La maternità è spesso dipinta come un’esperienza colma di amore, gratificazione e istinto protettivo. Tuttavia, dietro questa immagine idealizzata, si nasconde una realtà più complessa e, talvolta, drammatica. Esistono donne che, sopraffatte da disturbi psichiatrici e condizioni emotive estreme, arrivano a commettere il gesto più impensabile. L’infanticidio, un tabù che la società fatica a comprendere…

Immagine di repertorio.
Il tema delle madri che uccidono i propri figli è uno degli argomenti più delicati e disturbanti da affrontare. È un fenomeno complesso che sfida le convenzioni sociali e culturali, che mette in discussione l’immagine tradizionale della maternità come simbolo di amore incondizionato e protezione. In poche parole: è un fenomeno che spaventa. Qualcosa di cui non parlare, qualcosa da nascondere.
Il mito oscuro
Questi casi, spesso, rivelano disturbi profondi. Narcisismo patologico, depressione grave o psicosi. Queste madri hanno la percezione dei figli come ostacoli alla propria libertà o felicità e, a volte, diventano strumenti di vendetta contro un partner o contro una società che le ha deluse. Il mito di Medea, la madre che uccise i suoi figli per punire il marito traditore, è l’archetipo che incarna questa realtà oscura. Medea, con il suo gesto estremo, ci costringe a confrontarci con l’idea che l’amore materno può trasformarsi in distruzione.
Il mito di Medea sfida uno dei tabù più radicati: il concetto di maternità come legame sacro e indissolubile. Medea, figura centrale della tragedia di Euripide, è la madre che trasforma la maternità in arma, capace di generare e distruggere vita con la stessa spietata determinazione. Figlia del re della Colchide, maga potente e donna profondamente appassionata, Medea sacrificò tutto per amore di Giasone. La maternità, da legame sacro e inviolabile, diventò la sua arma di vendetta. Uccidere i figli non fu solo un atto di cieca violenza, ma un colpo mortale contro Giasone, una punizione definitiva per aver osato abbandonarla. Nel mito, Medea incarna la distruzione dell’ordine naturale: la madre, simbolo universale di amore e protezione, si trasforma in carnefice, in giudice spietato della propria discendenza.
In psichiatria, si parla di “madri Medea” per indicare donne che uccidono i propri figli per vendetta, frustrazione o disperazione. Medea è, ancora oggi, una figura che inquieta e affascina, perché costringe a guardare l’ombra dentro l’archetipo materno, a interrogarsi su quanto amore e distruzione possano coesistere nella stessa anima.
Maternità: destino inevitabile o scelta autentica?
Madri in bilico tra desiderio, società e cultura, elementi, questi ultimi, che giocano un ruolo cruciale. L’idea che una donna debba essere madre per realizzarsi può portare a conflitti interiori devastanti, soprattutto per chi non brama consapevolmente la maternità, ma si sente in qualche modo obbligata a conformarsi. Donne con sogni da bambine, cresciute con l’illusione che la maternità le avrebbe completate, rese migliori, conferito loro un ruolo chiaro e rispettabile nella società. Donne che hanno creduto alla favola, che hanno abbracciato l’idea che un figlio fosse la chiave per dare senso alla loro esistenza.
“Ho sempre voluto diventare mamma, era un sogno che coltivavo fin da bambina. Mia figlia non è mai stata un intralcio nella mia vita, ma il regalo più bello che la vita mi abbia fatto.” Con queste parole, Alessia Pifferi, accusata di aver lasciato morire di stenti la piccola Diana di soli 18 mesi, riempie le pagine del suo diario durante le prime settimane di reclusione. Sei giorni di solitudine per la piccola Diana, mentre lei, come una principessa delle favole, si concedeva un lungo fine settimana d’amore con il suo compagno.

Alessia Pifferi durante l’udienza del processo a suo carico per aver lasciato morire di stenti la figlia Diana. Milano, 13 maggio 2024.
Nessuna ansia, nessun pensiero. Solo un taglio netto, preciso, chirurgico al cordone ombelicale dell’emotività. L’istinto materno diventa un concetto che si dissolve nell’aria, un’idea astratta. Non c’è spazio per il tormento, per i ripensamenti. C’è spazio solo per lei, lei alla ricerca di un uomo che possa riempire il suo vuoto, che la faccia sentire donna, attraente, viva.
