Il 17 ottobre 1997 l’ispettore del Nocs Samuele Donatoni muore a Riofreddo durante un’operazione contro i sequestratori di Giuseppe Soffiantini. Le perizie successive smontano la prima ricostruzione: a ucciderlo non fu il Kalashnikov dei banditi, ma un colpo ravvicinato di Beretta calibro 9 — l’arma in dotazione ai colleghi. Prove alterate, armi rottamate, reati prescritti. Quasi trent’anni dopo, nessuno ha pagato…

Samuele Donatoni.
Il blitz finito male
La consegna del riscatto è fissata alle 21.30, nei pressi dello svincolo per Riofreddo, lungo la statale Tiburtina parallela all’Autostrada A24, al confine tra Lazio e Abruzzo. Le istruzioni sono le stesse del primo tentativo nel savonese, andato a vuoto. L’emissario della famiglia Soffiantini deve arrivare nel punto stabilito, aspettare il segnale luminoso dei sequestratori per poi lasciare le borse con i soldi. Come un mese prima, l’emissario in realtà è Claudio Clemente, il comandante del Nucleo operativo centrale di sicurezza – le “teste di cuoio” della polizia di Stato – che gestisce la delicata operazione di consegna simulata del riscatto. Intorno alle 21 Clemente è quasi arrivato. Con lui, a bordo di una Golf bianca, ci sono un agente alla guida e altri due nascosti dietro. Gli altri operatori, una decina circa, seguono a distanza di sicurezza. I capi della Criminalpol monitorano via radio nella sala operativa della questura di Avezzano. Tra loro c’è anche Nicola Calipari, il funzionario del Sismi – all’epoca dirigente della Criminalpol Lazio, Umbria e Abruzzo – che verrà ucciso a Baghdad nel 2005, durante la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena.
Alle 21.30, la squadra di Clemente, “Volpe 1”, vede dei fari lampeggiare. È il segnale luminoso. Si ferma alla piazzola di sosta. Il capo del Nocs dice ai suoi uomini di avanzare. Scende dalla Golf e appoggia le due borse sull’asfalto. All’interno, al posto dei soldi, ci sono delle cariche esplosive a bassa potenza. Clemente risale in macchina e ordina a “Volpe 6”, – l’ispettore del Nocs Samuele Donatoni che guida l’equipaggio e gli agenti Stefano Miscali e Claudio Sorrentino – che ha il compito di catturare i banditi con le mani nel sacco, di avvicinarsi il più possibile alla piazzola. “Volpe 1” si allontana di poche centinaia di metri. “Volpe 6” è in posizione, interviene. Poi, succede qualcosa. Le comunicazioni via radio vanno a tratti. I minuti scorrono. “Volpe 7”, la squadra di copertura, sente dei colpi. “Volpe 6” non risponde. Le borse sono ancora al loro posto. Dei banditi non c’è traccia. L’agente Sorrentino conferma: “Ci hanno sparato addosso, hanno beccato Samuele perché… non riusciamo più a trovarlo”.
L’ispettore Donatoni non si trova. Clemente torna indietro, parte anche un elicottero e altri uomini del Nocs raggiungono il luogo del blitz finito male. Passano quindici minuti. Interminabili. Per Samuele è troppo tardi. I rapitori sono scappati.
Cos’è successo? Secondo Sorrentino quando era vicino al guardrail, a 75 metri dalle borse, tre persone si sarebbero avvicinate e avrebbero cominciato a sparare, mentre il resto della banda sarebbe rimasto appostato sul tetto di una cappella del cimitero di Riofreddo. Quando si accorse di essere braccato da “due ombre”, l’agente avrebbe risposto al fuoco con il suo mitragliatore Galil. “A quel punto qualcuno ha colpito Samuele”. Ma chi? Stando alla prima relazione del capo della squadra mobile di Roma, Nicolò D’Angelo, a sparare sarebbe stato uno dei banditi con un fucile d’assalto Ak-47 Kalashnikov, che avrebbe gettato a terra prima di fuggire da Riofreddo.
