Storie dell’orrore diverse, ma con punti di contatto: omicidi seriali al cui centro c’è l’ossessione del controllo. Si può arrivare, a distanza di tanto tempo, a un’identikit del Mostro di Firenze confrontandolo con altri serial killer? Difficile, forse impossibile, ma il paragone aiuta a capire la genesi di un incubo…

“Il Mostro” di Stefano Sollima.
È recente la notizia dell’inizio delle riprese del secondo capitolo de Il Mostro, la miniserie Netflix diretta da Stefano Sollima che, dopo il successo dei primi quattro episodi, incentrati sulla cosiddetta “pista sarda” e sul clan Vinci, ne dedicherà altri tre alla vicenda giudiziaria di Pietro Pacciani. I delitti del più famigerato serial killer italiano sono evidentemente destinati a un retaggio imperituro, né ci si potrebbe aspettare diversamente, visto che a più di quarant’anni dall’ultimo degli otto duplici omicidi che hanno sconvolto l’opinione pubblica italiana nella prima metà degli anni ’80, molti faticano ad accettare – e risulta assai difficile biasimarli – quella che a tutti gli effetti è una verità giudiziaria solo parziale.
C’è un “mostro”: Pietro Pacciani, deceduto nelle more di un appello bis, dopo che la Cassazione aveva annullato una precedente assoluzione. Ci sono i suoi presunti complici: Mario Vanni e Giancarlo Lotti, gli sgangherati “compagni di merende” ormai divenuti tragicomicamente celebri a causa degli innumerevoli meme che li vedono protagonisti sui social network, condannati in via definitiva per alcuni dei delitti, commessi in correità con Pacciani, che però a ben vedere è colpevole solo incidenter tantum.
Insomma, al popolo italiano, in nome del quale le suddette sentenze sono state pronunciate, viene chiesto di credere, contro ogni logica, che una serie di omicidi succedutisi dal 1968 al 1985, caratterizzati da un’identica, maniacale ritualità e uniti indissolubilmente dall’impronta meccanica lasciata sui bossoli dalla pistola semiautomatica impugnata dall’assassino, una Beretta della serie 70, siano stati commessi in parte da Stefano Mele, il “povero diavolo” originariamente condannato per il delitto del ’68, in parte da Pacciani e Vanni, con la complicità di Lotti, e in parte da un altro soggetto allo stato ignoto.
Una fragile impalcatura che più avanti si è tentato maldestramente di rinsaldare con la tesi del cosiddetto “secondo livello”: mandanti occulti, esponenti dell’alta società che avrebbero commissionato gli omicidi a un contadino che non aveva completato gli studi elementari per ottenere parti anatomiche da impiegare in non meglio specificati rituali esoterici. Più che una ricostruzione investigativa, la trama di un film horror di infima caratura, che non per nulla si è risolta con una assoluzione e una sentenza di non luogo a procedere.
Recentemente poi il binomio mandante-esecutore è stato riproposto nell’ambito di un filone investigativo avente come protagonista un ex appartenente alla Legione Straniera, Giampiero Vigilanti, ma anche questa inchiesta si è rivelata un buco nell’acqua. Ma al di là della contraddittorietà o meno degli esiti giudiziari e del superamento o meno del ragionevole dubbio, come mai la ricostruzione accolta in sede processuale ci convince così poco? Probabilmente anche a causa di una certa letteratura cinematografica, la quale ci ha subliminalmente insegnato che i serial killer sono sempre uomini intelligentissimi e raffinatissimi, che giocano a scacchi con gli investigatori che li inseguono e considerano i loro delitti opere d’arte da “firmare”. Ogni volta che pensiamo a un serial killer, nella nostra mente balenano le immagini di Hannibal Lecter (la cui fonte di ispirazione non fu nemmeno un serial killer ma un banale omicida) che con fare manipolatorio tenta di irretire Clarice Starling ne Il Silenzio degli Innocenti, Ted Bundy che si difende da solo in tribunale, il “Killer dello Zodiaco” che spedisce alla stampa lettere con indecifrabili messaggi in codice. Tutto ciò mal si concilia con la pittoresca figura di Pietro Pacciani, il contadino di Mercatale che si era ustionato mentre giocava a fare il mangiafuoco in una sagra di paese. E allora ci dimentichiamo che Hannibal Lecter è un personaggio di fantasia, che Ted Bundy fu un incompetente la cui spocchia non riuscì a salvarlo da una condanna a morte, e che in fin dei conti i messaggi di “Zodiac” non erano poi così geniali.
Dunque Pacciani avrebbe davvero potuto essere il “Mostro” e chi la pensa diversamente ha visto troppi film thriller? Non proprio. Il problema non è tanto che la figura di Pacciani non combaci con lo stereotipo del serial killer – ciò di per sé non significherebbe nulla –, il problema è che non combacia nemmeno con il profilo tracciato da chi i serial killer li studia sistematicamente dagli anni ’70, vale a dire gli esperti dell’Unità di Scienze Comportamentali dell’FBI. Il ritratto dei criminal profiler parla chiaro: il “Mostro di Firenze” era un lust murderer che agiva da solo, ha commesso tutti gli omicidi dal 1968 al 1985, aveva circa vent’anni all’epoca del primo delitto, è un uomo di media intelligenza che ha completato gli studi secondari, aveva un impiego semiqualificato e un rendimento lavorativo incostante, viveva da solo o con un parente di sesso femminile, non si è mai sposato, ha avuto scarsi (se ne ha avuti) contatti sessuali con donne della sua stessa età, probabilmente ha una disfunzione sessuale e ammesso che abbia dei precedenti dovrebbe trattarsi di violazioni di poco conto.
Tuttavia, difficilmente uno scarno elenco di caratteristiche riesce a restituirci vividamente l’immagine di un uomo ormai entrato nell’immaginario collettivo della nazione, una leggenda nera, un eroe negativo la cui ombra continua a perseguitarci ancora oggi. Allora come dobbiamo immaginarcelo, il “Mostro di Firenze”? Una risposta potrebbe provenire dallo studio comparativo di casi simili a quello nostrano. Ce ne sono due in particolare, non identici ma per molti aspetti sovrapponibili, che vale la pena di ripercorrere.
Il triangolo della morte
Tra la seconda metà degli anni ’80 e la prima metà degli anni ‘90, lo stato centroamericano della Costa Rica fu stretto da una morsa di terrore. In un’area compresa tra i distretti di Desamparados, Curridabat e La Unión, sempre a sud dell’autostrada Florencio del Castillo, si era verificata una serie di brutali e sconvolgenti delitti a sfondo sessuale, attribuiti a un ignoto predatore soprannominato “El Psicópata” (“Lo Psicopatico”). In cinque casi su otto, il killer aveva deliberatamente preso di mira coppie appartate in zone rurali.
