. Troppe coincidenze, troppe domande senza risposta…

Stephen Chamberlain.
La mattina del 17 agosto 2024, Stephen Chamberlain correva sulla A1123, tra Stretham e Wicken, nel Cambridgeshire. Alcune miglia già registrate su Strava, la sua app di corsa, il passo regolare di chi conosce il proprio ritmo. Per lui, ex dirigente di Autonomy e reduce da un processo che aveva coinvolto Mike Lynch e Hewlett-Packard, la corsa era diventata più di un allenamento: era il modo per liberare la mente dagli anni di pressione legale.
Poi, all’altezza di un piccolo ponte, una Vauxhall Corsa blu, dopo aver superato una barriera lo investì mentre si trovava a cavallo di una pista ciclabile. Tre giorni dopo, il 20 agosto, Chamberlain morì all’Addenbrooke’s Hospital per una grave lesione cranica da trauma. Potrebbe sembrare la fine della storia: un incidente stradale, una tragedia. Ma sette mesi dopo, davanti alla corte del coroner, emerge che l’inchiesta presenta lacune difficili da ignorare. Una storia tutt’altro che finita, tanti interrogativi soprattutto perchè la storia di Chamberlain è legata a quella dell’affondamento del Bayesian avvenuta il 19 agosto 2024. Sette morti in fondo al mare, recuperati a 49 metri di profondità. Otto morti se aggiungiamo quella di Chamberlain, socio di Mike Lynch, il “Bill Gates britannico”, il magnate dell’informatica.
Ma c’è un aspetto che fino ad oggi sembra essere passato in sordina e che invece attira la nostra attenzione da quando abbiamo iniziato ad interessarci a questa storia. Un dato sottovalutato, una vulnerabilità di un dispositivo, ma procediamo per gradi e iniziamo dalle prime indagini sul sinistro.
I dettagli che mancano
Il 21 marzo 2025, durante una pre-inquest review presso la corte del coroner di Cambridgeshire e Peterborough, gli avvocati della famiglia Chamberlain sollevano un problema preciso: il rapporto di collisione della polizia è incompleto. Mancano informazioni su cosa sia accaduto prima dell’impatto e su cosa sia stato detto immediatamente dopo. Non elementi marginali, ma pezzi fondamentali per ricostruire la dinamica.
Sally Hobson, legale della famiglia, è chiara: «È semplicemente perché la famiglia possa conoscere tutti i dettagli di ciò che è accaduto prima della collisione e nei momenti immediatamente successivi». Non si cerca un colpevole, si cerca la verità completa.
La conducente senza nome
L’auto era guidata da una donna di 49 anni residente a Haddenham. Stando alle notizie riportate dai primi giornalisti giunti sulla scena e dalle testimonianze della polizia la donna rimase sulla scena, collaborò con le autorità. Eppure il suo nome non è mai stato reso pubblico: non nei verbali dell’udienza, non nei comunicati stampa della polizia, non negli articoli di The Guardian, The Independent o ITV Anglia che hanno seguito il caso.
Secondo la coroner Caroline Jones, la donna avrebbe dichiarato di aver imboccato il ponte, di aver visto improvvisamente Chamberlain sulla carreggiata e di aver sterzato senza riuscire a evitarlo. Velocità entro i limiti: 60 mph. L’ufficiale forense ha aggiunto che il punto dell’impatto “non è un punto di attraversamento ideale” e che, nelle condizioni rilevate, “l’impatto non era evitabile”.
Ma gli avvocati della famiglia contestano proprio questo: nel fascicolo mancano le dichiarazioni rese sul posto, riferimenti a eventuali testimoni oculari, rilievi contestuali su segnaletica, visibilità, condizioni del ponte. Informazioni che non mettono necessariamente in discussione la versione della conducente, ma che sono necessarie per una ricostruzione completa.
La coroner Jones ha preso atto delle lacune e ha ordinato alla polizia di fornire informazioni supplementari. Ma ha escluso un’inchiesta pubblica separata, ritenendo sufficiente un’integrazione mirata: «Dobbiamo essere proporzionati nelle prove che raccogliamo». Un approccio conforme alla procedura britannica, ma che non ha placato le preoccupazioni della famiglia. In una nota, i parenti di Chamberlain hanno espresso “profonda preoccupazione per l’assenza di chiarezza” e hanno annunciato l’intenzione di chiedere che il caso venga inoltrato al Crown Prosecution Service per una revisione indipendente. Poi ci sono le dichiarazioni del medico legale della zona, Caroline Jones, la quale avrebbe dichiarato che avrebbe incaricato la polizia di fornire ulteriori informazioni, ma che non avrebbe ordinato alcun rapporto indipendente.
Il Contesto societario
Bisogna a questo punto fare un passo indietro e comprendere il contesto che abbiamo di fronte. Mike Lynch e Steve Chamberlain non sono uomini qualunque. Non erano solo imprenditori nel mondo della sicurezza informatica. Erano a capo di una società con forti connessioni con governi e servizi segreti. In particolare Chamberlain era vice-presidente finanziario (VP Finance) della società Autonomy Corporation. Proprio sulla detta società l’ente regolatore britannico Financial Reporting Council (FRC) annunciò un’indagine nel 2013 riguardo alla rendicontazione finanziaria della società nel periodo tra 1 gennaio 2009 e 30 giugno 2011.
