Natale di Sangue. L’attentato al rapido 904

Scritto da: Gianluca Zanella

Il 23 dicembre del 1984 un ordigno dilania una carrozza del Rapido 904 che da Napoli era diretto verso Milano. Fu chiamata “La strage di Natale”. Cosa nostra, camorra ed estrema destra unite in un progetto terroristico dai contorni mai davvero chiariti, che sembra l’antesignano delle azioni rivendicate dalla Falange Armata.

Una strage vigliacca

Difficile stilare una classifica delle stragi che hanno insanguinato la storia d’Italia dal 1969 al 1993. Ci si può chiedere quale sia quella che ha prodotto più vittime, quella in cui la giustizia è riuscita a fare maggiore chiarezza, quella dove i responsabili sono rimasti pressoché impuniti. In ogni caso – eccezione fatta per il numero delle vittime [il triste primato spetta alla strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980] – fornire una risposta univoca sarebbe impossibile.

Certamente quello che possiamo affermare è che una delle stragi più vigliacche – per le modalità e per la scelta della data – è quella del Rapido 904, avvenuta alle 19.08 del 23 dicembre 1984 e, non a caso, ribattezzata come la “strage di Natale”.

Sul treno partito da Napoli e diretto a Milano esplose una bomba che spazzò via 16 vite e ne distrusse centinaia, ferite nel corpo e nell’anima. L’ordigno esplose – non a caso – all’interno della Grande galleria dell’Appennino, nei pressi di Bologna. L’ambiente chiuso massimizzò i danni e complicò le operazioni di soccorso, che tuttavia di distinsero per la loro efficienza, frutto proprio dell’esperienza maturata con la strage di Bologna di quattro anni prima.

Un ferito soccorso subito dopo l’esplosione.

Un’alleanza mortale

Le indagini portarono gli inquirenti verso una realtà sino ad allora inesplorata: un inedito milieu composto da uomini di Cosa nostra, camorristi e neofascisti. Le condanne definitive vennero confermate dalla Cassazione il 24 novembre 1992: ergastolo per il cassiere della mafia Pippo Calò e il suo braccio destro, Guido Cercola; 24 anni a Franco D’Agostino, nella cui abitazione erano stati rinvenuti due congegni adatti a innescare un’esplosione; 22 anni al tedesco Friedrick Schaudinn, che aveva materialmente fabbricato l’ordigno assassino; 3 anni al camorrista Giuseppe Misso; 1 anno e 6 mesi ai sodali di Misso Alfonso Galeota e Giulio Pirozzi. Dal processo venne stralciata la posizione del deputato dell’MSI Massimo Abbatangelo, che in Appello era stato condannato all’ergastolo con l’accusa di aver consegnato l’esplosivo a Misso. Abbatangelo venne comunque condannato a 6 anni di reclusione per detenzione di esplosivo.

Giuseppe Calò, detto Pippo (Palermo, 30 settembre 1931), è un boss di Cosa nostra. Soprannominato anche “cassiere di Cosa nostra” perché fortemente coinvolto nella parte finanziaria dell’organizzazione.

Un gruppo composito di personaggi, una mostruosa alleanza criminale per un’azione a cui non è mai stata data una collocazione netta e inequivocabile. Un’azione che sembra anticipare la stagione di sangue della Falange armata.

Il racconto dell’agente Cobra

Uno spaccato inedito che riguarda il ritrovamento presso una casa in uso a Guido Cercola a Poggio San Lorenzo, in provincia di Rieti, di sei cariche di tritolo e due panetti di esplosivo Semtex H, ce lo regala Attilio Alessandri – aka Agente Cobra – che, prima di diventare lo sbirro più temuto della Capitale, da giovane agente delle volanti partecipò all’arresto di Pippo Calò e, appunto, alla perquisizione in casa Cercola. Riportiamo un estratto del suo libro Agente Cobra – la mia vita di cacciatore di criminali (edito da Chiarelettere):