La sera del 14 dicembre 1986, ad esempio, Francis Salazar Suárez, di diciannove anni, aveva chiesto alla propria padrona di casa, per la quale lavorava come domestica a Curridabat, il permesso di andare al cinema con il suo fidanzato, il ventitreenne Roberto Castro Mora, e di entrambi si erano perse le tracce. Circa due mesi più tardi, la sera dell’11 febbraio 1987, la stessa cosa accadde anche alla ventunenne Damaris Rodríguez Martínez, un’altra domestica di Curridabat e vicina di casa di Francis, che la conosceva personalmente, e al suo fidanzato di ventitré anni Guillermo Nájera Monge. Due giorni dopo la scomparsa di Damaris e Guillermo, i cadaveri di quest’ultimo e di Roberto Castro Mora vennero scoperti da un gruppo di scout all’interno del parco comunale La Amistad, noto a Curridabat per essere un ritrovo di coppie in cerca di intimità. I due giovani erano stati seppelliti in una cavità naturale. Tra la fine di febbraio e i primi di marzo vennero alla luce anche i resti delle due ragazze, trovati in una piantagione di caffè e in una fattoria. In entrambi i casi, l’aggressore aveva immediatamente ucciso a colpi di mitraglietta M3 le sue vittime e aveva poi trascinato la donna in un luogo più appartato nella vegetazione, verosimilmente per praticare mutilazioni sessuali. Sul cadavere di Damaris, completamente nudo, vennero infatti riscontrate lesioni agli organi genitali, mentre non fu possibile stabilire se simili ferite fossero state inferte anche a Francis, dato l’avanzato stato di decomposizione.
La sera del 20 agosto 1988, i promessi sposi Aracelly Astúa Calderón, di soli quindici anni, e Víctor Julio Hernández Sánchez, di diciotto, stavano camminando lungo una strada delimitata da una piantagione di caffè a La Unión dopo essere stati a una festa, quando vennero sorpresi da un aggressore armato che li costrinse a seguirlo nella vegetazione. “El Psicópata” sparò per primo all’uomo e colpì Aracelly alla schiena mentre questa tentava di fuggire nella piantagione. Trascinò poi Víctor lontano dalla strada e lo finì con un proiettile alla mandibola. Ma la sua terribile opera non era ancora compiuta. L’assassino si accanì sulla povera Aracelly con un coltello, raggiungendola con numerosi e profondi fendenti ai seni, ai glutei e alla vagina, facendo scempio del cadavere, tanto che in un cespuglio di caffè vennero rinvenute viscere che erano state estratte attraverso l’organo genitale, distrutte e sparpagliate. Quella stessa notte, il killer aveva sorpreso un’altra coppia di giovani, identificandosi come un poliziotto e brandendo il suo mitra, ma l’arrivo inaspettato di un’automobile lo mise in fuga, consentendo ai ragazzi di scappare e di realizzare un identikit. Secondo la ragazza, che riuscì a vedere le sue fattezze, si trattava di un uomo di media altezza, robusto, con capelli neri lunghi e lisci, vestito con un completo color verde oliva, in stile militare, stivali da lavoro, una giacca scura, guanti neri e un berretto con visiera.
Il 20 aprile 1989 toccò ai trentenni Marta Navarro Carpio, una donna sposata, e Edwin Mata Madrigal, un ex poliziotto divorziato, sorpresi mentre si trovavano all’interno del pick-up di Edwin, lungo una strada sterrata circondata da una piantagione di caffè, situata al confine tra Curridabat e La Unión. Come in un macabro copione, dopo aver ucciso l’uomo con un colpo alla testa l’assassino aveva portato Marta nella vegetazione, aveva sparato anche a lei e poi occultato il cadavere in un fiume con delle pietre. L’autopsia aveva rilevato lesioni agli organi genitali. Marta era stata abbandonata nello stesso luogo in cui furono trovati i resti di Damaris Rodríguez Martínez, e per un’incredibile coincidenza era stata la stessa persona, un operaio edile, a imbattersi nei cadaveri delle due donne.
La notte del 25 ottobre 1996, “El Psicópata” colpì per l’ultima volta. Ileana Álvarez Blandón, di ventitré anni, e Mauricio Cordero López, di ventiquattro, erano appartati in auto nei pressi di una cava nel distretto di Desamparados, quando vennero costretti a smontare dall’autovettura e a camminare per più di un chilometro. Forse anche questa volta il killer si finse un poliziotto, o forse si limitò a minacciarli con la mitraglietta che portava con sé. A un certo punto nacque una colluttazione, e Mauricio venne ucciso per primo con due proiettili al volto. Dopodiché, forse dopo averla tenuta prigioniera per un po’ di tempo, uccise anche Ileana a colpi di mitra e si accanì su di lei con il coltello, raggiungendola anche in questo caso ai seni, ai glutei e ai genitali. I due cadaveri vennero sepolti insieme in una tomba improvvisata e ben mimetizzata. Ileana venne ritrovata nuda e in posizione fetale, con lesioni identiche a quelle che aveva riportato Damaris Rodríguez Martínez nel 1987.
Il profilo del killer
Proprio come nel caso del “Mostro di Firenze”, i delitti di “El Psicópata” sono stati collegati attraverso le impronte meccaniche lasciate dalla sua mitraglietta sui proiettili. Oltre agli omicidi delle coppiette, al serial killer vengono attribuite le morti di altre due donne, una delle quali, la ventiquattrenne Ligia Camacho Bermúdez, era stata uccisa da un colpo di mitra alla testa sparato dalla finestra della sua camera da letto, mentre leggeva un libro prima di addormentarsi, dopo che il suo assassino l’aveva verosimilmente spiata per un po’ di tempo. Non solo, le prove balistiche collegano “El Psicópata” anche all’omicidio di massa di sette escursioniste in pellegrinaggio, sei delle quali bambine o ragazzine. Per quest’ultimo delitto furono originariamente processate, in un lungo e contraddittorio iter giudiziario che ricorda molto da vicino quello di Pacciani e dei “compagni di merende”, altre persone poi rivelatesi estranee ai fatti. Tutti i casi, all’epoca documentati dal periodico La Nación – il quale, ironia della sorte, porta lo stesso nome del principale quotidiano di Firenze – rimasero ufficialmente irrisolti.
Tra il 1989 e il 1997, gli investigatori dello Organismo de Investigación Judicial, la polizia giudiziaria costaricense, chiesero assistenza all’FBI per mettere a punto un profilo comportamentale del killer, che lo descriveva come un uomo bianco di non meno di trent’anni, forte e dalla corporatura robusta, furtivo, cauto, spietato e organizzato, con un elevato livello di intelligenza ma senza titoli di studio avanzati, forse non aveva completato le scuole superiori. Apparteneva al ceto medio e aveva una vita apparentemente normale, una storia lavorativa instabile e saltuaria e una professione non particolarmente qualificata, che gli garantiva di soddisfare i propri bisogni primari, di avere orari flessibili e che non richiedeva attività intellettuale. Ricavava una gratificazione dalla mutilazione degli organi genitali femminili, era motivato da sentimenti di odio e ostilità nei confronti delle donne e, ammesso che avesse una compagna/sposa, doveva trattarsi di una relazione fondata sull’apparenza o nella quale egli esercitava un dominio assoluto sulla propria partner, forse conclusasi con una separazione o un divorzio. Probabilmente aveva precedenti psichiatrici, era un individuo instabile, collerico e sofferente di stati ansiosi e depressivi che cercava di alleviare attraverso gli omicidi e attraverso un consumo moderato di alcol e stupefacenti. Doveva aver sempre vissuto ed essersi trasferito di continuo all’interno del “triangolo” nel quale erano stati commessi gli omicidi, ed era un appassionato di caccia e alpinismo che amava passeggiare tra i boschi. Aveva inoltre abitudini perlopiù notturne. L’abilità dimostrata nel maneggiare la mitraglietta impiegata negli omicidi, la precisione dimostrata nel colpire le vittime al tronco encefalico, in modo da neutralizzarle immediatamente, il tipo di munizioni utilizzate, la scarsità di tracce che lasciava dietro di sé – addirittura si scoprì che il killer ricopriva le suole delle proprie scarpe con il nastro adesivo per non lasciare impronte – , oltre al fatto che in almeno due casi l’assassino si fosse presentato alle vittime come un poliziotto, portò gli inquirenti a concludere che egli dovesse essere in qualche modo collegato alle forze dell’ordine. Ciò avrebbe potuto spiegare come mai l’ultima coppia di vittime accettò di allontanarsi dall’auto insieme a lui senza opporre subito resistenza: solo un vero agente di polizia avrebbe potuto impersonarne uno in modo convincente. Si ipotizzò così che il killer “pensasse come un poliziotto” e avesse avuto esperienza militare. La sua infanzia doveva essere stata caratterizzata da una famiglia disfunzionale e da una madre dominante, che lo aveva trascurato o sottoposto ad abusi fisici e/o psicologici. Potrebbe aver vissuto la guerra da bambino e averla combattuta in età adulta, e aver subito un trauma. Fin da piccolo doveva aver nutrito fantasie sessuali ossessive che aveva infine tradotto nella realtà.
