Sei anni dopo l’omicidio di Fabrizio “Diabolik” Piscitelli, la giustizia torna al punto di partenza: nessun killer definitivo, nessun mandante processato. L’assoluzione di Raul Esteban Calderon riapre tutte le domande sul delitto che ha acceso la guerra criminale di Roma tra clan storici, mafia albanese e narcotraffico internazionale…

Fabrizio Piscitelli, noto come “Diabolik”, ucciso a Roma nell’agosto 2019.
Roma, 9 maggio 2026 – Sei anni, nove mesi e un giorno dopo il colpo alla nuca al Parco degli Acquedotti, l’omicidio di Fabrizio Piscitelli, alias “Diabolik”, torna a non avere un nome. La Prima Corte d’Assise d’Appello di Roma, presieduta da Vincenzo Capozza, ha ribaltato l’ergastolo inflitto in primo grado a Raul Esteban Calderon, alias Gustavo Alejandro Musumeci, assolvendolo “per non aver commesso il fatto”. La Procura generale aveva chiesto la conferma del fine pena e in più il riconoscimento dell’aggravante del metodo mafioso. Non solo non è arrivato il sigillo mafioso: è caduta l’intera impalcatura accusatoria.
«Quello che è successo oggi è una vergogna», ha commentato Tiziana Siano, legale di parte civile della madre e della sorella di Piscitelli. Sul fronte opposto, soddisfazione dei difensori Gian Domenico Caiazza ed Eleonora Nicla Moiraghi: «Non c’era nessuna prova che coinvolgesse Calderon». Aspettando le motivazioni, una cosa è certa, delle decine di omicidi che hanno insanguinato la Capitale tra il 2019 e il 2022, quello di Diabolik è il delitto che li ha innescati tutti e oggi nessun mandante e ora nemmeno un esecutore è stato definitivamente accertato.
L’agguato del 7 agosto 2019
Sono le 19 di una calda sera d’estate. Piscitelli, 53 anni, leader storico degli Irriducibili della curva Nord laziale, scavalca il muretto di via Lemonia con il suo bodyguard e autista cubano. È arrivato a bordo di un suv per un appuntamento. Si siede su una panchina del Parco degli Acquedotti, area sud-est della città, in mezzo alla gente che fa jogging e porta a spasso il cane.
Un uomo in tenuta da runner gli si avvicina alle spalle. Allunga il braccio. Spara un solo colpo dietro l’orecchio sinistro. Diabolik muore sul colpo. Il sicario riprende la corsa lungo via Lemonia, dileguandosi tra le case. L’azione viene immortalata da una telecamera privata posizionata su un balcone affacciato sul parco: il video, un solo frammento, diventerà il cuore controverso del processo.
Gli inquirenti capiscono subito tre cose. La prima: si tratta di un’esecuzione di scuola, “mani molto esperte”. La seconda: l’incontro era una trappola. La terza, come scriveranno poi i pm Mario Palazzi e Rita Ceraso, è che il delitto matura «in un contesto di criminalità organizzata, con modalità eclatanti, non casuale né legato a motivi transitori».
Chi era davvero “il Diablo”
Per leggere la trama non basta la cronaca giudiziaria. Dobbiamo saper leggere la nuova conformazione di Roma, una realtà complessa che per un periodo sembra voler vivere una tregua all’insegna del profitto dato dai proventi della droga. leggere tra le righe un sistema Servono i due libri-inchiesta che negli ultimi due anni hanno rimesso in fila quel mondo: Mala. Roma criminale di Francesca Fagnani (SEM, 2024) e Invincibili. La mafia albanese da Roma alla conquista del mondo di Nello Trocchia (Rizzoli, 2025). Insieme alla puntata di Un giorno in pretura dell’8 aprile 2025 dedicata interamente al processo Piscitelli, restituiscono la fotografia di un sistema, non di un omicidio isolato.
Piscitelli, racconta Francesca Fagnani nel suo libro “Mala. Roma criminale” è solo «la punta dell’iceberg di quella rete di organizzazioni criminali che governano sul territorio»: una connection che parte dagli Irriducibili, attraversa la cosiddetta “batteria di Ponte Milvio”, arriva al cartello degli albanesi di Elvis Demce, lambisce la camorra del clan Senese, tocca i Casamonica e i clan di Ostia. Diabolik aveva fatto da garante, secondo gli inquirenti, di un accordo di “pax mafiosa” tra Casamonica e gruppi del litorale. Movimentava centinaia di chili di cocaina e hashish. Le forniture passavano per Fabrizio Fabietti, suo braccio destro, e per Dorian Petoku, vicinissimo a Demce.
L’omicidio di Diabolik non è stato solo un delitto: è stato il detonatore della guerra criminale che ha riscritto gli equilibri di Roma.
