Tra il 1971 e il 1989 un killer senza volto semina il terrore nella provincia friulana: quattordici vittime, quattro le uccisioni ufficialmente attribuite. Colpiva al buio donne sole, ai margini, e incideva un segno sul corpo di ognuna. Un dottore sospettato, una firma nella carne, un caso mai chiuso…

Da sinistra a destra: Luana Giamporcaro uccisa nel 1983 a Udine, Marina Lepre uccisa nel febbraio del 1989 e Maria Carla Bellone uccisa nel 1980.
Un profilo nella nebbia. Un volto senza nome. Un finale mai scritto, come perduto sul fondo dell’abisso. Tra ipotesi, smentite, sospetti taglienti e ombre; ombre immobili ad assediare slanci di verità possibili. Friuli, Udine e dintorni al battesimo degli anni ‘70. Notti veloci pervase da sentori d’orrore. Tra i silenzi umidi della pianura, lungo le strade senza luce che si perdono al di là del crepuscolo, la presenza angosciante di un fantasma: feroce, implacabile, enigmatico. Un cacciatore di solitudini, un collezionista di donne. Un mietitore di vite.
Il battesimo di sangue
Per comprendere meglio le origini e le dinamiche di questo mistero bisogna però riavvolgere il nastro. E scrutare tra le pieghe del tempo, frugando negli annali della cronaca. Ricostruire il contesto. Quello di un’Italia in trasformazione e non priva di tensioni politiche, ma che nella provincia riesce comunque a conservare le strutture di una tranquillità autentica. Quantomeno fino al 21 settembre del 1971. Quando nei pressi della stazione di Udine viene ritrovato il corpo senza vita di Irene Belletti: martoriato da circa dieci coltellate, riverso nell’abitacolo di un’auto; con ogni probabilità la stessa che la 35enne utilizzava per raggiungere i clienti coi quali si appartava.
È il primo graffio, la prima macabra offerta. Poi, un lungo silenzio. Prima di rientrare nel labirinto dell’orrore: stesso giorno, stesso mese, stessa barbarie. A pagar dazio, il 21 settembre del 1976 è infatti Maria Luisa Bernardo: anche lei pugnalata mortalmente e abbandonata in un campo di granturco. Il sospetto di un’escalation a quel punto s’insinua, ma resta latente. E si rimane così aggrappati alla versione dei “casi isolati”; delitti imputabili a mani differenti e quindi slegati dalle declinazioni della continuità. Una miopia colossale.
Il ritorno del killer
Il tempo di un nuovo inverno. Con la brina sui vetri, con gli aghi del freddo addosso. La notte alta, le finestre serrate e gli occhi della città chiusi nello stesso sbadiglio. Periferia di Pradamano. È il 16 febbraio 1980. Un agente in perlustrazione scorge un insolito vuoto tra alcuni cespugli: si avvicina, lentamente. Adagiato sull’erba nuda c’è il cadavere di Maria Carla Bellone. Anche lei giovane, appena 19 anni; anche lei martoriata da una lama. Anche lei, stando a quanto emerso, perduta nei drammi dell’eroina e della prostituzione.
Stavolta, però, c’è un dettaglio in più. Ed è raccapricciante. Un segno inciso nella carne, simile ad una esse allungata; dallo sterno fino al fondo dell’addome. Una ferita inferta di slancio, un colpo figlio della frenesia. Oppure, un’incisione che racconta qualcosa di più del carnefice: la volontà di firmare l’oscura opera, di non essere dimenticato.
La firma dell’assassino
Intanto, stavolta, l’atrocità fa rumore. Il chiacchiericcio si alza, l’opinione pubblica mostra una certa preoccupazione. E qualcuno, tra le forze dell’ordine, comincia a drizzare le antenne, ad approfondire la dinamica, a studiare le modalità. Nessuno lo dice, per il momento, ma sottotraccia inizia a emergere la possibilità di congiungere delle affinità investigative con gli omicidi del 1971 e del ‘76. Pochi, però, gli elementi forti a sostengo: più congetture che prove concrete. E, allora, il sipario del silenzio cala. Fino ad ammorbidire i violenti contorni del caso.
Ma dopo un lungo torpore, il panico ritorna. Col solito inquietante ruggito. È il 24 gennaio dell’83 quando il corpo di un’altra squillo, Luana Giamporcaro, viene rinvenuto esanime. Pure lei sgozzata e gettata in un campo. L’assonanza con i precedenti omicidi è emblematica: stesso modus operandi, stesso taglio al collo. E stesso solco “a esse” a firmare l’ennesimo scempio.