Un caso risolto?
Due investigatori esperti dell’OIJ, Rogelio Ramírez e Carlos Enrique Chacón, ritennero di essere riusciti a individuare il colpevole. Il sospettato presentava innumerevoli punti di contatto con il profilo elaborato con l’aiuto dell’FBI. Si trattava di Juan José Urbina Urbina, un cittadino nicaraguense che all’epoca dei primi omicidi aveva trentotto anni. Concepito in seguito a una violenza sessuale, era stato cresciuto dalla nonna, mentre la madre, una donna molto autoritaria e dominante, non avrebbe nemmeno voluto partorirlo. A sette anni era scappato di casa e aveva cominciato a vivere per la strada. A tredici, era stato addestrato dal regime di Anastasio Somoza ed era diventato un abile tiratore. Da giovane aveva intrattenuto una relazione travagliata, fatta di violenza e aborti, con una donna che alla fine aveva tentato di ucciderlo con il veleno ed era scappata con un altro uomo. Quando arrivò in Costa Rica alla fine degli anni ’70, si sposò con un’altra persona, andò a vivere nel distretto di La Unión, fece quattro figli e trovò lavoro come addetto a una pompa di benzina. All’inizio degli anni ’80 riuscì a entrare nella Polizia Metropolitana grazie alle raccomandazioni di importanti personaggi politici, uno dei quali vicino all’allora presidente, per il quale aveva lavorato come guardia del corpo. Chi lo conosceva lo ricordava come un uomo strano, solitario, taciturno, calcolatore, affetto da un complesso di inferiorità, scontroso, volubile e violento che si vantava di avere ucciso nel suo paese di origine. Inoltre, era un misogino: pur avendo avuto diverse relazioni odiava e svalutava le donne a causa dei maltrattamenti subiti dalla madre e a causa delle sue delusioni sentimentali. Era invece eccessivamente protettivo nei confronti della moglie e delle sue figlie, tanto che non consentiva agli amici o ai fidanzati di far loro visita a casa. Non risultavano episodi di violenza domestica. Consumava droghe, beveva molto, frequentava i locali notturni e spesso faceva i turni di notte. Pattugliava proprio le aree coinvolte dagli omicidi e aveva l’abitudine di addentrarsi da solo all’interno di piantagioni o terreni, era un amante delle camminate tra i boschi, della caccia e delle armi. Quando si imbatteva in una coppia appartata in auto, li faceva scendere e chiedeva loro i documenti solo per infastidirli. In quel periodo, la sua arma di ordinanza era una mitraglietta M3, proprio come quella utilizzata da “El Psicópata”.
Nei primi mesi dell’85, Urbina denunciò lo smarrimento della propria mitraglietta e si dimise dalla polizia per entrare a far parte dei contras somozisti e filoamericani della Fuerza Democrática Nicaragüense, che all’epoca combatteva i rivoluzionari sandinisti in Nicaragua. In particolare, entrò a far parte di una cellula che aveva l’obiettivo di infiltrarsi e destabilizzare dall’interno l’Alianza Revolucionaria Democrática, una fazione di controrivoluzionari rivale della FDR. La cellula di Urbina era nota per uccidere per il puro gusto di farlo, e utilizzava mitra e munizioni identici a quelli di “El Psicópata”. Nel 1986, in concomitanza con l’inizio degli omicidi seriali, la cellula si disgregò. In questo periodo, oltre a trasferirsi a Curridabat, Urbina lavorò nuovamente come benzinaio, poi come saldatore, come guardia del corpo e infine come tassista. Purtroppo, quando Ramírez e Chacón completarono le loro indagini su Urbina, all’inizio degli anni Duemila, costui non poté essere perseguito in quanto deceduto. All’inizio del 1998, per uno scherzo del destino, incontrò casualmente in un bar di San José un altro serial killer che all’epoca imperversava in Costa Rica e prendeva di mira i cittadini nicaraguensi, soprannominato per questo motivo “El Matanicas”.
Urbina venne drogato, derubato e i suoi resti furono ritrovati in un burrone insieme a quelli di altre vittime. Per la sua morte, e per le altre attribuite allo stesso killer, fu processato un tassista di nome Javier Madrigal Sáenz. Tuttavia, dato che per tutti i cadaveri non si riuscì a stabilire l’esatta causa del decesso, Sáenz venne assolto dall’accusa di omicidio e condannato solo per aver derubato Urbina e un’altra persona.
Ciò nonostante, Ramírez e Chacón furono in grado di ottenere diversi elementi fortemente incriminanti nei suoi confronti: Urbina conservava in un armadio di casa sua una ventina di proiettili Winchester calibro .45 ACP con rivestimento in rame, identici a quelli che “El Psicópata” utilizzava per caricare la sua mitraglietta e che erano stati repertati sulle scene del crimine, difficili da trovare sul mercato. Urbina aveva il gruppo sanguigno zero positivo, come quello evidenziato dall’analisi dei fluidi corporei prelevati sulle scene del crimine. Dalla sua abitazione vennero inoltre sequestrati una giacca e un berretto compatibili con quelli descritti dalla testimone del 1988, un coltello da caccia con il dorso seghettato compatibile con le lesioni riscontrate sulle vittime, e ritagli di giornale relativi agli omicidi di “El Psicópata”. L’identikit realizzato nel 1988 presentava una forte somiglianza con le fattezze di Urbina, che era un uomo robusto, e la stessa testimone che contribuì a realizzarlo lo riconobbe con certezza in un confronto fotografico. Urbina ha sempre vissuto in località ricomprese nel cosiddetto “triangolo della morte”, ma ogni volta che “El Psicópata” commetteva uno dei suoi delitti, l’ex guerrigliero tornava in Nicaragua dopo poche ore, come se volesse allontanarsi dalla zona in attesa che le acque si calmassero. Ai suoi familiari diceva che non avrebbero dovuto preoccuparsi ad attraversare i campi e le piantagioni di notte: a loro non sarebbe mai accaduto nulla. Tra il 1990 e il 1995, il periodo in cui “El Psicópata” cessò di mietere vittime per poi riprendere solo nel 1996, Urbina soffrì di disturbi urologici e problemi alla prostata che lo costrinsero a sottoporsi a numerose visite mediche e verosimilmente gli avrebbero impedito di agire. E ancora, Urbina aveva familiarità con diverse scene del crimine: quando cominciò a lavorare come tassista, custodiva uno dei suoi taxi e frequentava un locale vicino al luogo in cui fu assassinata l’ultima coppia di giovani. La stazione di servizio dove Urbina lavorava nel 1987 e un bar da lui frequentato erano poco distanti dall’abitazione di Ligia Camacho Bermúdez, la ragazza uccisa nel suo letto da un colpo di mitra alla testa. Da ultimo, possedeva scarpe da tennis compatibili con un’impronta lasciata da “El Psicópata” fuori dall’abitazione di Ligia. Si tratta di elementi perlopiù circostanziali, e l’arma del delitto non fu mai trovata – anche se secondo la moglie di Urbina avrebbe potuto trovarsi in Nicaragua, a casa della nonna che lo aveva cresciuto – ma nella mente di molti di coloro che conoscono la vicenda a fondo, il caso è stato quantomeno ufficiosamente risolto[1].
