Novi Ligure: quando l’orrore è dentro casa

Scritto da: Alessio Cacciapuoti
21 Febbraio 2026

Novi Ligure, 21 febbraio 2001. Alle 21:10 circa, una ragazzina bionda, in tuta ginnastica con i piedi nudi sporchi di fango e sangue, si dimenava in strada per fermare un’automobile di passaggio con a bordo due donne. «Hanno ammazzato mia madre» fu la frase che risuonò nel buio di quella sera particolarmente fredda e ventosa. Una sera difficile da dimenticare.

Erika e Omar

La scena del crimine e la prima versione dei fatti

Dopo pochi minuti, le forze dell’ordine si fiondarono in via Dacatra, ubicata nel benestante quartiere Lodolino di Novi Ligure, una cittadina di ventinovemila abitanti che – nonostante il nome – si trova in Piemonte, in provincia di Alessandria. Al numero 12, una villetta color salmone con, al cancello, un cartello: “Attenti al cane”. A dispetto dell’avviso, però, i due spinoni apparivano stranamente tranquilli.

All’interno della villetta si era da poco consumato l’orrore: sangue sul pavimento, sulle scale che portavano al piano superiore, in bagno e perfino sul soffitto. Due delitti talmente brutali che il procuratore capo di Alessandria, Carlo Carlesi, alla vista dei cadaveri fu colto da malore.

Il giorno dopo l’Italia intera apprese la notizia di quello che sarebbe poi diventato il tristemente famoso “Delitto di Novi Ligure”: Susy Cassini, 41 anni, madre e donna modello oltre che fervente cattolica e suo figlio Gianluca De Nardo, 11 anni, erano stati brutalmente assassinati con un’impressionante serie di coltellate. Il marito e padre, Francesco De Nardo, ingegnere quarantaquattrenne, si salvò perché quella sera era a giocare a calcetto con gli amici e fece tardi. Così come la figlia sedicenne Erika, la ragazza che aveva dato l’allarme e che raccontò di essere in casa quando avevano fatto irruzione due “albanesi” armati di coltelli.

Il sospetto verso lo “straniero” e le incongruenze

Immediatamente a Novi Ligure, così come nell’intero paese, scattò la caccia allo “straniero”. In molti reputarono come principale responsabile di quella situazione l’allora sindaco di Novi Ligure: Mario Lovelli, reo di non aver saputo proteggere la città in maniera adeguata. In un’epoca in cui internet era agli albori e la televisione la faceva ancora da padrona riguardo l’informazione, la città si trovò letteralmente invasa da giornalisti.

Microfoni ed inviati speciali presero ad assediare la città e la villetta, andarono in onda speciali tv e fu costruito in un batter d’occhio il plastico da esibire a “Porta a porta”. In breve, quello di Novi Ligure, diventò uno dei più feroci delitti del nostro paese ad opera di ignoti immigrati. Nonostante il clima da linciaggio nei confronti dello “straniero”, le forze dell’ordine intuirono delle incongruenze nel racconto di Erika.

La ragazza aveva parlato di un pugno sferratole da uno degli aggressori. Sul suo corpo però non vi era alcun segno del trauma. Inoltre, la sua storia, caratterizzata da una “strana” freddezza, era raccontata con distacco proprio mentre teneva la mano del suo fidanzatino Mauro Favaro (ma che tutti in paese chiamavano “Omar”), anche lui giunto sul luogo dell’omicidio dopo poco. La ragazza inoltre manteneva le distanze dal padre, Francesco De Nardo. De Nardo è un uomo di origini meridionali, che si era trasferito al nord per “sbarcare il lunario”: era diventato ingegnere e poi dirigente di uno degli stabilimenti della “Pernigotti”, una delle aziende leader nel campo dolciario e uno dei fiori all’occhiello dell’economia del settentrione.