Si dice che una madre senta il dolore del figlio come se fosse il proprio, che esista un legame invisibile, indissolubile, capace di attraversare il tempo e lo spazio. In lei però, seppur madre, non c’è stata traccia di quel legame.
A voler credere alle parole scritte da Alessia Pifferi, risuonano come un pugno nello stomaco e stridono con la realtà dei fatti. La maternità, da lei tanto desiderata anche se concretizzata con un parto inatteso su una tazza di un gabinetto, si è rivelata per Pifferi una realtà che non ha lasciato spazio ad altro, che ha divorato ogni suo desiderio, ogni ambizione, ogni relazione. Condannata all’ergastolo in primo grado, si attende il prossimo 2 luglio per il verdetto della seconda perizia psichiatrica, ma, ad oggi, la Pifferi è stata dichiarata in grado di intendere e di volere. Ha fatto una scelta, tra lei e Diana ha scelto sé stessa e lo ha fatto nel modo più crudele e definitivo possibile. Ha contravvenuto a ogni regola, a ogni istinto, a ogni legame, scegliendo la sua libertà a discapito dell’essere che aveva generato.
Come lei, altre madri non ce la fanno e crollano sotto il peso di un ruolo che forse non avevano mai davvero scelto. Madri che si perdono, che si spezzano, che si ritrovano intrappolate in un incarico che le consuma. Come Veronica Panarello, una mamma ancora ragazzina che aveva concepito il piccolo Loris forse troppo presto. Una ragazza che forse non aveva ancora fatto in tempo a fronteggiare i suoi mostri: un padre conosciuto da adolescente e un pessimo rapporto con la madre che partorisce cinque figli con tre uomini diversi. Veronica Panarello era considerata una ‘mamma speciale’ da Davide, suo marito, convinto fino a scagliarsi tra le fiamme dell’inferno per difenderla. La sentenza sul caso Panarello ha posto l’accento sulla sua rabbia impulsiva come fattore cruciale. Un momento di black-out emotivo, scaturito da un evento quotidiano, quasi insignificante: il piccolo Loris non voleva andare a scuola. Un semplice rifiuto che ha innescato una reazione a catena emotiva dalla portata distruttiva.
Una rabbia impulsiva che spesso è associata a una difficoltà nel gestire le emozioni in situazioni di stress. Madri che compiono l’irreparabile. Madri sole. Madri che prima generano e poi uccidono per un bene supremo: il loro.
Quando la psiche crolla
Nel delicato equilibrio della maternità, diverse patologie psichiatriche possono emergere, trasformando il legame madre-figlio in un contesto di profonda sofferenza e dissociazione emotiva. Condizioni come la depressione post-partum, un buio che cala dopo la nascita, colpiscono molte madri nei primi mesi successivi al parto, manifestandosi con una tristezza opprimente, un senso di inadeguatezza paralizzante, una stanchezza cronica e, nei casi più gravi, persino con il rifiuto del neonato. Per alcune donne, il bambino diviene un peso insostenibile, una fonte inesauribile di ansia e disperazione. Alcuni autori l’hanno definita “un ladro che ruba la maternità”.
“Questa depressione mi sta uccidendo” e ancora “Vivere così non ha più senso”. Questo, nel 2024, aveva scritto Carola Finatti su due bigliettini lasciati su un tavolino. Carola aveva chiesto aiuto, era affetta da una grave forma di depressione post partum, ma come risposta ricevette farmaci e un congedo. Solo tre mesi dopo, la sua spirale di disperazione si è conclusa nel modo più atroce: nella casa di Nole Canavese, in provincia di Torino, annegò nella vasca da bagno Perla, la sua bimba di soli 10 mesi. Carola non resse a quel gesto estremo e tentò il suicidio. “Io e Carola stavamo insieme da 18 anni, Perla era il nostro sogno” ha raccontato il marito Antonio Parriello che è arrivato giusto in tempo per impedirle di morire.
In “Madri assassine: depressione post-partum e figlicidio” presentato dalla Dott.ssa Fabiana Farigu all’interno del 10° Corso di Formazione dell’Associazione Italiana di Psicologia Giuridica (AIPG), che si è tenuto tra gennaio e novembre del 2010, si evince che su 1000 donne che partoriscono, 150 circa soffrono di un disturbo depressivo, 20 circa di nevrosi traumatica postnatale e una o due svilupperanno una psicosi puerperale. Questi quadri sintomatologici che si distinguono anche per intensità, durata e gravità, indicano tutti la possibile vulnerabilità della donna in un periodo di profonda ricostruzione e riorganizzazione psichica attorno a un nuovo “individuo” che dipende interamente da lei.
