Né missile, né bomba: su Ustica l’ombra dello zio Sam

Scritto da: Gianluca Zanella

Con un lavoro di scavo ostinato e accurato, Massimiliano Giannantoni sembra aver svelato parte del mistero che avvolge la strage di Ustica. Depistaggi, reperti scomparsi, tracce radar distrutte, testimoni eliminati per difendere una Ragion di Stato che oggi non ha più senso di esistere. In controluce, l’ombra dello zio Sam.

L’aereo DC-9 itavia caduto a Ustica ricostruito nell’hangar dell’aeroporto militare di Pratica di Mare.

1980: estate di sangue

Sarebbe possibile mettere la parola fine a un mistero che dura da oltre 40 anni? In un Paese come l’Italia è difficile anche solo pensarlo, ma il tempo è galantuomo e verità a oggi indicibili, tra dieci, venti, trent’anni cominceranno a fare meno paura. Certo, su molti eventi cardine della cosiddetta “storia segreta d’Italia” pesa come un macigno la “Ragion di Stato”, uno spettro richiamato come un mantra ogni volta che si affrontano di petto argomenti ancora divisivi: parliamo del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro, parliamo delle stragi. Ed è proprio una di queste stragi che comincia a lasciar intravedere qualche fascio di luce: parliamo della strage – alcuni la definiscono “disastro” – di Ustica.

27 giugno 1980. Il principio di un’estate terribile, anche se ancora nessuno può immaginarlo. Non lo immaginano le 81 persone – tra equipaggio e viaggiatori – a bordo del DC9 dell’Itavia in volo da Bologna a Palermo. Molti stanno tornando a casa per le vacanze, ci sono undici bambini a bordo. Il cielo è sereno, il Mar Tirreno è uno strato nero e placido.

L’equipaggio del volo IH870 BLQ/PMO: da sinistra gli assistenti di volo Paolo Morici e Rosaria De Dominicis, il comandante Domenico Gatti e il secondo pilota Enzo Fontana.

Un viaggio tranquillo

Il comandante Domenico Gatti è partito dall’aeroporto Marconi con due ore di ritardo, alle 20.08. Il viaggio è breve e tranquillo, ma a un certo punto cominciano le anomalie. I primi ad accorgersene sono i radaristi di Roma Ciampino. Alle 20.26 un radarista contatta il DC9 chiedendo di identificarsi. Per un attimo, infatti, l’aereo dell’Itavia è risultato sullo schermo come “oggetto non identificato“. Il comandante Gatti rassicura “Noi non ci siamo mossi”.

Nel frattempo sui cieli di Grosseto accade qualcos’altro: alle 20.20 è decollato dall’aeroporto militare un biposto F-104 per un volo di pattugliamento. A bordo ci sono i piloti Ivo Nutarelli e Mario Naldini. Due nomi che rincontreremo. Proprio nel momento in cui avviene la comunicazione tra il radar di Ciampino e il DC9, l’F-104 di Nutarelli e Naldini lancia il codice 7300. Si tratta di un segnale Nato per segnalare un’emergenza generale. Nel cielo sgombro di nubi del 27 giugno 1980 sta succedendo qualcosa.

Ore 20.30. Ciampino rileva di nuovo un’anomalia: il DC9 torna per un attimo ad essere “oggetto non identificato”. I piloti sono seccati, non capiscono cosa c’è che non va. Per loro il viaggio procede assolutamente tranquillo. Ma di tranquillo, intorno a loro, non c’è niente. Passano dieci minuti e alle 20.40 l’F-104 dirama ancora una volta l’emergenza generale. Le basi militari di tutto il Mediterraneo alzano le antenne. Dalla Corsica partono quattro caccia francesi. A vederli sarà Nicolò Bozzo, uomo di fiducia di Carlo Alberto Dalla Chiesa, in quel momento in vacanza nell’isola. Anche da Grosseto si alzano in volo altri aerei militari italiani, mentre dalla base di Sigonella parte un F-14 Tomcat americano. Nei cieli sopra il Tirreno ci sono strane presenze.

