Quella di Giulia Ballestri è la storia di un femminicidio annunciato, maturato dentro una relazione segnata da controllo, ricatto e ossessione per l’immagine. Matteo Cagnoni, il “dermatologo dei vip”, non accetta la separazione e la attira in una villa isolata, dove la uccide con violenza estrema. Una messinscena fragile, destinata a crollare sotto il peso delle prove…
Alle 18 di sabato 17 settembre 2016, Guido Ballestri si presenta al comando di Polizia di Ravenna per sporgere denuncia di scomparsa della sorella, Giulia Ballestri. Guido non riesce a mettersi in contatto con la sorella dal 15 settembre, il telefono risulta spento e a casa in via Giordano Bruno a Ravenna, dove vivono i coniugi Cagnoni, non risponde nessuno. L’allarme della scomparsa di Giulia arriva anche dall’amico della donna Stefano Bezzi, che non riesce a contattarla da giorni e che riferisce alla Polizia che la donna avrebbe avuto un appuntamento con lui la mattina del 17 settembre, ma non si è presentata.
Partono le indagini e gli inquirenti ipotizzano un allontanamento volontario, che il fratello tuttavia esclude spalancando le porte ad uno scenario familiare complesso tra la sorella Giulia Ballestri ed il cognato Matteo Cagnoni, al quale si aggiunge una nuova relazione che la donna ha intrapreso da circa un anno con il citato Stefano Bezzi.
Giulia
Non si comprende la reale portata di questa vicenda se non si fa un passo indietro: Giulia Ballestri nasce a Ravenna in una famiglia molto facoltosa nell’ambito dell’imprenditoria, avvolta dal calore dei genitori e dall’ottimo rapporto con il fratello Guido con cui condivide quote societarie nell’azienda di famiglia, nella quale entrambi sono cresciuti.
Quando ha 26 anni, Giulia, incontra Matteo Cagnoni, dermatologo ravennate di fama nazionale e di 12 anni più grande, i due intraprendono una relazione incoraggiata dalle famiglie a causa della buona reputazione che li precede. Matteo Cagnoni, figlio del professor Mario Cagnoni, medico, docente all’Università di Firenze ed erede di una famiglia di armatori, viene reputato lo scapolo d’oro della Ravenna dell’alta borghesia che frequenta il circolo Forestieri presso Palazzo Rasponi. Giulia rimane affascinata dalla sua personalità avvolgente e nel 2002 i due convogliano a nozze acquisendo notorietà.
Matteo chiede a Giulia di rinunciare al lavoro nell’azienda di famiglia rimanendo socio e lei accetta dedicandosi alla famiglia e ai 3 figli che nel 2016, al tempo dei fatti, hanno 11, 9 e 6 anni. La carriera di Matteo Cagnoni diventa sempre più importante e il suo nome compare anche in diversi programmi televisivi. Nel 2015 Giulia non accetta più la vita di ostentazioni alla società borghese e di ammirazione ricercata dal marito e desidera fortemente riappropriarsi della propria indipendenza.
Il matrimonio inizia a vacillare e Cagnoni, che si accorge dell’insofferenza per la vita coniugale della moglie, inizia ad esercitare forme di controllo sempre più opprimenti, fino a farle diagnosticare una forma di depressione seguita dalla somministrazione di antidepressivi assicurandosi che Giulia li assuma.
La gabbia
I metodi controllanti e coercitivi avanzati da Matteo Cagnoni non fermano Giulia nella ricerca di una nuova vita che ritrova iniziando la frequentazione con un ex compagno di scuola, imprenditore e padre di un bambino, Stefano Bezzi. Il Cagnoni, nel sospetto di una relazione extraconiugale della moglie, ingaggia un investigatore privato e piazza un dispositivo GPS per rintracciare l’auto di Giulia e duplica la SIM del suo telefono, accedendo così ai contenuti privati e alle conversazioni della donna.
Quando Giulia decide di mettere fine al matrimonio in favore della nuova relazione, Matteo inizialmente si mostra comprensivo e chiede che la donna non frequenti Stefano fino alla separazione effettiva minacciando di mostrare ai genitori e a Ravenna il contenuto dei messaggi intimi che scambia con il nuovo compagno. L’apparente comprensione di Matteo Cagnoni cela in realtà il desiderio di intraprendere una battaglia legale con la quasi ex moglie in tribunale, assumendo nuovamente gli investigatori privati per pedinarla e raccogliere prove a suo favore. Cagnoni non ha alcuna intenzione di concedere il divorzio a Giulia Ballestri in tempi brevi e le impone di mantenere la facciata sociale che la coppia aveva costruito, assumendo lo stesso avvocato divorzista.
