Ombre e misteri sull’arresto di Totò Riina

Scritto da: Gianluca Zanella
16 Gennaio 2025

Il 15 gennaio del 1993 l’operazione “Belva” condotta dal CrimOr porta all’arresto del “capo dei capi” Totò Riina, ma la mancata perquisizione immediata del covo ha lasciato ombre e dubbi mai svelati su uno degli arresti più clamorosi della storia della lotta alla mafia.

Foto segnaletica di Salvatore Riina.

La cattura del “capo dei capi”

Il 15 gennaio 1993, a Palermo, in viale della Regione Siciliana, nei pressi del Motel Agip, si concludeva la latitanza di Salvatore Riina, alias “Totò u curtu” o “zù Totò”, il boss corleonese che nel corso dei suoi 24 anni di latitanza aveva insanguinato l’Italia con un’efferatezza mai raggiunta prima da un capo mafioso. L’arresto, avvenuto intorno alle 8:55-9:01 del mattino (la discrepanza è riportata nei verbali), segnò la fine di un’era per Cosa Nostra (aprendone un’altra, non meno violenta), ma aprì anche una serie di interrogativi irrisolti che, a trent’anni di distanza, continuano ad alimentare dubbi e, in alcuni casi, veri e propri sospetti.

Salvatore “Totò” Riina in stato di arresto.

Riina, il mandante degli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, oltre a innumerevoli altri crimini – tra cui gli assassini del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, di Boris Giuliano, Ninni Cassarà, Piersanti Mattarella e Pio La Torre – viene catturato a pochi chilometri dalla sua abitazione clandestina, dove viveva con la famiglia. L’operazione, denominata “Belva”, portò all’arresto del boss grazie alla collaborazione del pentito Baldassare Di Maggio, ex autista di Riina, il quale guidò i carabinieri del Capitano Ultimo di fronte al covo e, nascosto all’interno di una “balena” [un furgone di copertura con i vetri oscurati], indicò loro la macchina da seguire.

La mancata perquisizione

Un successo importante per uno Stato messo a dura prova dallo stragismo e dal dilagare della violenza. Un successo, però, macchiato da quei punti oscuri che sin da subito stonarono nel quadro complessivo della vicenda, arrivando inevitabilmente a inquinarla con l’ombra del sospetto che qualcosa di poco chiaro sia avvenuto. Negli anni, infatti, giornalisti, politici e magistrati hanno interpretato la mancata perquisizione del covo di Riina, sito in via Bernini 54, nel quartiere Uditore, come un segno lampante che la cattura fosse stata il frutto di un accordo indicibile stretto con quella fazione di Cosa nostra spaventata dalle conseguenze della guida folle di Totò ‘u curto. Accordo o non accordo, di certo quella scelta ha rappresentato un unicum nella storia delle catture di latitanti mafiosi.

Il sostituto procuratore Luigi Patronaggio, incaricato della perquisizione, venne bloccato dal capitano Ultimo, Sergio De Caprio, con la motivazione di voler attendere eventuali arrivi di altri affiliati. Una giustificazione che stride con la contestuale diffusione della notizia dell’arresto da parte dell’ANSA, rendendo di fatto impossibile qualsiasi operazione di “osservazione”. Ultimo, nelle numerose occasioni in cui si presta al confronto con il pubblico, non sfugge mai la domanda e anzi, difende quella scelta con vigore, sottolineandone il valore strategico.

L’ex capo dell’unità CrimOr Sergio De Caprio detto anche “Capitano Ultimo”.

Ad ogni modo, la casa di Riina venne perquisita solo il 3 febbraio, con un ritardo di quasi tre settimane. Quando le forze dell’ordine vi fecero ingresso, trovarono l’appartamento completamente svuotato: la cassaforte aperta, una stanza segreta accessibile da una botola anch’essa vuota e i mobili accatastati. Un vero e proprio “ripulisti” che, secondo le rivelazioni del pentito Giovanni Brusca, fu opera dei Sansone, costruttori vicini ai corleonesi. Ma c’è anche un dettaglio inquietante: secondo il magistrato Gianfranco Donadio, al momento della perquisizione l’appartamento era stato da poco ritinteggiato. Sotto il velo della vernice, però, erano presenti alcuni fori disseminati in diversi punti dell’abitazione. L’ipotesi di Donadio – condivisa con noi di Darkside durante un evento pubblico – è che in quel locale fossero presenti delle microspie. Di chi, non è dato saperlo, ma il sospetto lasciato intuire dal magistrato è che oltre che per i documenti, l’appartamento sia stato opportunamente ripulito soprattutto per quei dispositivi di ascolto.

L’archivio di Riina

Su cosa vi fosse realmente in quell’appartamento le ipotesi si sono sprecate. Si è parlato di un archivio segreto di Riina, ma la sua esistenza non è mai stata confermata. Alcuni ipotizzano che documenti e informazioni cruciali siano stati distrutti dalla moglie del boss, Ninetta Bagarella, su ordine del marito, mentre altri credono che fosse nelle mani di Matteo Messina Denaro. Molto probabilmente sono errate entrambe le ipotesi. Molto probabilmente, non si saprà mai.

La moglie di Totò Riina, Ninetta Bagarella.

Le accuse di favoreggiamento

La mancata perquisizione immediata ha causato non pochi problemi ai due personaggi di maggiore rilievo di questa vicenda, ovvero Sergio De Caprio e il suo allora superiore, Mario Mori. Entrambi, infatti, furono accusati di favoreggiamento a Cosa nostra, venendo poi assolti. Ma la conseguenza più grave è, probabilmente, quella di aver macchiato indelebilmente una delle pagine più importanti della lotta alla mafia.

Il generale dei carabinieri Mario Mori.

Un altro dei dubbi cui difficilmente verrà mai data una risposta certa, è il ruolo di Bernardo Provenzano. Anche nel suo caso, la mancata individuazione del suo covo – segnalato da Luigi Ilardo al colonnello Michele Riccio – è stata più volte interpretata come il “premio” per aver permesso la cattura della bestia. Ma forse questo è esattamente il potere reale della mafia: sporcare qualunque cosa, anche i successi.

Approfondimenti collegati
↪ Hanno fermato il Capitano Ultimo: https://youtu.be/3ObcUzOdX9I
↪ La versione del generale Mori: https://youtu.be/GBRfKHP51tA

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  • Nasce a Roma. Editor e agente letterario, collabora dal 2015 con alcune tra le principali realtà editoriali italiane. Già collaboratore e inviato per AISE (Agenzia internazionale stampa estera), dal 2021 al 2023 collabora con il Giornale.it occupandosi di inchieste, nel 2024 è stato redattore di InsideOver. È l'ideatore del format di informazione indipendete DarkSide - Storia Segreta d'Italia e presidente dell'Associazione Culturale DarkSide.

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