Ore 20.44: il DC9 sorvola il lago di Bolsena. I piloti conversano con il radar di Ciampino. Trovano strano il fatto che tutti i radiofari da Firenze in giù siano spenti. Ore 20.50: il comandante Gatti comunica ai passeggeri che si preparano alla discesa verso l’aeroporto di Palermo. Ore 20.58: il Dc9 si trova a poche miglia dall’isola di Ustica. I radaristi di Ciampino notano qualcosa di strano: delle tracce che appaiono e scompaiono. Ore 20.59: la scatola nera ripescata sul fondo del Tirreno ha registrato le ultime parole del comandante Gatti: “Gua…”. Poi il silenzio.

Il cadavere di una delle vittime.

Memoria divisa

Da quella notte del 27 giugno 1980 ciò che è accaduto al DC9 dell’Itavia è uno dei misteri più persistenti della storia italiana. Qualcuno, ancora oggi e contro ogni evidenza scientifica, sostiene che ad abbattere l’aereo sia stata una bomba piazzata al suo interno. La maggior parte delle persone crede che a causare il disastro sia stato un missile. Lanciato da chi? Anche qui ci sono diverse teorie. Quella che va per la maggiore, anche a seguito dalle dichiarazioni dell’ex premier Giuliano Amato lo scorso 2023, è che la colpa sia da imputare ai caccia francesi che, per inseguire due Mig libici, avrebbero sbagliato bersaglio, colpendo il DC9.

Ancora oggi – a 44 anni di distanza dai fatti – un’inchiesta è aperta presso la Procura di Roma. Il PM titolare, Erminio Amelio, secondo diverse indiscrezioni sarebbe sul punto di archiviare. Eppure, a voler essere onesti, e a patto di non sposare aprioristicamente una teoria piuttosto che un’altra, la verità sembra far capolino da diversi dettagli. Come in un puzzle, i pezzi che mancano sono ancora molti, ma quelli che sono a disposizione compongono un quadro che racconta una storia fin ora relegata a ruolo di diceria. Un quadro che il giornalista Massimiliano Giannantoni ha ricostruito in uno speciale di SkyTG24 che promette di far discutere. Non solo. Stando a quanto emerge dal lavoro investigativo di Giannantoni, potrebbero esserci gli estremi per decidere di non archiviare l’inchiesta.

Il “giallo” del Mig libico

Tra i punti fermi di questa storia la presenza di due Mig libici nascosti all’ombra radar del DC9. I due aerei, disarmati, provenivano dall’Ex Jugoslavia, dove avevano probabilmente subito un’opera di manutenzione, e stavano tornando a Tripoli. A quel punto, come ebbe a dire Rosario Priore, che a lungo ha indagato sul caso, “quella notte nei cieli italiani c’era la guerra”. I due Mirage francesi partiti da Solenzara si misero in cosa a uno dei due aerei libici, che riuscì a fuggire. Il secondo venne intercettato dal Tomcat americano partito da Capodichino e, colpito, si schiantò in Calabria, sulla Sila.

“Risolvete il giallo sul Mig della Sila e risolverete il mistero di Ustica” disse Giovanni Spadolini. E in effetti quello del Mig libico è un mistero che si interseca con quello di Ustica, anche se per diversi anni la caduta di questo aereo in località Timpa delle Magare è stata collocata il 18 luglio 1980. Se così fosse, la vicenda non avrebbe nulla a che fare con il disastro di Ustica. Ma così non è. Il Mig libico e il DC9 sono strettamente collegati. E dopo aver guardato lo speciale di SkyTG24 negarlo sarebbe negare l’evidenza.

Ricostruzione del DC-9 Itavia nell’hangar dell’aeroporto militare di Pratica di Mare (foto di Cristian Laruffa, Agf).