Quella scia di sangue assedia e tormenta col carattere di una perversa indecifrabilità: il ‘mostro’, quel prodigio sinistro che si rivela pur senza mostrarsi.
Nemmeno il tempo di metabolizzare, di rinvenire tracce eloquenti, che il killer colpisce di nuovo. A caderne preda, la notte del 3 marzo 1985, è infatti Aurelia Januschewitz: quarantadue anni, francese di origini, prostituita. Colpita al collo prima di essere abbandonata lungo una stradina secondaria. Ancora una storia di felicità interrotta, di solitudine, di emarginazione. E ancora una volta quella lesione curva sull’addome, fino al pube. Da lì, il mormorio di piazza muta in frastuono. E la paura, quella vera, comincia a materializzarsi. Il sibilo spettrale di una presenza inquieta, subdola e inafferrabile diventa sempre più allarmante: quando la notte cala, c’è chi non si sente al sicuro.
Perché quella scia di sangue assedia e tormenta – a un tempo – col carattere di una perversa indecifrabilità, iniziando a disegnare i contorni spaventosi di un infernale immaginario: il “mostro”, quel prodigio sinistro che si rivela pur senza mostrarsi.
L’identikit, la svolta, il dietrofront
Le indagini cominciano così a lavorare sui molteplici pezzi di un puzzle intricatissimo. Reperti, perizie, indizi. Fasi convulse, particolarmente concentrate sui tratti comuni dei delitti. E su quella ferita, quella “s” scavata di lungo sulla pelle: “È un taglio simile alle incisioni da bisturi fatte in ostetricia” – diranno le prime disamine. Un indirizzo che porterà presto a supporre il coinvolgimento di un professionista sulla scena del crimine: uno specialista della sanità, un chirurgo.
Ipotesi che pare planare nell’aria come piuma nel vuoto, sospesa; tra il rischio di esser spazzata via da un nuovo colpo di vento e l’esigenza stringente di posarsi su granitici appigli. Finché, d’improvviso, l’incastro perfetto sembra apparire. Come variabile impazzita di un quadro sin lì coerente: il 26 febbraio del 1989 viene brutalmente assassinata Marina Lepre, 40 anni. Non una vita al limite, nè alcun vincolo di disagio sociale o solitudine esistenziale: maestra di scuola elementare, sentimentalmente impegnata, Marina viveva infatti col fidanzato a Cividale del Friuli. La notte prima della scomparsa era stata vista salire a bordo di un’auto, dopo una tappa in ospedale. Poi, il silenzio. Poi, il buio. Lo stesso buio che prima di lei aveva già inghiottito Irene, Maria Luisa, Luana, Maria Carla e Aurelia. Identica strategia, identica violenza, identico taglio sul ventre.
Sembra tutto uguale. E invece no. Perché i carabinieri, a distanza di poche ore dal ritrovamento, notano un uomo in stato confusionale vagare nei paraggi del fiume Torre; proprio lì, accanto alla radura in cui era stata uccisa e abbandonata la povera Marina. È un sessantenne, in pieno delirio: continua a guardare in direzione della chiesa poco distante, a proferire strane litanie. E a implorare perdono. Di professione fa il medico; ginecologo, per l’esattezza.
Sospetti e lacune investigative
La soluzione dell’enigma sembra finalmente a portata di mano. Gli inquirenti vagliano ormai una pista precisa, una direzione specifica, un identikit ora più chiaro: quell’uomo, il dottore, è il principale indiziato.
I carabinieri lo interrogano in caserma, a fondo. L’uomo inizialmente si mostra collaborativo, poi, però, le sue ricostruzioni vacillano. E un dubbio lacerante allora comincia a insediarsi nelle intercapedini della sua versione, facendola scricchiolare. Sostiene con fermezza di non frequentare le donne, senza che gli sia stata posta un’esplicita domanda a riguardo; ritratta più volte la motivazione di quella gita, nelle vicinanze del fiume. E nervosamente nega di aver mai conosciuto Marina, ribadendo la sua estraneità ai fatti. Come se non bastasse, più di qualcuno lo avrebbe visto – appena qualche tempo prima, sempre in quella zona – simulare un intervento chirurgico con i ferri del mestiere su un fantomatico paziente immaginario.
Ma la fiera delle anomalie non finisce qui. Ad alimentarla ulteriormente è infatti anche il fratello del medico: un sedicente avvocato, che alla visita dei carabinieri si presenta sull’uscio di casa con una vestaglia orlata di pendenti. Chiede ai militari un mandato, ma il mandato non c’è. Li lascia allora in attesa, appena oltre la porta di quell’appartamento disordinato, sporco, afflitto da una palpabile trascuratezza. Poi però il momento delle domande arriva. E porta con sé nuove farraginosità argomentative.