Successivamente, nel 2018, la FRC avviò anche azioni disciplinari formali contro la società e alcuni suoi dirigenti (incluso Stephen Chamberlain come VP Finance) per “conduct … fallen significantly short of the standards reasonably to be expected”.
Sia Mike Lynch che Steve Chamberlain erano stati poi assolti. Erano uomini liberi dopo 12 anni di battaglia legale, erano stati assolti da tutte le 15 accuse di frode negli Stati Uniti riguardante la vendita di Autonomy a Hewlett Packard per 11,1 miliardi di dollari nel 2011. L’accusa di HP era quella di aver gonfiato i conti. Mentre per Lynch la festa per quell’assoluzione era la crociera sul Bayesian, per Chamberlain era una corsa, solo sport, una marcia verso la propria libertà giudiziaria.
Eppure la battaglia legale non si è conclusa nel 2024, nonostante la morte dei coinvolti. Nel luglio 2025 infatti, l’Alta Corte di Londra ha intimato Angela Bacares, moglie di Lynch, a pagare 700 milioni di sterline a HP in una causa civile parallela.
Le tracce in un’App
Ma torniamo sui passi di Chamberlain. Come vi abbiamo detto sin dall’inizio c’è un aspetto sul quale sembra non essersi soffermato nessuno. Non i media, non gli inquirenti. Non il coroner. Su una morte che pesa centinaia di milioni di dollari potrebbe essere sensato disporre tutti gli accertamenti tecnici del caso, compresi quelli informatici forensi, eppure così non è stato. Non una parola sull’app utilizzata dalla vittima. Proprio quell’app per correre che in realtà è una mappa sul suo percorso, sulla sua posizione.
Un aspetto che va rivisto alla luce delle nuove informazioni, un’app “innocente” come Strava – usata da milioni di utenti per tracciare corse e bici – può trasformarsi in un incubo per la sicurezza nazionale. Lo ha dimostrato il caso “Stravaleaks”, in cui i dati di localizzazione dell’app sono stati usati per prevedere movimenti di figure pubbliche di altissimo profilo come i capi di Stato e di Governo e, lasciatemi dire, di noti importanti imprenditori.
E questo perchè Strava raccoglie costantemente dati di posizione e li condivide, per impostazione predefinita, se l’utente non disattiva alcune opzioni. Se questi dati diventano identificabili, e non rimangono anonimi, diventano una “mappa in tempo reale” dei movimenti – perfetta per servizi segreti, attacchi fisici o cyber-spionaggio. Quando i dati coinvolgono capi di stato, membri di servizi di sicurezza o infrastrutture sensibili, l’apparente innocenza dell’app scompare.
Per farvi capire la portata di questa vicenda secondo un’inchiesta del quotidiano francese Le Monde, i membri dell’equipaggio dei sottomarini nucleari francesi avrebbero inavvertitamente divulgato informazioni sensibili sulle loro posizioni, nonché sui loro programmi di pattugliamento, proprio condividendo i loro allenamenti sull’app di fitness Strava. Un’inchiesta del Guardian ha rivelato che le guardie del corpo dei servizi segreti svedesi sono state accusate di aver messo a repentaglio la sicurezza del primo ministro svedese, condividendo i dettagli dei loro percorsi di corsa e ciclismo proprio sull’app di fitness Strava. A questo punto possiamo dire che l’applicazione rappresenta un rischio potenziale più che sottovalutato.
Una vulnerabilità che conduce direttamente al target, come nel caso di Stanislav Rzhitsky, ex comandante di sottomarino russo che, durante una delle sue corse di routine intorno al complesso sportivo Olimp di Krasnodar, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco. Poche ore dopo l’omicidio, il maggiore Kyrylo Budanov, capo dell’intelligence militare ucraina, ha messo un like all’ultima corsa di Rzhitsky caricata sul proprio profilo dell’app Strava.
Tante domande; poche risposte
Sette mesi dopo la morte di Stephen Chamberlain, tre questioni continuano a rimanere senza risposta: Perché il rapporto di collisione è privo di informazioni chiave sulle prime dichiarazioni e sulla dinamica immediata? Perché il nome della conducente, pur trattandosi di un atto pubblico, non è mai stato divulgato? Quali elementi integrativi verranno forniti alla prossima udienza, saranno sufficienti a chiudere l’inchiesta o sarà necessario il coinvolgimento del CPS?
E poi c’è una questione nemmeno concepita. Come mai non è stata disposta una perizia informatica forense sui dispositivi di Chamberlain per verificare eventuali vulnerabilità? Stephen Chamberlain non era solo l’ex dirigente al centro di una delle più grandi controversie finanziarie della tecnologia britannica. Era un uomo che quella mattina di agosto stava semplicemente correndo, ignaro o forse no che la sua app registrava fedelmente ogni suo passo. La verità, a volte, non sta solo in ciò che i documenti dicono, ma in ciò che non dicono o, come in questo caso, non si domandano.




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