Né missile, né bomba

Appurato questo, resta la domanda più importante: come è caduto l’aereo dell’Itavia? Secondo l’esplosivista Giovanni Brandimarte e il professore di Tecnologia dei materiali metallici e frattografia del Politecnico di Torino Donato Firrao, non c’è stata nessuna esplosione, né interna – per una bomba -, ne da contatto esterno, come per un missile. Il relitto dell’aereo parla chiaro: non ci sono le deformazioni tipiche che il metallo subisce quando si verifica un’esplosione. Entrambi gli studiosi concordano che il DC9 sia stato “destrutturato“, ovvero si sia disintegrato in volo, a causa dell’interferenza – o della collisione – con un jet militare.

Anche il giudice Giovanni Salvi, intervistato da Giannantoni, è dello stesso parere. Salvi, che si è occupato del caso per molti anni, ritiene che “il passaggio di uno dei due aerei subsonici sotto il Dc9 potrebbe aver causato una inversione del carico alare e un violentissimo movimento rotatorio che fece distaccare i motori del Dc9 e che poi subito dopo causò la sua destrutturazione in volo e la morte di tutti i suoi passeggeri”. A supporto di questa ipotesi, il ritrovamento in mare di un serbatoio alare con la punta blu, di un battellino di salvataggio giallo e di un casco da pilota con scritto John Drake. Tutti oggetti appartenenti all’aeronautica militare americana.

Ritrovamento della coda dell’aereo di linea DC-9 Itavia.

Oggetti smarriti. Anzi, scomparsi

Il serbatoio venne ritrovato nei pressi dei rottami galleggianti del DC9. Un serbatoio non sganciato, ma strappato, come dopo un violento impatto. La parte finale bruciata. Come già detto, la punta è blu, come i serbatoi montati dagli aerei che stavano sulla Saratoga, la portaerei americana in rada a Napoli. Il gommoncino e il casco, invece, saranno ritrovati in Sicilia, trasportati lì dalle correnti tirreniche. Il giudice Salvi racconta nell’intervista che entrambi questi oggetti vengono presi, fotografati, protocollati, ma che poi scompaiono. Chi li abbia presi, non si sa. Certo sarebbe stato interessante cercare di capire chi, tra i piloti americani di stanza nel Mediterraneo, avesse adottato il soprannome di John Drake. Ma nella vicenda di Ustica questa è solamente una delle anomalie. E nemmeno la più macroscopica.

A scomparire sono anche il casco e la cloche del pilota libico schiantatosi a Timpa delle Magare, sulla Sila. A prenderli e a caricarli nella sua automobile era stato il capitano Vincenzo Inzolia. Oggi generale, Inzolia venne accusato da Rosario Priore di aver depistato le indagini. La prescrizione dei termini gli ha evitato un processo.

A scomparire sono anche le tracce radar che quella notte avevano impresso la battaglia che si era combattuta sui cieli italiani. Una battaglia che però ha avuto dei testimoni: sono cinque le persone che in Calabria vedono un aereo inseguito e un altro dietro che “sputa” fuoco. Ci sono poi i carabinieri, che dopo una manciata di minuti dal disastro di Ustica cercano un aereo disperso nella zona di San Giovanni in Fiore, a poca distanza da Timpa delle Magare. Ma allora chi sostiene che il Mig sia caduto il 18 luglio, sulla base di cosa lo fa?