Il legame tra mala romana e mafia albanese è un nodo fondamentale per comprendere la vicenda. Nel suo libro “Invincibili. La mafia albanese da Roma alla conquista del mondo”, Nello Trocchia descrive perfettamente la mappatura e l’evoluzione criminale della mafia albanese. Sbarcata clandestinamente in Italia a partire dal 1991, ha sin da subito stretto un patto con la mala italiana: prima scafisti e picchiatori, poi killer a contratto, infine narcotrafficanti che oggi controllano porti e centri di smistamento dall’Ecuador a Dubai. Roma è stato il laboratorio. E a Roma uno dei nodi è stato proprio il rapporto tra Piscitelli e gli albanesi della Curva Nord, Demce in primis, cresciutogli accanto allo stadio, al punto che gli Irriducibili gli avevano dedicato uno striscione assieme a Diabolik.
Il movente: i conti non tornano con Senese
La pista che ha guidato gli investigatori della Direzione Distrettuale Antimafia, dei carabinieri del Nucleo Investigativo e della Squadra Mobile, sotto la regia dei pm Palazzi, Ceraso e Francesco Cascini, ha una logica netta, ricostruita attraverso le chat criptate Sky ECC, le intercettazioni e le dichiarazioni dei collaboratori, i fratelli Fabrizio e Simone Capogna in primis. Proprio Fabrizio Capogna, alias Lo Squalo si è trovato in mezzo ad una lotta intestina tra i broker della droga della mala albanese.
La decrittazione di Sky ECC è stata, ad oggi, la più sofisticata operazione tecnologica condotta in Europa contro la criminalità organizzata, ed è ancora in parte coperta dal segreto di Stato francese. La storia ha tre piani: tecnico, operativo, giuridico. Ma questo è un altro capitolo di questa vicenda che non possiamo approfondire qui.
Tornando a Diabolik, secondo la ricostruzione confermata anche dal VI e VII rapporto sulle Mafie nel Lazio, “stava inondando di cocaina la Capitale” attraverso un sistema solido di fornitura. Era cresciuto nell’orbita del clan camorristico di Michele Senese, “‘o pazz'”, e con lui aveva un accordo: percentuale sugli incassi del narcotraffico. Con Senese in carcere, Piscitelli avrebbe smesso di versare la “stecca” e iniziato ad allargarsi: Roma Nord, il litorale, le piazze più ricche.
«Doveva essere fatto sei anni fa, non sapeva stare in mezzo alla strada», dice in un’intercettazione contenuta nell’informativa depositata al processo Fabrizio Mineo, figlio di un noto procuratore sportivo, vicino al gruppo degli albanesi. È la frase che chiude il quadro: per la mala, Diabolik era diventato troppo, e troppo presto.
I nomi finiti sul registro degli indagati come mandanti sono quattro: Giuseppe Molisso, detto “Barba”, e Leandro Bennato, detto “Biondo”, entrambi pupilli di Senese, con l’autorizzazione dello stesso “‘o pazz'” e l’aiuto di Alessandro Capriotti, “er Fornaro”, l’uomo che secondo l’accusa avrebbe portato Piscitelli sulla panchina-trappola e che da Diabolik in passato era stato tradito. Bennato è nipote di Walter Domizi, “Il Gattino”, boss del narcotraffico di Primavalle, Ottavia e Casalotti. Nessuno dei quattro è oggi imputato per l’omicidio: il procedimento sui mandanti è ancora in fase di indagine.
Il pentimento di Rina Bussone
Il primo grado si era retto su tre pilastri: il riconoscimento dell’esecutore nelle immagini del balcone privato; la compatibilità balistica con una pistola calibro 9×21 sottratta in una rapina in zona Casilina; e soprattutto le dichiarazioni di Rina Bussone, “la Buscettina”, ex compagna di Calderon, oggi sotto protezione. Singolare che proprio Rina Bussone sia stata ospite di Francesca Fagnani a Belve Crime lo scorso 05.05.2026.
La donna, in passato rapinatrice romana di Torre Spaccata, le pistole le chiamava “le mie bambine”, raccontò ai magistrati prima e in aula poi, in videoconferenza dall’aula bunker di Rebibbia il 18 settembre 2023, di aver appreso da Calderon stesso, nelle ore successive al delitto, una frase secca: «Ho ammazzato Diabolik». Lo avrebbe detto a bassa voce, in camera da letto, dopo aver abbassato la serranda. Bussone ha riferito anche di aver visto sparire dalla sua disponibilità la 9×21 della rapina in gioielleria, riconosciuto l’ex compagno nel video del runner («la postura, la maglietta, i pantaloncini») e indicato in Bennato il mandante che avrebbe pagato 100mila euro più 4mila euro al mese per l’esecuzione, con un movente preciso: Piscitelli aveva fatto girare in città la voce che “il Biondo” fosse un confidente delle forze dell’ordine, un “infame”.