Se indossavano i visori notturni, perché non si sono accorti di avere i banditi ormai addosso? Due stranezze inspiegabili a cui ne seguiranno altre. Molte altre.
Se Miscali e Sorrentino avanzavano insieme a Donatoni verso la piazzola, e quindi avevano contezza delle reciproche posizioni, perché, però, ci hanno messo 15 minuti per trovare il corpo del trentaduenne? E se indossavano i visori notturni – ci ha fatto notare l’avvocato della famiglia Donatoni, Armando Macrillò – perché non si sono accorti di avere i banditi ormai addosso? Due stranezze inspiegabili a cui ne seguiranno altre. Molte altre.
La doppia sentenza
Tre giorni dopo la sparatoria di Riofreddo, il 20 ottobre, poco distante, nella galleria di Pietrasecca, una frazione del comune aquilano di Carsoli, c’è un altro conflitto a fuoco tra i rapinatori di Soffiantini e le forze dell’ordine. Questa volta a essere colpito è uno dei banditi: Mario Moro. Gli altri tre vengono catturati.
Nel corso del primo processo, iniziato nel dicembre 1998, la ricostruzione dei periti incaricati dal pm Franco Ionta pare non lasciare dubbi. La vernice verde presente sul giubbotto tattico dell’ispettore Donatoni, le altre sostanze rilevate sul foro di ingresso, la traiettoria balistica: tutto porterebbe in un’unica direzione. A uccidere Samuele sarebbe stato un solo proiettile entrato nella parte sinistra del corpo e uscito in prossimità della clavicola destra. Un proiettile tracciante, esploso proprio dal Kalashnikov Ak-47 che i banditi in fuga avevano abbandonato a Riofreddo. Anche l’ogiva saltata fuori solo diversi giorni dopo tra i cespugli, nonostante la perquisizione a tappeto fatta nell’immediato, sembrerebbe corrispondere. Il colpevole materiale, colui che imbracciava il Kalashnikov – Mario Moro -, è però morto in seguito alle ferite riportate nello scontro a Pietrasecca, proprio prima di parlare con gli inquirenti. Attilio Cubeddu (ad oggi ancora latitante, ndr) viene condannato all’ergastolo, mentre Osvaldo Broccoli e Giorgio Sergio a 25 anni di reclusione.
Nel frattempo, il latitante Giovanni Farina, ritenuto la mente del sequestro Soffiantini, viene arrestato in Australia. Estradato, finisce sotto processo anche per concorso nell’omicidio dell’ispettore Donatoni (era già stato condannato a 28 anni per il sequestro). Qui iniziano i colpi di scena.
La IV sezione della Corte d’Assise di Roma, presieduta dal giudice Mario Alderighi, nel dicembre 2005, assolve Farina per non aver commesso il fatto. Sentenza divenuta definitiva nel 2008, in palese contrasto col precedente giudicato che aveva condannato Cubeddu, Sergio e Broccoli per il medesimo reato (Cubeddu e Broccoli otterranno la revisione presso la Corte d’Appello di Perugia, ndr).
Decisiva la relazione redatta dal collegio peritale formato da un medico legale, un perito balistico e un esperto in materia di tramiti intra corporei. I periti ribaltano la ricostruzione sostenuta dal pm Ionta.
Fuoco amico
A uccidere Samuele non è stato il Kalashnikov AK-47 di Mario Moro da una distanza di almeno 10 metri, ma un colpo sparato quasi a bruciapelo, a massimo 40-60 cm di distanza, da una pistola Beretta calibro 9 parabellum. La stessa in dotazione agli operatori del Nocs. Perfettamente compatibile con il tipo di bruciature rinvenute sul giubbotto tattico dell’ispettore Donatoni. “Fuoco amico”, quindi.