Il più grande depistaggio

Una pastorella del posto disse di aver visto un aereo a bassa quota, di aver sentito il boato della caduta e le fiamme dell’esplosione. Peccato che il Mig rinvenuto fosse privo di carburante e praticamente intatto. Secondo Giannantoni è il frutto di uno dei più grandi depistaggi della storia non solo italiana, ma occidentale. Radar spenti, documenti e tracciati distrutti, reperti scomparsi, decine di morti sospette. Per la strage di Ustica si sono messe in moto le intelligence di diversi paesi, tutte impegnate a nascondere ad ogni costo la verità in nome di una Ragion di Stato che, altrimenti, avrebbe messo in discussione tanti fragili equilibri. Una macchina depistante dai mille ingranaggi cui hanno contribuito gli stessi libici, i quali sostennero che il Mig, partito da Bengasi, era caduto perché il pilota aveva avuto un infarto. Ma allora perché il 18 luglio il cadavere era già in avanzato stato di decomposizione? E perché, come rilevato sul posto da Giulio Linguanti, in forza al Sios Aeronautica, il relitto mostrava dei fori di pallottola?

Domande scomode. Come scomoda è la verità dietro quella che sembra una storia uscita dalla penna di un giallista. Meglio costruire castelli su castelli di bugie, piuttosto che dover giustificare la presenza nei cieli italiani dei Mig di Gheddafi. E siccome non si può ammettere che sì, nonostante Gheddafi sia ritenuto il nemico per eccellenza dell’occidente, l’Italia consente ai Mig libici di utilizzare un corridoio relativamente sicuro per arrivare in Jugoslavia, come si può pretendere che uno dei nostri alleati si prenda la responsabilità di aver tirato giù un aereo facendo strage di civili? Tanto la Francia quanto gli Stati Uniti hanno sempre negato ogni addebito. E come dar loro torto, se anche i militari italiani rinviati a giudizio da Priore e poi prescritti si sono chiusi in un silenzio di tomba.

L’ “incidente” di Ramstein e le parole dell’ex agente segreto

Quelli che avrebbero potuto – in alcuni casi voluto – parlare sono morti. Incidenti stradali, infarti, impiccagioni acrobatiche. Persino uno spettacolare incidente aereo. Sì, perché due protagonisti di questa storia – i piloti Ivo Nutarelli e Mario Naldini, che la sera del 27 giugno 1980 lanciano per primi l’emergenza generale dal loro volo di ricognizione – moriranno il 28 agosto 1988 durante una sessione di volo acrobatico nella base Nato di Ramstein, in Germania. I due avrebbero dovuto di lì a poco tempo testimoniare nel corso del processo e, secondo alcuni familiari, la loro morte sarebbe direttamente collegata al disastro di Ustica.

La drammatica sequenza della collisione aerea a Ramstein: l’incidente causò 67 vittime e 346 feriti.

In conclusione, dal lavoro di Massimiliano Giannantoni emerge inquietante l’ombra dello zio Sam, o quanto meno di uno dei suoi aerei, che avrebbe impattato con il DC9 nel tentativo di tallonare il Mig libico successivamente colpito e abbattuto da un altro aereo americano. Emerge anche in tutta la sua evidenza la brutalità di un depistaggio portato avanti vergognosamente alla luce del sole. Un depistaggio al quale non tutti si sono piegati, come l’ex Sios Linguanti. Riportiamo qui le sue parole tratte dallo speciale, perché mettono i brividi:

“perché io ho perso la pace, perché per 43 anni è stato un tormento e poi in qualità di militare io avrei dovuto tacere, di quanto visto e capito, però di fronte alle 100 vittime, cioè alle 80 e passa del DC9 più i colleghi miei, arrivano un centinaio di vittime per questa vicenda, mi sono schierato dalla parte delle vittime. Perché io credo nell’aldilà e adesso che mi unisco a loro prima o poi, ho una bella età e quindi non è che pretendo di campare ancora molto, mo che mi unisco a loro, anziché essere sputato in faccia per aver taciuto, voglio essere applaudito per aver parlato e aver detto la verità, e ne sono orgoglioso”

Guarda i nostri approfondimenti
↪ Strage di Ustica, le prove di una battaglia nei cieli. Una chiacchierata con… “Max” Giannantoni: https://youtu.be/oCvDMw_Jfy0
↪ Ustica, il tempo della verità: https://youtube.com/live/CwS8uGtozgw

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  • Gianluca Zanella

    Nasce a Roma. Editor e agente letterario, collabora dal 2015 con alcune tra le principali realtà editoriali italiane. Già collaboratore e inviato per AISE (Agenzia internazionale stampa estera), dal 2021 al 2023 collabora con il Giornale.it occupandosi di inchieste, dal 2024 è redattore di InsideOver. È fondatore del format d'inchiesta DarkSide - Storia Segreta d'Italia.