Là fuori, nel buio
Nella prima metà degli anni ‘70, più di un decennio prima dei delitti di “El Psicópata” in Costa Rica, gli abitanti di Nogent-sur-Oise, un comune operaio a nord di Parigi, nell’allora regione francese della Piccardia, vissero un incubo simile.
Nel gennaio del 1969, tre donne erano state colpite dallo stesso fucile mentre si trovavano all’interno o in prossimità delle loro abitazioni. Una di queste, la quarantaseienne Thérèse Adam, era morta: mentre stava rientrando a casa e si trovava nei pressi del suo garage, l’assassino l’aveva colpita al capo con un oggetto contundente e poi uccisa sparandole alla testa con una carabina calibro .22. Dopodiché, aveva trascinato il cadavere fino alla vicina ferrovia, l’aveva denudato e l’aveva violato con un corpo estraneo. Infine, era fuggito portandosi via la borsetta della donna. Nei giorni precedenti, Thérèse si era recata alla polizia sostenendo che qualcuno la stava seguendo e spiando, che un uomo si appostava sotto casa sua, aveva tentato di introdursi all’interno, e presto sarebbe stata uccisa.
Nel novembre di quello stesso anno, un uomo con il volto nascosto da una sciarpa e da un cappello da pioggia aveva atteso che la diciannovenne Micheline Mérienne tornasse dalla scuola alla sua abitazione, una casa piuttosto isolata, e si era introdotto all’interno subito dopo di lei. Brandendo una carabina, aveva costretto la ragazza a legare sua madre, Suzanne Mérienne, di quarantaquattro anni, aveva sottratto una piccola somma di denaro e aveva poi condotto le donne in giardino, fino a un’area confinante con la vicina ferrovia. Lì, aveva sparato alla testa di Suzanne, uccidendola. Micheline, nonostante lo shock, era riuscita a darsi alla fuga e a descrivere il suo aggressore: un uomo alto e robusto, vestito con un impermeabile, con occhi “come quelli di un gatto”.
Anche questo caso venne collegato agli altri tramite prove balistiche, e l’ignoto omicida venne soprannominato dalla stampa locale “Le Tueur de l’Ombre” (“il Killer della Penombra”), per via della sua abitudine di appostarsi nel buio e colpire a tradimento nelle ore serali. Stavolta, l’assassino aveva commesso un errore: aveva dimenticato una sacca con dentro una corda, un manganello artigianale usato per colpire e violentare Thérèse Adam, munizioni calibro .22 e altri oggetti sulla scena del crimine. Forse per questo motivo, e anche a causa del clamore mediatico e dello sforzo investigativo generato dai delitti, non si fece più vivo per più di tre anni. Ricomparve solo nel febbraio del 1973, quando la ventinovenne Annick Delisle venne uccisa con un corpo contundente mentre tornava a casa. Il suo cadavere era stato spostato, denudato e la sua borsetta era stata sottratta, come nel caso di Thérèse Adam.
La notte del 28 maggio, poi, Mauricette Van Hyfte, di ventidue anni, e il fidanzato Eugène Stephan, di ventiquattro, si erano appartati a bordo della Fiat del ragazzo, lungo una strada che offriva una veduta panoramica della valle dell’Oise, vicino al cimitero di Laigneville. Il killer uccise per primo Eugène e lo tirò fuori dal veicolo, poi colpì Mauricette con altri due proiettili calibro .22 e la trascinò per una certa distanza. A questo punto aveva denudato e manipolato il cadavere e l’aveva posizionato in modo osceno. La sua borsetta era stata portata via.
Nel gennaio del 1974, la ventinovenne Josette Routier venne uccisa all’interno del proprio appartamento. L’assassino aveva verosimilmente studiato le sue abitudini, si era arrampicato fino al suo balcone, aveva rotto il vetro della finestra e aveva atteso che la donna tornasse dal lavoro dietro una tenda. Una volta arrivata, l’aveva stordita con un colpo in testa, denudata, le aveva sparato alla tempia con una carabina calibro .22 dotata di silenziatore – la stessa usata per uccidere la coppia di fidanzati –, e le aveva poi sottratto la borsetta. Non solo, il killer aveva anche manipolato il cadavere e gli oggetti personali della donna, ad esempio lasciando in bella vista le sue foto di famiglia.
Nelle prime ore del mattino del 25 novembre 1975, un’altra ventinovenne, Julia Gonçalves, di origini portoghesi, venne uccisa con le solite modalità mentre stava attraversando un parco nel centro di Nogent per recarsi alla stazione e da lì al lavoro. L’assassino l’aveva attesa nel buio, l’aveva aggredita e trascinata nel parco, aveva denudato e manipolato sessualmente il cadavere, le aveva sparato alla testa con una carabina calibro .22, aveva saccheggiato la sua borsetta e aveva abbandonato il corpo in un ruscello. Il “Killer della Penombra” colpì l’ultima volta la mattina del 6 gennaio 1976. Stavolta toccò alla ventenne Françoise Jakubowska. Anche lei stava recandosi al lavoro e dirigendosi verso una piccola stazione ferroviaria nella campagna, quando venne colpita alla testa a tradimento, trascinata in un lotto vacante vicino alla ferrovia e uccisa con la stessa carabina usata nell’omicidio Gonçalves. Anche in questo caso l’assassino aveva posto in essere il suo macabro rituale, denudando la ragazza e utilizzando su di lei un coltello.
Punto di svolta
Nel settembre del 1974, Daniel Neveu, un abile ispettore della polizia giudiziaria di Creil, venne assegnato al caso. Dopo aver studiato meticolosamente tutti i fascicoli, fu il primo a collegare i casi del 1969 a quelli successivi – che fino a quel momento erano stati gestiti in modo separato – sulla base dell’identico modus operandi del killer, che agiva come un vero e proprio commando: le vittime, tutte donne dai capelli bruni e di corporatura simile, venivano quasi sempre sorvegliate per qualche tempo, stordite con un colpo alla testa, trascinate lontano da occhi indiscreti e denudate. A quel punto veniva messo in scena una sorta di rituale: quando ormai le vittime non potevano più opporre alcuna resistenza, il killer violava o manipolava sessualmente il cadavere, posizionandolo in modo osceno. In alcuni casi, aveva punzecchiato i seni e l’addome delle sue vittime con un coltello, in altri aveva inserito corpi estranei, come ad esempio la canna del suo fucile, negli organi genitali. Infine, l’omicida giustiziava le sue vittime con una carabina, sottraeva le loro borsette, le saccheggiava e generalmente le abbandonava subito dopo. I cadaveri venivano in genere trovati inginocchiati, con la testa sul pavimento. L’omicidio Routier dimostrava che l’omicida era abituato a introdursi nelle abitazioni altrui, così alla lista dei sospettati vennero aggiunti i ladri noti alle forze dell’ordine.