Quando Giulia se ne accorge impone al marito di concludere le pratiche. In vista del vitalizio che avrebbe dovuto fornire alla moglie e ai figli minorenni, l’uomo preventivamente si spoglia di tutti i suoi beni, donandoli al fratello. Confidandosi con le sue più care amiche Giulia rivela che Cagnoni, servendosi in maniera ricattatoria della separazione, la obbliga ad avere rapporti sessuali e a continuare a comportarsi come una moglie rispettabile agli occhi della società ravennate.
Il 13 settembre Giulia Ballestri intima all’ormai ex marito di concludere le carte per il divorzio e di lasciarla in pace. Il 16 settembre scompare.
Le ricerche e la fuga rocambolesca del Cagnoni
Dopo la denuncia di scomparsa da parte del fratello Guido Ballestri e dell’amico Stefano Bezzi, partono le indagini e gli inquirenti non escludono la pista della fuga volontaria. Il 18 e il 19 settembre i familiari e gli amici di Giulia si mobilitano per la ricerca della donna, l’unico che non collabora è il marito che si trova a Firenze con i figli nella villa dei suoi genitori.
Domenica 19 settembre le ricerche proseguono mentre Matteo Cagnoni fa visita all’avvocato penalista Trombini, amico del padre, con la scusa di una consulenza per la causa civile in corso con la moglie. Non solo, Cagnoni si reca in aeroporto, senza un apparente motivo.
Giulia Ballestri non si trova e Stefano Bezzi suggerisce agli inquirenti di cercare nella villa di famiglia dei Cagnoni in centro a Ravenna in via Padre Genocchi. La Polizia e i Vigili del Fuoco si recano alla villa intorno a mezzanotte. La vigilante che controlla le ville nella zona prova ad avvertire Matteo Cagnoni dell’ingresso delle Forze dell’Ordine, ma lui non risponde al telefono. Proverà poi a chiamare Giulia Ballestri, ma il telefono risulta spento e nell’intento di avvisare i clienti, contatterà il telefono fisso della villa di Firenze, a cui risponde Vanna Costa, anziana madre del dermatologo a cui la vigilante spiega che alla villa si sono recati Polizia e Vigili del Fuoco.
Quando il Cagnoni apprende che alla villa i Poliziotti stanno tentando di aprire la porta, a mezzanotte e undici minuti manda un sms ad una sua vecchia fiamma, disdicendo un appuntamento con lei fissato per il giorno dopo, a causa di un “grosso guaio”, nonostante il vigilante non avesse saputo riferire le motivazioni della presenza di Poliziotti alla villa. Successivamente il Cagnoni contatta la sua assistente a cui chiede di disdire tutti gli appuntamenti del giorno seguente perché “è successa una tragedia”.
La Squadra Mobile di Firenze, su richiesta dei colleghi di Ravenna, cerca Matteo Cagnoni nella villa di Firenze a mezzanotte e mezza circa. Alla porta risponde la madre del Cagnoni mentre lui fugge dalla finestra del retro della casa e la rocambolesca fuga viene immortalata dalle telecamere di sicurezza della residenza. Intorno all’una di notte i Poliziotti nella villa di Ravenna ritrovano un cadavere non identificabile, di cui non vengono messi al corrente gli anziani coniugi Cagnoni, che nel frattempo lasciano ispezionare la casa di Firenze alla Polizia.
La vicequestore Maria Assunta Ghizzoni, al ritrovamento dei tre figli di Giulia Ballestri e Matteo Cagnoni, interroga gli anziani coniugi sulla loro presenza nella villa di Firenze e Vanna Costa risponde prontamente che si trovano lì perché la loro madre (Giulia Ballestri) è stata uccisa tre giorni prima da un albanese che la donna aveva sorpreso a rubare. La Ghizzoni, quindi, domanda come mai non erano state avvertite le Forze dell’Ordine della presenza del cadavere e come mai i giornali non ne avessero ancora parlato, ma la donna risponde ritenendo che sia troppo presto, essendo successo solo tre giorni prima.
Mario Cagnoni, di fronte al goffo tentativo di depistaggio della moglie, le intima di non proferire parola. Nel frattempo, nella villa di Firenze viene ritrovata la giacca di Matteo Cagnoni con al suo interno il proprio passaporto, sul letto quelli dei tre figli con circa 1500 euro in contanti. La finestra aperta lascia intuire agli inquirenti la fuga del Cagnoni, che verrà rintracciato una prima volta alle 3:40 della stessa notte a circa tre chilometri dall’abitazione e, dopo l’ennesimo tentativo di fuga, definitivamente arrestato alle 6 del mattino, mentre fa ritorno alla villa. Nel frattempo, nella villa di via Padre Genocchi gli inquirenti iniziano l’attività di sopralluogo.