A uccidere Samuele non è stato il Kalashnikov AK-47 di Mario Moro, ma un colpo sparato quasi a bruciapelo, a massimo 40-60 cm di distanza, da una pistola Beretta calibro 9 parabellum — la stessa in dotazione agli operatori del Nocs.
“Il dato più inquietante – si legge nella motivazione della sentenza della Corte d’Assise – è costituito dal comportamento dell’autore dello sparo che, evidentemente, si allontanò immediatamente dal posto, omettendo di soccorrere il compagno da lui colpito e costringendo, forse con la complicità di chi altro gli stesse vicino, gli altri Nocs ad una ricerca del corpo di Donatoni che durò, come si è visto, circa 15 lunghissimi minuti”.
I compagni che quella notte erano con Samuele a Riofreddo, invece di soccorrerlo, secondo i giudici si sarebbero mossi con una “precisa volontà di nascondere la verità”, inquinando la scena del crimine e arrivando, presumibilmente, a spostare il corpo nel punto dove sarebbe avvenuto lo scontro a fuoco tra Moro e Sorrentino. Posizione che rendeva plausibile il depistaggio messo in scena dopo.
Mentre la sparatoria, fatale per l’operatore del Nocs capo scorta del procuratore di Palermo Giancarlo Caselli, si sarebbe consumata nella zona del “ponticello”. Proprio dove furono rinvenute le macchie di sangue, come riferito già nel marzo 2000 da Nicola Calipari durante il processo contro Cubeddu, Sergio e Broccoli.
Ma chi ha sparato? Sorrentino aveva un mitragliatore Galil. Che porterebbe ad escluderlo. A colpire per sbaglio l’ispettore di Canaro, potrebbe essere stato Miscali? L’agente del Nocs ha sempre negato ogni addebito. Anche se, stando all’ultima ricostruzione in sede giudiziaria, sarebbe stato lui a trovarsi più vicino a Samuele. E a impugnare una Beretta calibro 9. O, forse, a Riofreddo quella notte c’era anche qualcun altro?
La macchina del depistaggio
Passano cinque anni e mezzo. Nonostante due sentenze contrastanti e i tanti dubbi ancora da dirimere, le armi utilizzate dai poliziotti nel conflitto a fuoco vengono rottamate, precludendo gli accertamenti balistici necessari per individuare il colpevole. In più, tutti i reati ipotizzati – dall’omicidio colposo alla falsa testimonianza – nei confronti dei due colleghi che con Donatoni formavano la squadra “Volpe 6”, si sono prescritti.
Nel gennaio 2016 i pm Erminio Amelio ed Elisabetta Ceniccola chiedono e ottengono, dal gup Simonetta D’Alessandro, il rinvio a giudizio di Miscali e Sorrentino, per calunnia pluriaggravata e falsa testimonianza aggravata, per aver incolpato Mario Moro sapendolo innocente. Nell’aprile del 2022, con l’ennesima prescrizione, si infrange anche l’ultima speranza di verità e giustizia per l’ispettore del Nocs morto in servizio.
Come nessuno ha pagato per la morte, così nessuno pagherà per il depistaggio e la messinscena che ci sono stati dopo. Chi li ha decisi? Chi ha alterato le prove? Chi ha coperto? Fino a che livello la catena di comando era coinvolta? C’è stato davvero un avallo dai piani alti a insabbiare la verità? E ancora: chi è stato a piazzare il proiettile nei cespugli? Chi a mettere la vernice verde sul giubbotto tattico indossato da Samuele? Soprattutto: il medico legale come ha potuto confondere i fori di entrata e di uscita di un proiettile di una calibro 9 con quelli di un potente fucile d’assalto? Un mistero che si infittisce se si considera un dettaglio.
A eseguire l’autopsia sul cadavere di Donatoni era stata la dottoressa Simona Del Vecchio (condannata nel 2018 per falso, truffa e peculato, per aver redatto certificati su salme mai esaminate, ndr). Le cui perizie furono decisive in vicende riguardanti altri uomini dello Stato, morti in circostanze altrettanto controverse: il tenente colonnello Mario Ferraro e il capitano di fregata Natale De Grazia.