La svolta arrivò in seguito a un’intuizione dell’ispettore Neveu: i fidanzati uccisi nel maggio del 1973 non potevano essere stati seguiti dal loro assassino, ne derivava che costui doveva già trovarsi al cimitero di Laigneville quando li aveva notati e aveva colto l’opportunità per agire. Che il “Killer della Penombra” fosse un frequentatore abituale del camposanto aveva poi trovato conferma nel fatto che una donna, intenta a rifornirsi di acqua per innaffiare dei fiori funebri, avesse rinvenuto, vicino al rubinetto, un proiettile calibro .22 identico a quelli utilizzati dall’assassino. Solo qualcuno che conoscesse molto bene il cimitero poteva sapere dove trovare quel rubinetto, posto ai piedi di una chiesetta e nascosto alla vista, a maggior ragione se il killer se ne era servito la notte del duplice omicidio, in piena oscurità. Neveu confrontò la lista di persone che avevano un parente sepolto a Laigneville con quella dei sospettati per gli omicidi, e all’esito di un lungo processo di eliminazione si arrivò al nome di Marcel Henri Barbeault, un trentacinquenne operaio e padre di famiglia con un precedente per furto, che era già stato denunciato alle autorità in relazione ai delitti tramite una telefonata anonima. Quando nel dicembre del 1976 gli inquirenti si presentarono a casa di Barbeault a Montataire, un comune poco lontano da Nogent, trovarono solo la moglie ad accoglierli. Dall’appartamento furono sequestrati numerosi oggetti compromettenti, che risulteranno rubati e che erano compatibili con quelli utilizzati dal killer: munizioni calibro .22, un coltello da paracadutista, un manganello artigianale, un impermeabile, guanti, un berretto e una carabina con silenziatore e canna mozzata, in modo tale da poter essere nascosta sotto un soprabito. Gli esami balistici confermeranno che è l’arma utilizzata per uccidere le ultime due vittime: Julia Gonçalves e Françoise Jakubowska. Barbeault tornò a casa dopo aver acquistato regali di Natale per i figli e venne immediatamente arrestato. Ma chi era davvero quest’uomo, dall’apparenza così ordinaria?
L’operaio dalla doppia vita
Nato nell’Oise da una famiglia semplice e primo di cinque figli, Barbeault era un bambino timido e riservato che abbandonò la scuola a quattordici anni, non completò mai gli studi elementari e cominciò a lavorare presto come operaio specializzato in fabbrica. Ciò che gli mancava in termini di doti intellettuali lo compensava con lo sport e il pugilato, che praticava a livello dilettantistico. A diciannove anni decise di cambiare la propria vita arruolandosi nell’esercito durante la guerra in Algeria. Avrebbe voluto diventare un paracadutista, ma le sue vertigini glielo impedirono, così divenne un ambulanziere e fu congedato con una medaglia e una croce militare all’inizio degli anni ’60. Dopo aver tentato senza successo di entrare nella Gendarmeria, Marcel tornò al suo vecchio lavoro di operaio, si sposò e mise su famiglia. Nel 1968, l’anno prima che gli omicidi cominciassero, perse la madre, alla quale era molto legato, per un tumore al seno, in conseguenza del quale la donna aveva dovuto subire una doppia mastectomia. Negli anni successivi anche due dei suoi fratelli morirono tragicamente: uno in seguito a un incidente stradale, l’altro si suicidò buttandosi sotto a un treno dopo essere stato lasciato dalla fidanzata. Da quel momento in poi non fu più lo stesso, secondo i colleghi di lavoro si ritirò e isolò sempre di più.
Barbeault era un omone alto e robusto con capelli scuri e occhi penetranti. Appassionato di armi per sua stessa ammissione e privo di patente di guida, si spostava a bordo di un ciclomotore e amava le passeggiate solitarie tra i boschi. Da chi lo conosceva venne descritto come una sorta di “gigante gentile”: una persona calma, taciturna, modesta, senza pretese che, per quanto fosse un po’ introverso, poteva rivelarsi gradevole, sensibile e di grande intelligenza. Sempre ben curato e vestito, dall’esterno sembrava un ottimo marito, padre, vicino di casa e lavoratore, all’epoca dell’arresto impiegato in una fabbrica dell’impresa manifatturiera Saint-Gobain. Ai residenti del suo stesso complesso abitativo, preoccupati dall’ondata di omicidi nella vicina Nogent-sur-Oise, aveva avuto l’ardire di rispondere che sarebbe stato sorpreso se l’assassino avesse colpito anche lì, a Montataire. Quando la moglie gli aveva chiesto di installare delle persiane per scongiurare eventuali intrusioni da parte dell’omicida, lui le aveva installate senza discutere. Nel settembre del 1974, tuttavia, questa immagine idilliaca venne distrutta quando Marcel fu colto in flagrante dopo aver commesso un furto con scasso, e in casa sua venne trovata la refurtiva di altri furti. Egli si giustificò dicendo di aver ricevuto gli oggetti da un collega di lavoro, ma venne condannato a diciotto mesi di prigione con pena sospesa e messa alla prova. La moglie cadde in depressione e fu sul punto di chiedere il divorzio. Alla fine, desistette per il bene dei suoi figli. Gli unici che da un certo momento in avanti avevano cominciato a sospettare di lui in relazione ai delitti furono i suoi colleghi, che riconobbero gli oggetti trovati sulla scena dell’omicidio Mérienne – esposti al municipio di Nogent proprio per ottenere un aiuto da parte dei cittadini – come appartenenti a Barbeault. Uno di questi, il manganello ricavato dal manico di un piccone, era simile a quello che era stato sottratto dalla fabbrica dove Marcel lavorava. Increduli, non si spinsero fino a denunciarlo.
