Nella notte di Capodanno, a Crans-Montana, una festa si è trasformata in tragedia quando un incendio ha devastato un locale affollato, spezzando decine di vite. Nei giorni successivi, però, al fuoco si è aggiunto un altro rumore: quello dei video condivisi, dei giudizi rapidi, della colpevolizzazione dei ragazzi ripresi mentre non capivano ancora cosa stesse accadendo. Non cerchiamo colpe facili, invitiamo a guardare oltre le immagini, a mettere in discussione la narrazione mediatica e la nostra fretta di giudicare. Perché il vero rispetto, davanti al dolore, comincia dal silenzio e dalla capacità di fermarsi a riflettere…

Il locale “Le Constellation” di Crans-Montana dopo l’incendio.
Quella a Crans-Montana era una festa, un rituale di passaggio, con la testa dei partecipanti piena di promesse per il nuovo 2026. Era la notte di Capodanno, tra il 31 dicembre e il 1° gennaio, quando l’anno vecchio si ritira in silenzio e quello nuovo arriva, di solito, pieno di rumore e luci. Invece lì, in quel locale di montagna pieno di giovani vite, voci e musica, il nuovo anno è arrivato con una tragedia vera, una di quelle che colpisce duro, che ti fa contorcere le viscere e vomitare bile.
Quelli che, come me, sono abituati, per lavoro, a vedere la devastazione degli incendi, le immagini sono forti e generano rabbia. La conformazione del locale, una sola via di fuga, l’assenza di protocolli di sicurezza, la capienza, il soffitto troppo basso, pannelli coibentanti non idonei, l’assenza di una risposta immediata e l’assenza di un impianto di estinzione incendi. Tutto questo in una località Svizzera, un paese stimato per la sua osservanza alle regole, al rigore.
Quella sera, al bar Le Constellation, mentre giovani e giovanissimi erano in festa, intorno all’1:30 del mattino è scoppiato un incendio. Dalle immagini si può presumere essersi innescato dalle fontanelle pirotecniche (sparkler) ancorate alle bottiglie di Champagne. Qui si notano dei primi dettagli rilevanti. Il locale è composto da due livelli, uno al piano seminterrato, quest’ultimo proprio quello dove si è originato l’incendio. Il soffitto di questo piano non è molto alto per un locale notturno e vi sono stati incollati o ancorati dei pannelli per la coibenza acustica, solitamente pannelli fonoassorbenti che dovrebbero essere composti da materiali ignifughi. In questo caso però risultano altamente infiammabili.
In un locale così basso il passaggio a braccia alte con delle fontanelle pirotecniche dovrebbe essere una pratica vietata. Proprio dalle immagini si nota un altro aspetto che avrebbe dovuto suggerire indice di pericolosità. L’innesco e la propagazione delle fiamme su quei pannelli sono rapidi, dagli stessi cadono quelle che potrebbero sembrare scintille ma che in realtà sono gocce infuocate di materiale plastico che aumentano drasticamente la possibilità di innescare ulteriori focolai su tutto il combustibile limitrofo. A mio avviso questo fattore è un altro aspetto più che rilevante che ha determinato una rapida propagazione oltre che in alto, anche dal basso verso l’alto.
Inoltre, proprio quel materiale plastico, emette fumo denso e nero, estremamente tossico. Un fumo che, nell’immediato, determina stordimento, assenza di visibilità e contribuisce al surriscaldamento dell’ambiente. Il fumo si espande dapprima su tutto il soffitto, poi inizia a scendere velocemente nella sala, a questo punto una cortina densa, calda e scura si abbatte sui partecipanti generando panico. Uno scenario che non vorrei descrivere, perché gli addetti ai lavori lo sanno, con una simile rapidità di propagazione, non occorre raggiungere il flashover affinché vi siano vittime. Già dalle fasi inziali esistono forti indicatori di una rapida diffusione e di un elevato grado di pericolosità per i partecipanti alla festa.