Il ritrovamento del corpo nella villa di via Genocchi
Il sopralluogo della Polizia Scientifica in via Genocchi inizia al pianterreno della villa, in cui non viene rinvenuta inizialmente nessuna traccia, come al piano superiore. Nella sala, però, gli operatori osservano tracce di sangue sul pavimento, sulle scale e sulle pareti. Le tracce ematiche sembrano fermarsi al ballatoio del primo piano per proseguire in sala, poi lungo le scale che portano in cantina, dove viene ritrovato il corpo di una donna in posizione supina.
Il cadavere non viene immediatamente identificato perché completamente sfigurato e con il cranio spaccato. Il corpo della donna è nudo, indossa solo il reggiseno sollevato che scopre i seni. La schiena della donna è incollata al pavimento della cantina perché finita su una trappola per topi.
Il viso è completamente sfigurato come conseguenza di una aggressione messa in atto con una violenza inaudita, tale da farle perdere due incisivi, il primo dei quali rinvenuto sul pavimento vicino alle scale, l’altro conficcato nella gola. Il cadavere viene identificato come quello di Giulia Ballestri.
Come emerso dai rilievi l’azione omicidiaria inizia dal ballatoio, messa in atto da un corpo contundente, che si stabilirà essere un grosso ramo di pino ritrovato nella monocamera al primo piano della villa. L’assassino, ritenendola morta, trascina la vittima per i piedi lungo la scalinata facendole sbattere la fronte su ogni scalino, nel salone lungo il corridoio e poi lungo le scale che portano alla cantina dove viene denudata. Nonostante i colpi subiti, Giulia non muore subito e prova a rialzarsi, lo si evince dalle tracce di piedi nudi insanguinati sul pavimento. L’assassino però le sbatte la testa sullo spigolo delle pareti, lasciandola agonizzante. Il medico legale stima 45 minuti di angherie, e almeno un’ora di agonia prima della morte. Il sangue sul vecchio frigorifero in cantina però presenta tracce dell’assassino.
Le indagini
Per l’omicidio di Giulia Ballestri viene indagato il marito Matteo Cagnoni. Nei giorni successivi al ritrovamento del cadavere la Polizia Scientifica ha raccolto molte prove a suo carico. Sono stati ricostruiti i movimenti di Giulia Ballestri durante la mattina di venerdì 16 settembre, quando i due coniugi hanno accompagnato i figli nel loro primo giorno di scuola per poi recarsi alla pasticceria Le Plaisir per la colazione, come documentato dalle telecamere della pasticceria.
Successivamente il Cagnoni, con la scusa di visionare dei quadri di valore, attira Giulia nella villa di via Genocchi, dove la colpisce con il bastone di pino prelevato dalla legnaia della casa di Firenze, dato che verrà verificato con accertamento tecnico tramite l’esame del DNA presente sull’oggetto, riconducibile sia a Matteo Cagnoni che al padre Mario Cagnoni.
I colpi inflitti a Giulia sono innumerevoli, quasi tutti al viso, con lo scopo di deturparlo, cancellarlo, renderlo irriconoscibile. L’azione omicidiaria inizia sul ballatoio del primo piano, facendo schizzare il sangue sulle pareti, sulla balaustra, e termina con il trascinamento della vittima in cantina per nascondere il cadavere. Giulia è ancora viva quando il Cagnoni le infligge il colpo di grazia fracassando il capo sullo spigolo della parete. Poi la spoglia, portando via gli abiti, mai ritrovati, lasciandole scoperto il seno, come segno di umiliazione.
Dalla villa Cagnoni porta con sé due cuscini che verranno ritrovati nella casa di Firenze in via Bolognese, residenza dei suoi genitori. La notte della perquisizione a Firenze, Mario Cagnoni proverà a sbarazzarsi dei cuscini, e dirà in seguito che essendo molto pregiati non voleva che finissero in mani di terzi.
Dopo l’omicidio Matteo Cagnoni proverà a ripulire il sangue, attuando il cosiddetto staging, cercando inutilmente di cancellare le tracce troppo vaste per essere eliminate, abbandonando il tentativo dopo poco. Come succede nella maggior parte dei casi di staging, l’assassino commette degli errori: viene ritrovata un’impronta palmare di Matteo Cagnoni intrisa del sangue di Giulia impressa sul vecchio frigorifero in cantina e un’impronta di scarpa apparentemente da uomo.