In prigione, Barbeault respinse categoricamente ogni accusa, sostenendo che la carabina che gli era stata sequestrata, utilizzata in due dei delitti, l’aveva trovata proprio nel cimitero di Laigneville. Tuttavia, gli elementi contro di lui, già gravemente indizianti, si accumularono. Micheline Mérienne, che dopo l’omicidio della madre nel 1969 aveva contribuito a realizzare un identikit del killer, lo riconobbe, pur senza margine di certezza. Marcel contestò il riconoscimento in quanto avvenuto a distanza di sei anni dai fatti, ma così facendo ingenuamente si tradì, perché nessuno gli aveva detto in anticipo a quale crimine il confronto si riferisse. Un secondo identikit, realizzato con l’aiuto di un testimone dopo l’omicidio del 1975, corrispondeva perfettamente alle sue fattezze. Anche una donna che si era presentata alla polizia sostenendo di essere stata seguita da un uomo alto con il viso nascosto e uno sguardo penetrante lo riconobbe. Inoltre, Barbeault non aveva alibi per nessuno degli omicidi, commessi sempre quando lui non stava lavorando, mentre la moglie, in quei giorni, riteneva l’esatto opposto, ovvero che il marito si trovasse in fabbrica. Di nascosto, faceva gli straordinari per recuperare le ore di lavoro che perdeva durante il giorno facendo chissà cosa. Alcuni degli oggetti trovati nella cantina di Marcel erano stati rubati dal cimitero di Nogent, dal quale anni prima erano stati sottratti anche un paio di stivali taglia quarantadue, lo stesso numero di un’impronta trovata fuori dall’abitazione di Josette Routier. Tuttavia, Barbeault portava un numero di scarpe più grande. In quello stesso cimitero, che si trova esattamente al centro del triangolo in cui sono stati commessi gli omicidi, era seppellita la madre di Marcel, in una tomba che, per un incredibile scherzo del destino, si trovava proprio accanto a quella di Thérèse Adam.
Gli investigatori notarono anche una coincidenza piuttosto inquietante: le fattezze e il colore dei capelli della madre di Barbeault ricordavano quelli delle vittime del killer. Nonostante negasse ogni coinvolgimento negli omicidi, Marcel ammise di aver commesso altri furti con scasso. Le sue intrusioni non avevano una motivazione economica, e sembravano guidate da una frenesia incoercibile: quando non riusciva a forzare la serratura, utilizzava un oggetto pesante per sfondare una finestra. Non si preoccupava nemmeno che in certi casi gli occupanti si trovassero in casa. Una volta dentro, non rubava niente di valore, al massimo un orologio. Prendeva qualcosa da mangiare e da bere dal frigorifero, fumava qualche sigaretta nonostante nessuno lo conoscesse come un fumatore, apriva i cassetti, toccava gli oggetti personali dei proprietari delle case e guardava le foto di famiglia. In un caso, aveva rubato un cosciotto di maiale arrosto i cui resti erano stati ritrovati, successivamente, nella cappella del cimitero di Laigneville, che il ladro utilizzava come rifugio. A inchiodarlo definitivamente fu un ultimo elemento: uno degli oggetti che egli era sospettato di aver sottratto durante uno dei suoi tanti furti era una carabina calibro .22. Si trattava di un fucile automatico, che espelleva i bossoli, come quello utilizzato negli omicidi del 1973 e del 1974. Tuttavia, non era mai stato trovato. Gli investigatori si recarono sulla proprietà dell’uomo al quale il fucile era stato asportato, dove egli abitualmente si esercitava nel tiro a segno, e riuscirono a recuperare alcuni bossoli. Gli esami balistici riscontrarono caratteristiche identiche a quelle dei bossoli trovati sulle scene degli omicidi di Mauricette Van Hyfte, Eugène Stephan e Josette Routier. I proiettili erano stati esplosi dalla stessa arma. Dopo cinque anni di indagini preliminari, Barbeault venne accusato dei cinque omicidi commessi a partire dal maggio del 1973, gli unici per i quali esisteva un collegamento diretto tra lui e le armi dei delitti, e di sedici furti. Durante il processo, gli psichiatri lo descrissero come un uomo dall’intelligenza superiore alla media, riservato, un po’ frustrato e morbosamente attratto dai cimiteri e dai cadaveri, ma comunque piuttosto ordinario e certamente non infermo di mente. All’esito di un lungo iter giudiziario, che dopo una iniziale condanna aveva visto la celebrazione di un secondo processo, Marcel venne ritenuto colpevole e condannato all’ergastolo in via definitiva nel 1983. Secondo l’ispettore Neveu, fu lo stesso Barbeault a effettuare la telefonata che portò le indagini a concentrarsi su di lui come gesto di sfida[2].
Serial killer a confronto
“El Psicópata” è senza dubbio il serial killer che presenta maggiori analogie con il “Mostro di Firenze”, per la vittimologia, giovani coppie appartate in campagna, e per le cruente mutilazioni praticate sulle vittime femminili quando erano già morte, uccise a colpi d’arma da fuoco. C’è persino chi si è spinto a ipotizzare, forse lavorando un po’ troppo di fantasia, che il killer toscano, dopo aver interrotto la propria serie di omicidi nel 1985, si fosse trasferito in Costa Rica e avesse lì ricominciato a uccidere nel 1986. Le somiglianze tra i due casi non sono sfuggite nemmeno ai costaricensi, tanto che nel suo saggio dedicato agli omicidi e alla pista Urbina, La voz de los muertos, l’ex investigatore Rogelio Ramírez non solo ha modificato i nomi di vittime e sospettati, ma ha anche deciso, con una scelta oltremodo creativa, di ambientare la vicenda a Firenze, e di dare ai protagonisti del libro, ispirati a lui stesso e al collega Chacón, nomi italiani.
A ben vedere però, anche nel caso di Marcel Barbeault, nonostante solo una volta egli abbia preso di mira – e non per una scelta premeditata – una coppia di fidanzati, vi sono numerosi punti di contatto con il killer nostrano. Entrambi si aggiravano nel buio e agivano dopo aver posto in essere una preliminare attività di sorveglianza: nel caso di Barbeault sorveglianza delle vittime, che venivano scelte, seguite e spiate per un certo periodo di tempo, nel caso del “Mostro” certamente sorveglianza dei luoghi in cui egli sapeva che avrebbe potuto imbattersi in giovani coppie e cogliere un’occasione per colpire. Entrambi erano lust murderers piqueristi e necrosadici[3] che aggredivano le loro vittime a tradimento con attacchi “lampo” – Barbeault colpendole alla testa e giustiziandole con una carabina calibro .22, il “Mostro” crivellandole con una pistola dello stesso calibro –, rendendole immediatamente incapaci di reagire, così da averle in loro potere ed esercitare sui loro corpi un totale controllo. Questo tipo di approccio spesso tradisce da parte del killer una certa ostilità nei confronti del genere femminile.
Una volta completata questa fase iniziale, erano liberi di spostare e manipolare a proprio piacimento il cadavere della donna, lacerarle i vestiti, denudarla, punzecchiare il seno e l’addome con la lama di un coltello, violarla tramite l’inserimento di corpi estranei o, nel caso estremo del “Mostro di Firenze”, mutilarla a livello del seno e degli organi genitali. In particolare, le attività post-mortem poste in essere da Barbeault ricordano molto da vicino quelle attuate dal “Mostro” sul cadavere di Stefania Pettini nel 1974[4], quando ancora egli non aveva “fatto il salto” verso le orrende mutilazioni degli anni ’80. Questo tipo di killer, per soddisfare la propria sete di potere e di controllo sessualizzati, ricorre a quelli che Robert Keppel definisce meccanismi sessuali secondari, ovverosia atti sessuali sostitutivi che possono consistere nella tortura, nel bondage e in certi casi, come quelli che stiamo analizzando, nel piquerismo e nel posizionamento del cadavere in modo osceno. In questi casi il killer non è interessato a raggiungere l’orgasmo sulla scena, al massimo lo farà più tardi, quando avrà raggiunto un posto sicuro, dove potrà rivivere l’esperienza di potere e controllo attraverso dei “souvenir”, che possono essere oggetti personali sottratti alla vittima (come nel caso di Barbeault) o parti anatomiche (come nel caso del “Mostro di Firenze”)[5].