L’avvocato evidenzia dapprima come il fratello non abbia mai guidato alcuna automobile, aggiungendo che la sera del delitto era rimasto in casa, davanti alla tv. Un racconto in aperto contrasto con gli elementi raccolti: il medico era infatti stato fermato dai carabinieri proprio accanto alla sua vettura. I sospetti aumentano, le spiegazioni latitano. Ma manca l’ultimo tassello, la traccia maestra, la pietra angolare capace di reggere l’intero schema investigativo.
Tra le testimonianze più inquietanti a corollario dell’inchiesta, ci sarebbe anche quella di un’amica di famiglia. A lei l’avvocato avrebbe infatti rivelato un episodio cruciale: la difficoltà di trattenere nell’appartamento il fratello durante una sera piovosa. Un dettaglio secondario? Probabilmente no, dal momento che quasi tutti gli omicidi ascrivibili al “mostro” hanno conosciuto compimento al calar del sole, nelle notti di pioggia. Resiste, poi, pure un’altra questione. Al momento del ritrovamento, Marina Lepre stringeva in mano una chiave: non risulterà compatibile né con l’abitazione familiare della donna, né con quella del maggior indiziato. Nell’appartamento di quest’ultimo, però, ogni serratura era già stata cambiata al momento della verifica.
Eppure, al di là di ogni suggestione, un tema resta incrollabilmente fermo: coi fari puntati sulla famiglia del medico, le uccisioni – come per una strana coincidenza del destino – si arrestano. Di nuovo silenzio.
Le altre vittime e il nuovo corso
Il lavoro serrato degli investigatori non riesce dunque a far breccia, a chiudere il cerchio. Si susseguono le piste e le versioni, si scrutano nuove letture, ma la nube del mistero sembra restare impenetrabile.
Ci sono però delle ricostruzioni, che finiranno poi sui taccuini dell’ufficialità: al “mostro di Udine” – un’imprecisata sagoma senza volto, né nome – saranno attribuite “solamente” quattro vittime accertate: Maria Carla Bellone, Luana Giamporcaro, Aurelia Januschewitz e Marina Lepre. Accanto a loro un elenco sbalorditivamente vasto: quello degli altri omicidi accostati sì al serial killer, ma con il crisma della presunzione.
Oltre a Irene Belletti e Maria Luisa Bernardo, le prime due a cadere, ci sono infatti altri otto cadaveri a reclamare giustizia: quello di Elsa Moruzzi, ammazzata il 6 novembre 1972 a 52 anni; quelli di Eugenia Tilling e Jaqueline Brechbullher (accoltellate rispettivamente nel 1975 e nel 1979), nonché quello di Wilma Ghin, rinvenuta carbonizzata in una discarica, appena maggiorenne, nel 1980. Insieme a loro, nella triste rassegna, anche Stojanka Joksimovic e Maria Bucovaz, strangolate in circostanze misteriose nel 1984; mentre per altre due scomparse inizialmente attribuite al “mostro di Udine”, Matilde Zanetti e Nicla Perabò, verranno poi identificati e arrestati i reali responsabili.
Lo scenario si arricchisce di un altro colpo di scena nel 2019, quando la presenza di reperti mai analizzati (dei capelli e un preservativo usato sulla scena del crimine della Bernardo; un mozzicone di sigaretta in quella della Bellone) fanno riaprire il fascicolo di quello che, a tutti gli effetti, rappresenta ormai uno dei più intricati “cold case” della cronaca italiana.
Un caso ancora aperto
Quella del “mostro di Udine” è una storia cruenta, cupa, tinta di un nero profondo. Un racconto persistentemente avvolto da una coltre di ambiguità, di foschie interpretative, di incongruenze, di inesorabili zone d’ombra. Un rebus irrisolto, una saga criminale che manca del suo capitolo conclusivo. E di un volto definito, di un nome riconosciuto per quel carnefice che appare, oggi, come un’entità dai contorni astratti, impalpabili; il protagonista sfuggente di un incubo non ancora dimenticato. Una taglio aperto, lasciato a sanguinare. Una ferita da cui poter scrutare appena i segreti lineamenti della malvagità.
«Io sono il mostro che si cela sotto la maschera del mostro». Dylan Dog, “Delirium”, 1991.




L’identikit mostrato nell’immagine di copertina dell’articolo, nonostante compaia spesso online nelle ricerche sul mostro di Udine, è relativo alle indagini sul Mostro di Firenze (comparve su La Nazione il 5 agosto 1984).