A eseguire l’autopsia sul cadavere di Donatoni era stata la dottoressa Simona Del Vecchio, condannata nel 2018 per falso, truffa e peculato, per aver redatto certificati su salme mai esaminate.
Ma c’è un’altra morte sospetta a rendere il quadro ancora più sinistro.
Un testimone scomodo
Milano, 13 gennaio 1998. Alle 21.15 nel centro clinico del carcere di Opera un detenuto si sente male. È Mario Moro, 44 anni, il capo della banda dei sequestratori di Soffiantini ferito nella sparatoria di Pietrasecca, tre mesi prima. All’improvviso non respira più. I medici del carcere tentano la ventilazione artificiale, poi il massaggio cardiaco. Tutto inutile. Chiamano un’ambulanza per trasferirlo all’ospedale San Paolo. Moro non ci arriverà mai. Embolia, secondo il referto autoptico.
Eppure, dopo che un proiettile lo aveva raggiunto alla spina dorsale paralizzandolo e altri due gli avevano trapassato la vescica, il bandito originario di Ovodda si era ripreso. Tant’è che pochi giorni dopo, il 26 gennaio, lo avrebbero interrogato i pubblici ministeri titolari delle indagini sul sequestro Soffiantini.
Secondo i familiari di Moro, assistiti dall’avvocato Alessandro Petrillo, i punti che non tornano nella vicenda sarebbero parecchi. Perché non erano stati aggiornati sulle sue condizioni, vedendosi invece negata ogni richiesta di visita? E se la sua situazione era così a rischio, perché non venne trasferito prima all’ospedale? I dubbi sulla tempestività dei soccorsi portarono il sostituto procuratore di Milano Francesco Greco ad aprire un’inchiesta, disponendo il sequestro della cartella clinica. Forse c’era il sospetto che qualcuno avesse tramato per non farlo arrivare vivo in ospedale?
In fondo, a breve, Moro avrebbe parlato con gli inquirenti. E di cose ne sapeva. Sul caso Soffiantini, sul blitz di Riofreddo e su chi sparò davvero all’ispettore Donatoni, per esempio. Ma non solo. Il bandito e i suoi fratelli, basati tra Cesena e Rimini, in passato erano stati coinvolti anche in una serie di rapine a mano armata e in altri rapimenti messi a segno tra la Toscana e l’Emilia. Come un sequestro molto particolare, quello della parmigiana Mirella Silocchi, morta durante la detenzione in una buca scavata sotto terra. Più volte inquisiti per reati legati al traffico d’armi e di stupefacenti, furono sospettati di essere al centro di una rete che connetteva l’Anonima sequestri a trame ancora più nere. Dopo l’arresto dei fratelli Savi e degli altri membri della banda della “Uno bianca”, la Direzione distrettuale antimafia di Bologna aveva indagato sui possibili collegamenti tra i due gruppi, i Moro e i Savi, ma non furono trovati riscontri sufficienti. Sarebbero esistiti, dunque, due circuiti criminali che, seppure dediti ai medesimi traffici nei medesimi luoghi, operavano senza alcuna interazione? Molto strano.
Resterebbe da spiegare, poi, un documento datato 30 marzo 1992, una cessione di fabbricato – di cui siamo in possesso – tra un sardo, originario di Cagliari, e Fabio Savi. Non una prova, ma un indizio di contatti tra i due “mondi”. Che traccia una pista per riportare a galla segreti che stanno ancora lì, inghiottiti nell’inconscio della Repubblica: un rimosso, di cui la morte di Samuele Donatoni non è che un frammento.




Ricordo che già nell’immediatezza dei fatti, in determinati ambienti, ben prima dell’istruttoria del processo si parlava di fuoco amico, senza alcun dubbio di sorta.