Un’altra componente che emerge da entrambe le serie di omicidi e va a completare i rituali di possesso-controllo è quella voyeuristica-feticistica, una fase che spesso nei serial killer è prodromica a quella omicidiaria vera e propria. Barbeault si introduceva quasi compulsivamente nelle abitazioni al solo scopo di violare l’altrui spazio privato e toccare oggetti personali, spiava le proprie vittime, trafugava le loro borsette. Allo stesso modo il “Mostro di Firenze” si appostava in luoghi frequentati da coppie in cerca di intimità e, una volta commessi gli omicidi, manipolava o sottraeva oggetti appartenuti alle vittime senza alcun motivo apparente.[5] Considerazioni simili a quelle svolte finora valgono ovviamente anche per i crimini di “El Psicópata”.
Frammenti di un ritratto
Dunque, come dobbiamo immaginarcelo, il “Mostro di Firenze”? Sarebbe apodittico pretendere di raggiungere conclusioni definitive sulla base dell’analisi di due soli casi simili. Ci limiteremo così a unire insieme i frammenti di un possibile ritratto: un uomo che all’epoca del primo delitto doveva aggirarsi intorno alla trentina, dalla corporatura alta e robusta ma dall’aspetto semplice e ordinario, appartenente alla classe media. È un serial killer “da manuale”, del tipo organizzato, anger-excitation e, secondo la definizione di Keppel, un long-term, control-type killer. Qualcuno che riesce a mimetizzarsi così bene nel tessuto sociale di appartenenza da passare del tutto inosservato, come fosse “parte del paesaggio”, in modo da riuscire a commettere i suoi crimini nell’arco di diversi anni senza mai essere scoperto. Anche quando vengono attenzionati dalle forze dell’ordine, questi soggetti riescono a non destare il minimo sospetto e anzi interagiscono in modo cordiale con gli investigatori. Se sospettati, difficilmente crollano e confessano, perché con il passare del tempo sono riusciti a erigere impenetrabili barriere di diniego e autogiustificazione, anche se ovviamente esistono eccezioni. Questo tipo di serial killer pianifica con cura i propri delitti, e il suo bisogno di controllo non è limitato al momento in cui commette un omicidio, estendendosi a tutta la comunità e alle forze di polizia coinvolte. Per questo, può arrivare a sfidare apertamente gli inquirenti, e in genere, oltre a seguire con interesse gli sviluppi delle indagini, posiziona i cadaveri delle proprie vittime in modo deliberatamente scioccante e provocatorio[6].
È egocentrico e preoccupato solo e soltanto del proprio benessere. Il “Mostro” doveva essere una persona metodica, cauta, controllata, dotata di sangue freddo e di un buon livello di intelligenza, senza che ciò corrispondesse a un elevato livello di istruzione scolastica. Probabilmente era abituato alla praticità e a lavorare con le mani, forse anche lui, come Barbeault, era un operaio specializzato. Il suo doveva essere un lavoro dignitoso, che gli garantiva di sopravvivere e una certa libertà di spostamento, ma senza particolari ambizioni e senza necessità di particolari doti intellettuali. Un uomo riservato, introverso e taciturno che preferiva la propria compagnia a quella degli altri e amava le attività all’aria aperta in solitaria. Forse, a chi avesse espresso sconcerto e timore per i delitti, avrebbe risposto di non preoccuparsi.
Ci riesce difficile immaginare che una persona capace di commettere atti così brutali possa poi tornarsene a casa e recitare la parte del bravo marito e padre, e in effetti sia il profilo di “El Psicópata” che quello del “Mostro” parlavano di uomini che non avevano mai avuto relazioni, al massimo separati o divorziati. Eppure, sia Urbina che Barbeault erano sposati con figli e avevano situazioni matrimoniali e familiari piuttosto convenzionali, senza particolari connotazioni violente, se si eccettua, nel caso di Urbina, una certa attitudine controllante. Dunque, per quale motivo escludere a priori che anche il “Mostro” potesse avere una moglie e magari dei figli che non sospettavano nulla della sua doppia vita? E per quale motivo dovremmo credere che, come Pietro Pacciani, fosse violento o abusante nei loro confronti? Occorre tenere presente che tra i serial killer è diffuso il cosiddetto complesso della Madonna e della prostituta, che li porta a distinguere le donne tra figure da idealizzare (ad esempio una madre o una moglie) e figure da punire e degradare in quanto desiderate e per questo potenzialmente frustranti e minacciose per il proprio ego, come ad esempio le donne che esibiscono in modo esplicito la loro sessualità. Al massimo, si può ipotizzare che la relazione con la propria compagna/consorte non fosse del tutto idilliaca. Poteva essere interamente basata sull’apparenza e utilizzata dal “Mostro” per apparire e sentirsi “normale”. Oppure poteva essere unilaterale, incentrata più sulle sue esigenze e i suoi bisogni che non su quelli di entrambi e basata sul controllo del partner. Tuttavia, può anche essere vero l’opposto. Ad esempio, Peter Sutcliffe, lo “Squartatore dello Yorkshire”, aveva una moglie dominante, mentalmente disturbata e aggressiva, e la parte “succube” della relazione era proprio lui, l’uomo che di notte colpiva le donne alla testa e si accaniva su di loro con coltelli e attrezzi da lavoro. In definitiva, tutto ciò che possiamo dire è che probabilmente, quantomeno dall’esterno, la vita di relazione del “Mostro”, ammesso che ne avesse una, doveva apparire abbastanza normale.
Possiamo poi ipotizzare che il killer di Firenze condividesse con Urbina e Barbeault una certa attrazione morbosa per la morte, i cadaveri, i cimiteri e i servizi di emergenza, altro elemento tipico dei serial killer organizzati. Spesso tale attrazione orienta questi soggetti nella scelta della loro professione, che si ricollega a una certa cura per la loro immagine maschile. Non è da escludere che anche il “Mostro” possa aver servito in un corpo militare e/o aver tentato di diventare un poliziotto. E chi dice che magari non ci sia riuscito? Un altro aspetto che sembra caratterizzare tutti questi soggetti è la figura archetipica dello “pseudocommando”: sia Urbina che Barbeault erano attratti dalle armi, pianificavano ed eseguivano i loro crimini come se si trattasse di imboscate militari, e si agghindavano di conseguenza, con vestiti e calzature apposite. È verosimile che anche il “Mostro di Firenze” disponesse di un simile “kit” che utilizzava solo per commettere gli omicidi. Forse era un cacciatore? Certamente doveva conoscere bene la campagna intorno a Firenze e il Mugello, e probabilmente vi aveva sempre vissuto, in un luogo che non si trovasse però nelle immediate vicinanze delle scene del crimine. Doveva avere abitudini notturne e spesso assentarsi da casa per girare nel buio con la sua macchina, maschile e ben curata, sorvegliando i sentieri degli innamorati alla ricerca dell’occasione più propizia per colpire. Questo ci porta alla sua progressione criminale: è certamente possibile che avesse qualche precedente alle sue spalle, ma niente di troppo grave. Un furto con scasso, magari, oppure qualcosa che fosse legato ad attività voyeuristiche.