4 Commenti

  1. Edoardo Andreotti

    Un sentito ringraziamento per l’impegno,la professionalità e il coraggio che ogni giorno vi distingue nello svolgere il vostro lavoro. Con riconoscenza Edoardo Andreotti.

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    • Gianluca Zanella

      Grazie Edoardo, un caro saluto

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  2. Giancarlo Del Vecchio

    Grazie Gianluca per la tua coraggiosa attenzione a questo tragico evento, tuttora ‘aperto’. Grazie anche al solerte e puntuale lavoro di Massimiliano Giannantoni.

    Conosco molto bene Giancarlo Nutarelli, lui (come tutti coloro che ‘sanno’) è perennemente alla ricerca della verità su quanto successo al fratello Ivo a Ramstein.

    Quel giorno Ivo era in ottime condizioni fisiche, era l’elemento di punta (Pony 10, anche noto come ‘il Solista’) della pattuglia acrobatica (era considerato un ‘Top Gun’ dell’Aeronautica Militare Italiana): sono in molti (esperti), una volta visionato i filmati della figura fatale detta ‘cardioide’, a evidenziare un tentativo di manovra di recupero del pilota a fronte di una chiara anomalia dell’aeromobile… Un errore che Ivo Nutarelli non avrebbe MAI commesso. E la revisione degli aerei delle Frecce è sempre puntuale oltre ogni norma scritta!

    Con Ivo perirono il capo formazione, Ten. Col. Naldini (lo stesso – è un caso? – dell’F104 in volo con Nutarelli nello spazio aereo nazionale quel 27 giugno 1980) e il Cap. Alessio.
    Caso vuole che Nutarelli e Naldini, dopo aver per anni rispettato gli ordini ricevuti (da perfetti militari quali erano…), fossero attesi pochi giorni dopo dal Giudice Dr. Priore, all’epoca responsabile delle indagini sull’accaduto nei cieli di Ustica, di fronte al quale avrebbero sicuramente contribuito a squarciare (anche se magari solo in parte) quella cappa di colpevole omertà imposta dai vertici militari, di concerto con la NATO.

    Del resto, sono più d’uno i ‘cadaveri illustri’ in stretta connessione con i fatti di Ustica, periti in circostanze a dir poco anomale: un maresciallo dei carabinieri, un giornalista d’inchiesta tedesco… Certo è che la ‘ragion di stato’ ne fa fuori di gente considerata ‘informata’ sui fatti (quelli da nascondere pena la vita, appunto)!

    Bene ha fatto Giuliano Amato (anche se con imbarazzante ritardo) a riaprire il caso con le sue considerazioni (anche se oggi all’ipotesi del missile si sostituisce quella, da te descritta con ottima intuizione, della ‘destrutturazione’ dell’aereo ITAVIA, a causa o di una collisione con un jet militare, oppure di una manovra criminale del pilota del jet che, incrociandolo a prua a velocità subsonica, ha annullato la portanza all’aeromobile con conseguenti danni strutturali decisivi.

    Per ristabilire la verità e con essa restituire dignità e rispetto a coloro che, loro malgrado, sono stati vittime innocenti di quell’ignobile evento, e finalmente indicare con il massimo disprezzo (le condanne dei tribunali, si sa, non arriveranno mai) tutti coloro che ordinarono silenzi, depistaggi, calunnie, omicidi, convinti di poter cancellare per sempre la verità.

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    • Gianluca Zanella

      Grazie mille per questo messaggio

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