Filippo Turetta ha massacrato la sua ex fidanzata, Giulia Cecchettin, colpendola 75 volte con un coltello nell’arco di 20 minuti. Un lento massacro che, tuttavia, non gli è valsa l’aggravante della crudeltà. Eppure l’opinione pubblica non ci sta. Cerchiamo di fare chiarezza e di capire per quale ragione i giudici hanno preso questa decisione.

Giulia Cecchettin.
C’è una frase che risuona, cupa e stridente: «Non è stato crudele». Eppure, i fatti parlano un’altra lingua: settantacinque coltellate. Ventidue anni lei, Giulia Cecchettin, studentessa brillante di ingegneria biomedica, con sogni precisi e una vita davanti. Uccisa in un parcheggio di Fossò, nel Veneto operoso e silenzioso, la notte dell’11 novembre 2023. L’assassino, Filippo Turetta, ventunenne, colui che fino a pochi mesi prima era stato il suo fidanzato.
75 coltellate in 20 minuti
Il 3 dicembre 2024, la Corte d’Assise di Venezia emette la sentenza: ergastolo. Riconosce la premeditazione, il sequestro di persona, l’occultamento di cadavere. Ma l’aggravante della crudeltà, no. Settantacinque coltellate, sferrate in un arco di venti minuti, non sono state ritenute crudeli dalla giustizia, quella delle aule, non quella che ribolle nella pancia del Paese. Cos’è, dunque, la crudeltà per la legge italiana oggi?

Filippo Turetta in aula della Corte di Assise. Venezia, 25 novembre 2024.
Questa domanda non trova risposta solo in una sentenza, ma riflette lo scollamento profondo tra il diritto e la percezione collettiva della violenza, in un’Italia dove la morte di una giovane donna e le sue settantacinque ferite diventano, ancora una volta, terreno di scontro tra norme, opinione pubblica e una difficoltà diffusa nel chiamare le cose con il loro nome più scomodo.
Il teatro delle relazioni spezzate
Giulia e Filippo si erano conosciuti da ragazzi. Una storia nata in provincia, apparentemente normale vista da fuori. Lui, descritto come introverso, possessivo, quasi a confondersi con lei. Lei, energica, desiderosa di allargare i propri orizzonti. Un copione fin troppo noto, quello che riempie i fascicoli dei femminicidi.
Negli anni, la figura di Filippo diventa un’ombra per Giulia. Quella che la criminologia definisce dipendenza emotiva si traduce in controllo, in possesso mascherato da amore. Quando Giulia decide di interrompere la relazione, di riprendersi il suo spazio, Filippo non reagisce con un impeto improvviso, ma con una freddezza calcolata che culmina in un’esplosione di violenza meticolosa. Non uccide per rabbia momentanea, uccide per annientare.
Overkill: quando la violenza è un linguaggio
Settantacinque coltellate. Venti minuti di accanimento. La criminologia chiama questo fenomeno “overkill”, iper-violenza. Non si tratta solo di togliere la vita, ma di cancellare simbolicamente la vittima. È un atto che gronda significato: ogni fendente in più rispetto a quelli necessari per uccidere esprime rabbia, dominio, la volontà di distruggere l’identità stessa della persona, la sua indipendenza, la sua capacità di dire “no”. Turetta, secondo le perizie, non è affetto da vizio di mente. Rappresenta piuttosto il volto più comune del femminicidio: l’uomo “normale” che non tollera il rifiuto, la perdita di controllo.
La premeditazione è evidente: il coltello comprato in anticipo, il luogo isolato scelto per l’aggressione, il tentativo di nascondere il corpo, la fuga pianificata. Elementi che la Corte ha riconosciuto. Eppure, al momento di qualificare l’efferatezza dell’atto finale, qualcosa si è fermato.
Giustizia, simboli e quella parola evitata
La motivazione della Corte è spiazzante: le settantacinque coltellate sarebbero “effetto dell’inesperienza” di Turetta nell’usare l’arma, non di un sadico compiacimento nel prolungare la sofferenza. Una spiegazione tecnica che suona stonata di fronte alla brutalità dei fatti. È davvero solo inesperienza? O si è preferito non spingersi fino in fondo, non usare una parola – crudeltà – che avrebbe avuto un peso simbolico enorme?
Escludere la crudeltà significa, per molti, sottrarre alla collettività un riconoscimento fondamentale: quello che identifica nell’eccesso di violenza non un incidente emotivo, ma una deliberata volontà distruttiva, radicata in una logica di possesso estremo. Il dibattito si è acceso su un interrogativo tragico: quante coltellate servono per definire un atto crudele? Un paradosso che mostra come il sistema giuridico possa, a volte, sterilizzare l’orrore, addomesticare l’evidenza attraverso formule tecniche.
Ammettere la crudeltà, in questo contesto, avrebbe significato riconoscere più apertamente che la violenza sulle donne in Italia non è un insieme di casi isolati, ma un fenomeno sistemico, culturale. Un meccanismo che si nutre di una visione proprietaria delle relazioni, mascherata spesso da “amore” o “passione”. Nel 2023, l’ISTAT ha contato 120 donne uccise, quasi sempre da partner o ex. L’overkill è una costante in molti di questi crimini: un messaggio inciso sui corpi, un codice di annientamento. Un codice che, con questa sentenza, la giustizia ha scelto di non decifrare fino in fondo.
Non è solo un delitto
La morte di Giulia Cecchettin non è solo una tragedia individuale. È un sintomo, l’ingranaggio visibile di un sistema più vasto. Un Paese che si commuove, si indigna, scende in piazza, ma poi fatica a tradurre questo dolore in un cambiamento culturale profondo. Un Paese dove una sentenza può affermare che settantacinque coltellate non configurano crudeltà e dove il linguaggio giuridico sembra, a volte, creare una distanza rassicurante dalla realtà più brutale.
C’è qualcosa di irrisolto in questo. La sensazione che non si voglia guardare davvero in faccia il problema. Che si preferisca considerare Turetta un’eccezione, anziché la manifestazione estrema di una cultura del possesso ancora diffusa, che si annida nel non detto, nei compromessi educativi, nelle giustificazioni silenziose.
Non basteranno le condanne, per quanto severe. Il problema non è solo chi compie materialmente l’atto finale, ma l’humus culturale che lo rende possibile: chi educa al controllo invece che al rispetto, chi insegna che un rifiuto è un’offesa personale, chi normalizza la gelosia trasformandola in possesso. Chi, infine, può arrivare a pensare che venti minuti di furia omicida siano solo frutto di goffa inesperienza.
Ogni volta che una parola viene omessa, ogni volta che si attenua la portata simbolica di un femminicidio, si prepara, inconsapevolmente, il terreno per il prossimo. E il prossimo, purtroppo, ha già un nome, una storia, una potenziale vittima.
Sta a noi decidere se continuare a chiamarle tragedie imprevedibili, o iniziare finalmente a dare il nome giusto alle cose, guardando in faccia la scomoda verità che rappresentano.




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