Una telecamera a circuito chiuso posto sull’edificio della Guardia di Finanza che si trova proprio in via Padre Genocchi, in orari compatibili con l’assassinio di Giulia, riprende un’auto come quella di Matteo Cagnoni, da cui escono due persone che si accingono ad entrare nella villa dell’omicidio, da cui ne uscirà solo una. L’auto nei giorni precedenti sarebbe stata ripresa mentre sostava per la durata di 7 minuti fuori dalla villa, probabilmente mentre il Cagnoni operava un sopralluogo della casa e portava al suo interno l’arma del delitto.
Dopo l’omicidio il Cagnoni ritira i figli da scuola, impedendogli di portare con sé i telefoni e quando chiedono della madre farà credere loro che la donna li ha abbandonati. Una volta giunto a Firenze, l’uomo svuota il baule dell’auto, ripreso da una videocamera di sorveglianza della villa, agisce in maniera frenetica, traffica nel vano porta bagagli entrando ed uscendo dalla casa, posizionando degli oggetti tra le siepi e i cespugli, e viene ripreso mentre maneggia la giacca blu che indossava durante la mattinata in pasticceria, che non verrà mai ritrovata. In un frame Cagnoni sposta freneticamente un oggetto di colore bianco dal bagagliaio all’interno della casa. Questo oggetto sembra essere la borsa che Giulia Ballestri indossava quella mattina in pasticceria durante l’incontro con il marito.
Nei giorni successivi all’arresto, da alcune intercettazioni sembra che i genitori del Cagnoni siano convinti che ad uccidere la nuora sia stato il figlio, alludendo allo stato mentale alterato dovuto alla sofferenza che Giulia gli avrebbe procurato a causa della “distruzione della sua famiglia” e che “non ci ha visto più” a causa del forte trauma. L’uomo, nonostante le numerose prove a suo carico, quando viene sentito dal GIP si dichiarerà completamente estraneo ai fatti, accusando dell’omicidio dei ladri di origini albanesi che secondo il Cagnoni si aggiravano da qualche tempo intorno alla villa, a sostegno di quanto affermato dalla madre.
Su queste dichiarazioni del Cagnoni verterà la sua difesa.
L’uomo asserisce che la mattina del 16 settembre 2016, insieme alla moglie, accompagna i figli a scuola per poi recarsi in un bar per la colazione, dopodiché si sposta con lei alla villa per mostrarle dei quadri che il Cagnoni avrebbe voluto far valutare. Dopo la mattinata, il Cagnoni afferma di aver lasciato la villa perché la donna avrebbe voluto passare del tempo al suo interno, per uscire dal retro, giustificando così la sua assenzanelle riprese delle telecamere di sorveglianza della caserma in via Genocchi.
Il dermatologo dirà di averla incontrata sotto casa in via Giordano Bruno a mezzogiorno per chiederle di accompagnare lui e i bambini nella casa di Firenze e Giulia si sarebbe rifiutata. L’uomo sostiene di aver preso i bambini da scuola e averli portati a Firenze per fargli trascorrere qualche giorno con i nonni. Con freddezza al termine dell’interrogatorio chiede gli arresti domiciliari che gli verranno negati per l’elevato rischio di inquinamento delle prove.
Il processo e la condanna
Nel maggio del 2017 l’uomo viene rinviato a giudizio dalla procura di Ravenna con le accuse di omicidio pluriaggravato da premeditazione, crudeltà e dall’aver agito nei confronti del coniuge. Nel giugno del 2018 si apre il processo di primo grado. L’accusa durante le udienze porta avanti la tesi secondo cui il Cagnoni avrebbe organizzato l’omicidio della moglie perché convinto che quella separazione l’avrebbe disonorato agli occhi della società civile borghese a cui apparteneva.
Non solo, il fatto che la donna avesse deciso di intraprendere un’altra relazione con un uomo appartenente a un ceto sociale più basso rispetto a quello di appartenenza del dermatologo, era per Cagnoni motivo di disonore, discredito e vergogna massima.
Durante il processo viene dimostrato come il Cagnoni fosse recidivo negli episodi di violenza: il primo nei confronti di un Vigile Urbano a causa di una multa; il secondo, più indicativo, nei confronti del nuovo compagno della moglie, Stefano Bezzi, che lo denunciò per aggressione fisica e verbale. La morte di Giulia Ballestri, secondo l’accusa, è stata cagionata da un soggetto manipolatore, terrorizzato dall’idea che la moglie potesse autodeterminarsi e guadagnare una propria indipendenza, in completa autonomia rispetto al marito.