Psicosi post-partum e disturbi di personalità: la mente fragile delle madri assassine
Ancora più rara ma devastante, la psicosi post-partum spezza il contatto con la realtà, intrappolando le madri in un incubo di allucinazioni e deliri. Il bambino, in questi casi, può diventare una minaccia percepita, spingendo a gesti irreparabili in un vortice di follia omicida.
Il disturbo borderline di personalità getta invece le neo mamme in un costante caos emotivo, tra sbalzi d’umore violenti e paura dell’abbandono. La maternità, con le sue richieste, amplifica le fragilità, portando a percepire il figlio come un ostacolo e, in crisi estreme, a manifestazioni aggressive letali.
Con il narcisismo patologico, il figlio perde la sua individualità, divenendo un’appendice dell’ego materno. Se il bambino contrasta l’immagine idealizzata o il bisogno di controllo della madre, può scattare una dinamica manipolatoria e, in casi limite, distruttiva, con il figlio visto come un ostacolo da eliminare.
Infine, traumi irrisolti, cicatrici invisibili di un passato doloroso, possono riemergere con violenza nel delicato periodo della maternità. Madri che hanno subito abusi, violenze o traumi significativi spesso affrontano la genitorialità con profonde ferite emotive non rimarginate. Se il bambino, involontariamente, diviene un “trigger”, un elemento che riporta prepotentemente alla superficie ricordi dolorosi e repressi, la relazione madre-figlio rischia di trasformarsi in un campo di battaglia interiore, dove la sofferenza non elaborata può tradursi in comportamenti autolesionistici o distruttivi nei confronti del figlio, trascinando entrambi verso conseguenze irreparabili.
Comprendere per prevenire: quando il supporto può salvare due vite
Parlare dei disturbi psichiatrici che possono portare a gesti estremi come l’infanticidio non significa giustificare il crimine, ma piuttosto comprendere le dinamiche che lo rendono possibile. La maternità è spesso dipinta come un’esperienza naturalmente appagante, ma la realtà è ben più complessa. Molte donne si trovano ad affrontare difficoltà profonde, spesso senza il supporto adeguato. La solitudine, la mancanza di aiuto psicologico e le aspettative opprimenti possono trasformare la maternità da esperienza gioiosa a incubo mentale, trascinando alcune madri in una spirale di disperazione.
L’intervento tempestivo può fare la differenza tra una madre in difficoltà e una tragedia irreparabile. La società deve riconoscere le fragilità materne e garantire strumenti di supporto psicologico adeguati. Esistono strategie che potrebbero cambiare questa realtà. Rendere la terapia e il supporto psicologico gratuiti e facilmente accessibili, specialmente per le madri in situazioni di fragilità economica e sociale, permetterebbe di prevenire molti casi di depressione e psicosi post-partum. L’istituzione di sportelli di ascolto dedicati nelle strutture sanitarie e nei consultori darebbe alle donne un punto di riferimento immediato, senza dover superare barriere economiche o burocratiche.
In diversi paesi esistono programmi di monitoraggio post-partum, in cui ostetriche e psicologi seguono le madri nei mesi successivi al parto, verificando il loro stato emotivo e psicologico. Il monitoraggio psicologico post-partum dovrebbe diventare una pratica standard, con controlli regolari che permettano di individuare segnali di depressione o psicosi in fase iniziale, evitando che il disagio si trasformi in tragedia.
La salute mentale materna è un tema ancora circondato da tabù e stigmi. Campagne di informazione, formazione per operatori sanitari e educazione sulla maternità possono cambiare la percezione del disagio materno, evitando l’emarginazione di chi soffre e favorendo l’accesso ai servizi di aiuto.
Le madri non dovrebbero mai sentirsi sole nel loro ruolo. Intervenire significa rompere il silenzio attorno alle difficoltà mentali legate alla maternità, perché una madre in crisi non è una madre cattiva: è una madre che ha bisogno di aiuto. E il primo passo verso un vero cambiamento è riconoscere questa realtà e agire prima che sia troppo tardi.




0 commenti