Lavorando sodo e attivando tutte le antenne possibili e immaginabili, concentrammo la nostra attività d’indagine nella zona del reatino. Poi, ancora più nello specifico, nei dintorni di Poggio San Lorenzo. Un luogo tranquillo, isolato, senza traffico. Ideale per chi vuole mantenere un profilo basso. Infine, seguendo la traccia delle società fantasma che il boss utilizzava per tenere in piedi una colossale rete di spaccio a livello mondiale, giungemmo a una villa in località Case sparse, comprata circa due mesi prima in contanti da Guido Cercola, un altro mafioso arrestato poco dopo Calò. Ci entrammo in un giorno di maggio del 1985.
La struttura è circondata da un terreno enorme, con siepi altissime a nascondere la vista e molti alberi da frutto. Questa volta, in prima fila, ci sono anch’io. Entriamo in dieci, guidati da un anziano maresciallo che porta la coppola e tiene le mani sempre affondate nelle tasche dei pantaloni.
Iniziamo a perquisire la villa, dove sospettiamo che Calò tenesse i suoi summit lontano da occhi e orecchie indiscreti. Ci dividiamo tra le diverse stanze, ma non troviamo nulla di sospetto. Poi scendiamo nella taverna.
«È strana questa parete.»
Il maresciallo è arrivato per primo e, sempre con le mani in tasca, osserva un muro coperto da uno scaffale pieno di costose bottiglie di vino. Ci guardiamo intorno ed effettivamente la stanza sembra sproporzionata. Facciamo venire il vecchio padrone di casa. Il maresciallo lo porta nella taverna e gli chiede se ricorda l’esistenza di quella parete. L’uomo risponde senza esitazioni: no, non c’era quando ha venduto la casa.
Iniziamo a spostare le bottiglie di vino fin quando non è possibile trascinare via lo scaffale. A quel punto ci rendiamo conto che, effettivamente, anche il colore della parete è diverso. Antonio Romano brandisce un piccone e, sotto lo sguardo sornione del maresciallo, assesta un colpo deciso. Penetra come nel burro. Si tratta di cartongesso, che con pochi altri colpi ben mirati viene giù senza problemi. Di fronte ai nostri occhi c’è lo spettacolo più incredibile che abbia mai visto finora: è insieme un arsenale bellico e un deposito di droga. Osservo il maresciallo, la sua espressione rimane imperturbabile.
«Be’? Che aspettate? Cominciate a tirare fuori tutto.»
[…] Dal lato opposto della stanza troneggia una catasta di esplosivo al pla- stico di origine cecoslovacca, il T4 Semtex. Anche in questo caso ce ne sono sette chili. Tempo dopo quell’esplosivo verrà ricondotto alla strage del Rapido 904 e agli attentati ai magistrati Rocco Chinnici e Carlo Palermo.

Il racconto dell’agente Cobra – La perquisizione in casa Cercola.

Il bombarolo tedesco

Tra i protagonisti di questa oscura vicenda, certamente il più enigmatico e – per certi aspetti – sinistro è il tedesco Schaudinn. Morto nel 2014 in un carcere di Francoforte, dove stava scontando la pena per la strage, l’uomo nel 1988, in attesa del processo di Appello in Italia, era fuggito dagli arresti domiciliari e, raggiunto da Michele Santoro in Germania nel 1993, in un’intervista dichiarò di essere stato aiutato da elementi dei servizi segreti italiani.

Mercenario al soldo di committenti mai traditi, a lui fa riferimento Pippo Calò quando – nel 1993 – nel corso di un’audizione di fronte alla Commissione stragi presieduta da Libero Gualtieri, disse: “La mafia non c’entra con quella strage: traete voi le conseguenze e chiedetevi chi ha fatto scappare Schaudinn”.

Il treno Rapido 904 Napoli-Milano del 23 dicembre 1984 dopo l’esplosione della bomba.

L’ombra dello sciacallo

Quali che fossero le coperture di cui ha goduto l’artificiere tedesco, a non essere convinto della matrice mafiosa della strage era anche Giovanni Falcone. Più recentemente, nel 2010, anche il collaboratore di giustizia Franco Di Carlo, considerato attendibile su diversi argomenti e cugino del mafioso dei misteri Antonino Gioè, in un libro ha attribuito la paternità della strage al gruppo Separat di Illich Ramirez Sanchez, meglio conosciuto come “Carlos lo Sciacallo”.

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  • Gianluca Zanella

    Nasce a Roma. Editor e agente letterario, collabora dal 2015 con alcune tra le principali realtà editoriali italiane. Già collaboratore e inviato per AISE (Agenzia internazionale stampa estera), dal 2021 al 2023 collabora con il Giornale.it occupandosi di inchieste, dal 2024 è redattore di InsideOver. È fondatore del format d'inchiesta DarkSide - Storia Segreta d'Italia.

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