In primo grado, il 25 marzo 2025, la Terza Corte d’Assise di Roma aveva ritenuto la testimonianza «credibile solo in parte per alcune discrepanze», ma sufficiente, insieme agli altri elementi, a fondare l’ergastolo – pur senza l’aggravante del metodo mafioso. In appello quell’impianto non ha tenuto.
La guerra dopo Diabolik: la stagione del sangue
L’omicidio del 7 agosto 2019 non è la fine di una storia, è l’inizio di un’altra. È il punto in cui la Mala romana cessa la pax e dichiara guerra. È quanto Fagnani descrive con la formula “le gang in guerra sotto il manto della grande bellezza”, e che Trocchia inserisce in un quadro internazionale: l’ascesa albanese che sostituisce, nel ventre criminale di Roma, la vecchia geografia.
La cronologia della rappresaglia, ricostruita dai pm e oggi materiale processuale, è la seguente:
- 14 novembre 2019: tentato omicidio di Leandro Bennato a Boccea. Lo riconducono al gruppo degli albanesi di Demce, che lo considera mandante. Bennato si salva.
- 14 e 25 novembre 2019: Fabrizio Fabietti, braccio destro di Diabolik, scampa per due volte. Si salva paradossalmente perché viene arrestato nel frattempo come capo della banda di Piscitelli.
- 2020-2021: pianificazione dell’omicidio di Giuseppe Molisso, che viene tentato. La regia, secondo l’accusa, è di Demce, con un ruolo anche di Matteo Costacurta detto “il principe” e di Bardi Petrit, pugile dilettante albanese soprannominato “Titi”, vicino agli Irriducibili.
- Settembre 2021: a Torvaianica, nello stabilimento Bora Bora, viene assassinato a colpi di pistola tra i bagnanti Selavdi Shehaj, albanese di 38 anni. Per gli inquirenti è la risposta del fronte “italiano” al tentato omicidio di Bennato. Per quel delitto, Calderon e Molisso sono stati condannati: l’ergastolo a Calderon per Shehaj non è stato toccato dall’assoluzione di ieri.
- 17 dicembre 2021: Calderon viene fermato dalla Squadra Mobile.
Negli stessi mesi viene ferito a colpi di pistola Alessio Marzani; Demce orchestra anche da dietro le sbarre sequestri ed estorsioni, gli verrà notificato il 41-bis nel dicembre 2025, primo caso italiano per un boss albanese in Italia.
“Mafia Capitale non è mafia. E ora Diabolik non ha killer”
La sentenza di ieri si inserisce in una scia che già pesa sulla giustizia romana. Mafia Capitale, in Cassazione, perse l’aggravante mafiosa. Il primo grado del processo Piscitelli aveva escluso il metodo mafioso. L’appello di ieri ha cancellato anche l’esecutore. Sulla guerra 2019-2022, decine di morti, tentati omicidi, sequestri di persona, gambizzazioni, gli accertamenti definitivi sono pochi: per molti episodi, come per Diabolik, non c’è ancora una verità giudiziaria.
«C’è qualcuno che ci dovrà dare delle spiegazioni, ha detto l’avvocata Siano, perché il video è chiaro, è evidente che questa decisione nasce da errate attività investigative ed errori che in secondo grado sembrano essersi pagati». La Procura generale, in attesa delle motivazioni, valuterà il ricorso in Cassazione.
La vera domanda, oggi, non è chi abbia premuto il grilletto. È perché una guerra criminale lunga tre anni continui ad avere così poche verità definitive.
Ma lo sfondo, almeno per quelli che riescono a leggerlo, è chiaro, Roma è una capitale criminale dove convivono, quasi sovrapposti, il cartello camorrista di Senese, gli eredi della Banda della Magliana, i Casamonica, i clan di Ostia, i gruppi di Acilia, i narcos albanesi di Demce, i sodali colombiani e olandesi che riforniscono il porto di Gioia Tauro e quelli della logistica del Nord Europa. Sono sodalizi che convivono l’uno accanto all’altro, spartendosi il territorio in modo fluido e a volte dinamico. Un equilibrio che sembra solido ma che è fragile come un vaso di cristallo. Diabolik, secondo gli inquirenti, se li era andati a cercare. La sua morte, la guerra che ne è seguita, e l’assoluzione di ieri sono i tre tempi di una stessa storia: una mafia romana che ha combattuto la sua guerra, l’ha vinta, ha riscritto i suoi equilibri. La giustizia, intanto, arranca.




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