Erika e Omar furono portati in caserma ed alla ragazzina furono mostrate delle foto segnaletiche di alcuni immigrati della zona. Lei puntò il dito sull’immagine di un ragazzo di origine albanese di diciassette anni, giurando di riconoscere in lui uno degli aggressori, ma il giovane aveva trascorso l’intera serata al bowling di Novi, con un alibi verificato dale forze dell’ordine. Oltretutto sulla base dei rilievi degli inquirenti risultò che non vi era alcun segno di effrazione e che nessun oggetto di valore era stato sottratto. Decadde quindi il movente della rapina, anche in ragione dell’orario insolito. Al contempo si appurò che le armi, con cui erano state assalite e uccise le vittime, appartenevano alla famiglia. Erano infatti due coltelli del servizio da cucina.

Ulteriori sospetti nacquero nella ricostruzione dei movimenti della testimone. Erika aveva camminato a piedi nudi tra il sangue che copriva il pavimento. Le orme, andavano sì in direzione del garage, dove lei diceva d’essere scappata, ma erano troppo ravvicinate, tipiche di una camminata e non compatibili con la fuga di chi scappa da un inseguitore. Mentre Omar, il fidanzato, aveva una strana ferita alla mano, simile ad un morso.

La confessione e la ricostruzione dei fatti

Nel pomeriggio del 22 febbraio i due ragazzi vennero convocati ie furono lasciati soli per qualche ora in una stanza della caserma dei Carabinieri. Stanza in cui erano state installate microspie e telecamere nascoste. Gli inquirenti poterono così ascoltarne la conversazione dei due dalla quale emerse la loro colpevolezza.

Il 23 febbraio, Erika e Omar, furono condotti alla villetta per un sopralluogo. La sera dello stesso vennero posti in stato di fermo e portati nel carcere minorile “Ferrante Aporti” di Torino. Il giorno dopo, il 24 febbraio, l’Italia assistette impietrita all’incredibile notizia: a compiere i due efferati delitti erano stati loro, i due ragazzini. Erika De Nardo aveva ucciso la mamma ed il fratellino assieme al suo fidanzato Omar.

Le immagini dei due ragazzi che uscivano dalla casa dopo il sopralluogo, con i volti “nascosti” (in quanto all’epoca minorenni), fecero il giro del paese. La drammaticità della notizia fu un evento talmente forte che scosse gli animi di tutti. L’orrore non veniva dall’esterno ma si era annidato dentro casa. A rendere il tutto ancora più incredibile fu l’efferatezza dei delitti: la mamma Susy era morta in seguito ad un’emorragia causata dalle 40 coltellate ricevute. Il piccolo Gianluca, che aveva assistito impietrito all’uccisione della mamma, fu inizialmente avvelenato con un topicida, tentarono poi di affogarlo nella vasca e infine venne accoltellato.

La dinamica del delitto fu ricostruita dai RIS di Parma guidati dal capitano Gregori, in sostituzione del capitano Garofalo che si trovava a Seattle per un corso d’aggiornamento. Le analisi dei RIS tramite Bloodstain Pattern – un sistema utile a determinare il percorso balistico delle gocce di sangue – chiarirono la dinamica dell’agguato, oltre che il fisico e l’altezza degli aggressori. I due ragazzi, una volta compresa la loro posizione, non diedero un solo segno di pentimento nei confronti delle vittime. Cominciarono ad addossarsi la colpa l’un con l’altro. Erika sosteneva che fu Omar a scatenare la furia omicida mentre lei, al contrario, tentava di fermarlo. Al contrario, Omar sostenne che fu Erika chiedergli una prova d’amore, prova nella quale, tra le vittime, vi doveva essere anche il padre di Erika.