Quanto al movente, esso va individuato nel bisogno di esercitare potere, controllo e possesso nei confronti di donne che vivono la loro sessualità all’aperto, in modo autonomo e libero, oltre che in una certa quota di ambivalenza – ostilità, rancore, timore e “ansia da castrazione” da una parte, desiderio dall’altra – riferiti al genere femminile. Nel caso di Urbina, è piuttosto intuitivo risalire all’origine psicodinamica della sua misoginia e della sua spinta omicida: cresciuto da una madre dominante e abusante, è ipotizzabile che per difendersi dalla conseguente angoscia di annichilimento avesse fatto ricorso all’identificazione con il suo aggressore persecutorio e al ritiro autistico in un mondo fantastico di controllo, dominio, onnipotenza e sadismo, al fine di ribaltare la propria situazione di impotenza e vulnerabilità.
Tali aspetti predatori “oscuri” rimangono scissi e dissociati, fino a quando la tensione interna generata dal protrarsi dell’attività fantastica non impone, per essere alleviata, un passaggio all’atto omicida, attraverso il quale il soggetto può al contempo trionfare sull’oggetto persecutorio originario, proiettare la propria “badness” sulla vittima e annientare la propria parte vulnerabile[6]. Nel caso di Barbeault, invece, ci troviamo al cospetto di una dinamica diversa. Egli era infatti estremamente attaccato alla propria madre, e aveva vissuto in modo traumatico la sua malattia e la morte. Gli omicidi a sfondo sessuale di donne che gliela ricordavano potrebbero spiegarsi come il risultato di una ambivalenza nei suoi confronti. Di fronte all’impotenza e alla vulnerabilità generate dal lutto, dalla perdita e dall’abbandono percepito da parte di una figura materna forse idealizzata, con i suoi delitti ha canalizzato un’ostilità e aggressività nei confronti della madre che erano rimaste non elaborate e scisse, proiettandole su altre donne e tentando, in modo distorto, di dominare, controllare e possedere l’oggetto perduto, difendendosi così dal proprio trauma e trionfando sulla morte.
Ovviamente si tratta di ipotesi. Nella psiche del “Mostro di Firenze” potevano essere in atto dinamiche simili, oppure altre completamente diverse. Non lo sapremo mai. Quel che è certo è che a distanza di così tanto tempo è difficile immaginare che il mistero dei delitti che hanno insanguinato le colline toscane possa un giorno finalmente trovare una risoluzione soddisfacente.
NOTE
1. Cfr. O. Vargas Masís, El psicópata: los expedientes desclasificados, EUNED, San José, 2018; R. Ramírez Cartín, La voz de los muertos, pubblicazione indipendente, 2019; Policía judicial va de lleno contra psicópata, articolo pubblicato su La Nación il 2 novembre 1996 Sospechan de pelea entre víctima y psicópata, articolo pubblicato su La Nación il 7 novembre 1996; Psicópata afín a la policía, articolo pubblicato su La Nación il 3 febbraio 1997; Los primeros novios asesinados, articolo pubblicato su La Nación il 3 febbraio 1997; Listo perfil del psicópata, articolo pubblicato su La Nación il 30 luglio 1997; Psicópata: listo e inestable, articolo pubblicato su La Nación il 2 agosto 1997; Distribuyen perfil del Psicópata, articolo pubblicato su La Nación il 22 settembre 1997; Nueva prueba contra psicópata, articolo pubblicato su La Nación il 13 aprile 1999; Libre por crímenes en el cerro Zurquí, articolo pubblicato su La Nación il 30 maggio 2000; Amplias pruebas contra el Psicópata, articolo pubblicato su La Nación il 19 aprile 2002; Nuevas revelaciones, articolo pubblicato su La Nación il 19 aprile 2002; O. Vargas Masís, Pruebas despertaron esperanza policial, articolo pubblicato su La Nación il 5 gennaio 2004; Y. Lorena Jiménez, El Psicópata: ¿Será posible que termine en leyenda?, articolo pubblicato su La Nación il 3 aprile 2016; J. Rojas Chinchilla, El Psicópata: el asesino serial para el que Costa Rica no estaba preparada, articolo pubblicato su La Nación il 14 novembre 2021.⤴
2. Cfr. Murder Casebook. Investigations into the ultimate crime, numero 121, Killer in the Shadows, Marshall Cavendish Partworks, Londra, 1992; Faites entrer l’accusé, episodio 2, Marcel Barbeault, le tueur de l’ombre, 2005; C. Brégand, En prison depuis 47 ans, qui est “le tueur de l’ombre” Marcel Barbeault, le plus ancien détenu de France, articolo pubblicato sul sito franceinfo.fr il 31 marzo 2024; V. F., L’inspecteur Neveu a traqué Barbeault, articolo pubblicato sul sito leparisien.fr il 12 febbraio 2005; E. Julien, L’inspecteur Neveu, qui a démasqué le Tueur de l’ombre : <<Je pense toujours que l’appel anonyme venait de lui>>, articolo pubblicato sul sito leparisien.fr il 26 maggio 2021.⤴
3. Il termine piquerismo indica una forma di parafilia per la quale un soggetto trae gratificazione dal penetrare la carne, ciò può avvenire attraverso l’uso dei propri denti, di un coltello per pugnalare, tagliare e affettare, e talvolta addirittura sparando alla vittima da una certa distanza, come nel caso di Marcel Barbeault. Il necrosadismo indica invece una parafilia che coinvolge la mutilazione e degradazione di un cadavere, spesso accompagnate dall’inserimento di corpi estranei negli orifizi e dal riposizionamento della vittima in modo osceno. Cfr. R. D. Keppel, W. J. Birnes, Signature Killers, Arrow Books, Londra, 1997, p. 138; M. Pettigrew, Necrosadism: exploring the sexual component of post-mortem mutilation of homicide victims, in The Journal of Forensic Psychiatry & Psychology, Vol. 33, No. 4 (2022), pp. 605-620.⤴
4. Stefania Pettini fu raggiunta da novantasei coltellate totali. Alcune furono inferte dall’assassino per ucciderla, altre invece intervennero post-mortem, e per la maggior parte si trattava di ferite superficiali, concentrate sui seni e nella zona inguinale. Inoltre, il “Mostro” inserì un tralcio di vite nell’organo genitale. Cfr. P. Cochi, Mostro di Firenze. Al di là di ogni ragionevole dubbio, Runa Editrice, Padova, 2020, p. 59. Spesso si parla, in relazione a questo delitto, di piquerismo, ma sarebbe più corretto parlare invece di necrosadismo⤴
5. Ciò è avvenuto in almeno due casi: nel 1974, quando il “Mostro” ha sottratto e poi abbandonato borsa e reggiseno di Stefania Pettini, e forse nel 1981, quando la borsetta di Carmela De Nuccio era stata trovata svuotata del suo contenuto. Cfr. R. Taddeo, MDF. La storia del Mostro di Firenze. Vol. 1, la sequenza dei delitti e la pista sarda, Mimesis Edizioni, Sesto San Giovanni, 2023, pp. 33, 53-56.⤴
6. Cfr. R. D. Keppel, W. J. Birnes, Op. Cit., 1997, pp. 134-138.⤴
7. Cfr. R. D. Keppel, W. J. Birnes, The Riverman, Pocket Books, New York, 2004.⤴
8. Cfr. G. Santoro, A. Schimmenti, Psicodinamica del serial killer, in LIRPA International Journal, Anno 1, No. 1 (2018).⤴




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