In quel momento è esplosa un’altra dimensione: la fragilità della vita, la vulnerabilità delle regole, la leggerezza con cui spesso trattiamo la sicurezza quando ci sembra che tanto, non potrebbe succedere a noi, a me. È la stessa leggerezza che aveva spinto centinaia di persone a riempire un locale stretto, con uscite insufficienti rispetto al numero di corpi che festeggiavano; è la stessa leggerezza che a volte ci fa credere che il fuoco sia solo un’illusione di luce, fino a quando non diventa fumo, terrore e infine tragica realtà.
I partecipanti alla festa avevano una media di 20 anni, il bilancio è una tragedia che mi opprime, 47 morti e 113 feriti gravi. Noi di Darkside ci siamo interrogati se parlarvi di quanto accaduto? Ci siamo chiesti se la mia competenza nei danni da incendio fosse utile a porvi un punto di vista critico, sensato. La realtà è che, la ricerca di senso, quando a morire sono così tanti giovani è impossibile. Tutto viene spazzato dalla rabbia e dalla tristezza, guardare nella giusta direzione è quasi una stortura.
Alle autorità Svizzere spetta il compito di accertare le responsabilità dell’accaduto. La Procura vallesana ha aperto un’inchiesta e deve far chiarezza. Sappiamo già che ciò che seguirà sarà duramente accettabile, non basterà mettere sotto inchiesta la proprietà. Chi doveva controllare sull’aspetto normativo? Chi sulle norme prevenzione incendi? Chi aveva fornito/installato i materiali?
C’è poi un altro aspetto che fa rabbia ed è la narrazione tossica che si è instaurata sui social. Nei giorni successivi, come se la tragedia non bastasse, sui social e sui media scorrono frame e clip dell’incendio ai primi istanti: ragazzi che ridono davanti alle fiamme che si formano sul soffitto, quelli che cercano di spegnerle con una maglietta, altri che riprendono tutto col cellulare. I media mostrano quei minuti come se fossero prove definitive di una colpa: “Guardate come hanno reagito! Guardate come filmavano!”. E gli spettatori, da dietro gli schermi, si sentono autorizzati a giudicare – frettolosamente, con leggerezza, come se bastasse un video per capire la dinamica, i fatti, il cuore di quei ragazzi.
Si, possiamo dire che hanno sottovalutato il pericolo, ma lasciatemi dire con certezza che nessuno di loro e gran parte di voi avrebbe potuto sospettare una così rapida propagazione. In pochi, pur fiutando pericolo, sarebbero potuti uscire dal locale illesi. Quei parametri di sicurezza, che in Italia spesso vengono sottovalutati e ritenuti da alcuni una perdita di tempo per le piccole e media imprese, servono proprio a salvare il salvabile quando le cose vanno male.
Immaginate di trovarvi in un luogo chiuso, con odore forte ed acre nel naso, nella gola, senza visibilità e con il fiato oppresso dal fumo. Possiamo moralizzare sulla loro incoscienza, ma siamo sicuri che sia davvero questo il senso che vogliamo dare a questa tragedia? Un video non è esperienza, e non dice nulla di quello che loro sentivano, vedevano o comprendevano in quei pochi, terribili secondi. Alcuni operatori sanno che le immagini sono spesso ingannevoli, raccontano un aspetto ma nascondono mille altri strati: il cuore impaurito, la confusione, la musica che non si spegne, e soprattutto quel senso di invincibilità che ogni generazione vive – finché non si trova di fronte alla propria fragilità.
Criticare significa chiedersi prima di tutto come e perché raccontiamo queste storie, quale atteggiamento assumiamo quando vediamo giovani riprendere un primo segno di fiamma piuttosto che correre verso l’uscita. Significa riconoscere che la colpevolizzazione online non aggiunge nulla alla verità, non porta conforto alle famiglie in lutto, non aiuta gli investigatori a capire i fatti reali. Sono immagini tragiche, ma una seconda tragedia sta nella nostra fretta di interpretarle.
La nostra responsabilità, come spettatori, comincia quando smettiamo di giudicare e iniziamo ad ascoltare – i sopravvissuti, le famiglie, i soccorritori, e soprattutto le domande che queste morti impongono alla nostra civiltà.




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