Il movente non fu mai chiarito. Erika si limitò ad affermare: «Non lo so perché ho ucciso. Forse, in quel momento non ero io». Graziana Calcagno, all’epoca Presidentessa del Tribunale dei minori, esclamò: «Una cosa del genere accade al massimo ogni secolo, per fortuna». Quando la PM Livia Locci fece confessare Erika venne fuori un quadro “particolare”: la giovane era da tempo in lite con la madre a causa del fatto che la ragazza – al contrario del fratellino – trascurasse troppo la scuola. La causa, secondo la madre, era proprio di Omar. Un ragazzo di diversa estrazione sociale che frequentava troppo il bar del padre, ed era sempre in giro a bighellonare.

Nel loro progetto, i due avrebbero dovuto uccidere anche il padre, Francesco De Nardo. Un uomo che nel corso degli anni non ha mai rilasciato
alcuna intervista ed è tornato a vivere proprio in quella villetta. Un padre che, nonostante i peccati di cui si è macchiata la figlia, non l’ha mai abbandonata e le è sempre stata vicino.

Il processo e ciò che è accaduto dopo

Nel processo di primo grado la difesa dei ragazzi chiese la non punibilità per incapacità di intendere e di volere. Ma i consulenti tecnici del pubblico ministero, gli psicologi Metello Corulli e Mauro Nanni, tracciarono un profilo meno assolutorio: «Crediamo che Erika e Omar fossero all’epoca dei fatti immuni da patologie psichiatriche rilevanti e pertanto sono pienamente imputabili».

Si parlò di “disturbo narcisistico della personalità” per Erika che la rende indifferente e superiore e di “disturbo dipendente di personalità” per Omar. La richiesta del PM Livia Locci fu di 20 anni di carcere per Erika e 16 per Omar, tenendo conto della premeditazione. Il Tribunale dei minorenni di Torino, però, fu di diverso avviso. Vennero stabiliti 16 anni per Erika e 14 per Omar. Condanne confermate dalla Corte d’Appello e dalla Cassazione. Le pene, nel corso degli anni, furono ulteriormente ridotte. Parte della pena venne poi scontata presso delle comunità di recupero.

Durante la permanenza in carcere la televisione mandò in onda delle immagini di Erika De Nardo per un’uscita temporanea dal carcere in occasione di una partita di pallavolo amatoriale all’oratorio di Buffalora, frazione di Brescia. Occasione durante la quale mostrò un colore scuro di capelli, e non più la chiara chioma di capelli come un tempo.

Il 3 marzo 2010 Omar è stato scarcerato per buona condotta mentre il 5 dicembre 2011, Erika fu trasferita presso la comunità Exodus di don Mazzi a Lonato, nel bresciano. In quell’occasione ci fu una ressa di fotografi che l’attendeva. Durante la permanenza conseguì una laurea in filosofia con votazione di 110 e lode. Occasione nella quale il padre le portò un mazzo di fiori. Successivamente Erika si trasferì a Manerba Del Garda dove ha cominciato a lavorare in un negozio di strumenti musicali di proprietà del suo nuovo fidanzato incontrato, presumibilmente, presso l’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, dove lui era volontario. I due in seguito, secondo i quotidiani, si sposarono.

Ad oggi, Erika continua ad attribuire tutta la responsabilità ad Omar con cui non ha mai avuto più alcun contatto. Meo Ponte, noto inviato di cronaca nera, intervistato sul caso ha dichiarato: «Io non ho mai capito perché, non lo so ancora adesso il perché. Le spiegazioni ufficiali non mi hanno mai convinto, non mi hanno convinto gli psichiatri, non mi hanno convinto i giudici. Credo che ci sia qualcosa che Erika – e anche Omar – tengono ancora ben stretto nella loro mente. Ben sorvegliato. Non so cosa sia».

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  • Nasce a Napoli, vive e lavora a Milano da dieci anni. Impiegato amministrativo per una Spa, giornalista freelance per vari portali online. Scrive di cinema, letteratura e cronaca nera.  Ha scritto un libro "Storia di un ragazzo di provincia" che si è piazzato fra i finalisti del "Premio autori italiani" organizzato da Planet Book ed al premio "Pubblica il tuo libro" organizzato dalla casa editrice Il filo di Arianna.

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