Le prove e gli indizi che portano in maniera incontrovertibile ad accusare il dermatologo ravennate sono numerosi. Tra quelli che non lasciano spazio ai dubbi troviamo una chiamata di domenica mattina alla madre, quando Giulia non era ancora stata trovata, alla quale il figlio dirà di essere arrivato a Firenze il sabato, ossia il giorno precedente, mentendo. Cagnoni partirà per la Toscana il venerdì pomeriggio, dopo essersi visto con Giulia, dettaglio che ometterà durante la telefonata.
La porta della villa di via Genocchi è stata trovata chiusa a chiave con l’allarme inserito, per cui è necessario un codice: fatto che prova l’incongruenza con il racconto di Vanna Costa e successivamente del figlio che sostenevano l’ingresso in casa dei ladri sorpresi da Giulia. Il pretesto dei quadri da valutare non regge in quanto l’ex dermatologo già in passato li aveva già fotografati e mostrati all’esperto di arte. Il Cagnoni, inoltre, dopo aver commesso il crimine torna a casa, si fa una doccia e prepara le valigie proprie e dei figli, lasciando detto alla colf di riservare qualsiasi comunicazione a lui e non alla moglie, anche se il dermatologo non disponeva nemmeno del suo numero di telefono. Per l’accusa, avendo posto in essere l’omicidio, sapeva che Giulia Ballestri non avrebbe potuto rispondere.
La difesa gioca la carta dell’oltre ogni ragionevole dubbio: se fosse stata plausibile anche solo la minima ipotesi alternativa alla colpevolezza del Cagnoni, egli sarebbe stato assolto. Secondo la tesi della difesa, Giulia Ballestri torna alla villa in via Genocchi dopo essersi incontrata con l’ex marito sotto casa in via Giordano Bruno perché si accorge di aver dimenticato il telefono al suo interno. Qui verrebbe assalita da due individui che nel frattempo si erano intrufolati nella casa dalla porta che forse Giulia aveva lasciato aperta mentre recupera il cellulare o erano già al suo interno. Giulia avrebbe reagito e i due l’avrebbero aggredita.
Secondo la difesa, infatti, Giulia nelle tre ore che intercorrono tra l’incontro con il Cagnoni e il ritorno alla villa di via Genocchi avrebbe mangiato, come dimostra il contenuto del suo stomaco. Quindi Giulia Ballestri non può essere morta la mattina, come sostenuto dall’accusa, ma nel primo pomeriggio. Fatti smentiti dall’autopsia che rivela come l’unica sostanza presente nello stomaco di Giulia fosse del caffè, che, come mostrano le telecamere, è stato consumato presso la pasticceria dove si è recata con il Cagnoni quella mattina. Non solo, Giulia dopo quella mattina non era stata vista da nessuno e risultava irrintracciabile.
La difesa non dà nessuna spiegazione né sull’impronta palmare sul vecchio frigorifero intrisa del sangue della vittima, sulla porta chiusa a chiave con l’allarme inserito, mentre sulla presenza del ramo di pino portato da Cagnoni il giorno prima dell’omicidio la difesa ha una tesi precisa: niente escluderebbe che quel ramo di pino l’abbia portato proprio Giulia, senza spiegarne la motivazione o l’utilità.
La condotta di Matteo Cagnoni durante tutto il processo di primo grado non è esemplare. L’uomo durante la requisitoria dei PM cercherà di disturbare con commenti inopportuni, ingiuriosi e reiterati nei confronti del Pubblico Ministero e dei testimoni alla sbarra. Il suo atteggiamento è ben lontano da ciò che fino a quel momento ha mostrato in pubblico: durante il processo non è impassibile, serio e contenuto e verrà infatti ripetutamente allontanato dall’aula per comportamento irrispettoso e non consono ad un’aula di tribunale.
L’uomo verrà ritenuto colpevole di omicidio premeditato con l’aggravante della crudeltà e occultamento di cadavere e condannato alla pena dell’ergastolo: sentenza definitiva nell’aprile del 2021, quando in appello la difesa cambia strategia e ammette la responsabilità del Cagnoni, che ha agito in uno stato di alterazione psichica tale da averlo reso incapace di intendere e di volere al momento del fatto. A supporto di questa tesi, verrà richiesta una perizia psichiatrica, che verrà rifiutata dalla Corte. Cagnoni, mentre sconta la pena nel carcere di Sollicciano, dichiara di non ricordare nulla di quanto ha commesso.





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