Omicidio Rapesta: disarmamento o vendetta per Giorgio Vale?

Scritto da: Pietro Di Dionisio
6 Maggio 2025

1982. Nella fase finale della lotta armata, un commando neofascista di Ostia emulo dei Nar disarma e uccide l’appuntato Giuseppe Rapesta, poliziotto di guardia alla stazione San Pietro. L’omicidio avviene il 6 maggio, il giorno dopo la morte di Giorgio Vale. Apparentemente l’azione sembra essere una vendetta per la morte del “Drake”, ma l’agguato nasconde una realtà tragicamente più banale…

Giuseppe Rapesta.

6 maggio 1982, ore 21: una Mini Cooper rossa si avvicina alla stazione San Pietro. Dentro ci sono quattro camerati tra i più pericolosi di Ostia. L’atmosfera è elettrica, l’autista è su di giri per la cocaina e nella piccola utilitaria si respira un’aria gonfia di adrenalina. Nelle radio in quei giorni impazza la hit di Claudia Mori, “Non succederà più” e l’Italia che si avvia all’estate è in fermento per il mondiale di calcio in Spagna.

Da sinistra: Andrea Litta Modignani, Sergio Biagini e Fausto Busato.

Per i neofascisti romani quelli del maggio ’82 sono giorni movimentati, il giorno prima è morto Giorgio Vale: insieme a Walter Sordi e Cavallini era l’ultimo pezzo grosso del nucleo storico dei Nar rimasto ancora in giro. Un conflitto a fuoco con l’Ucigos nel suo covo al Quadraro, a via Decio Mure. La versione della polizia parla di suicidio, ma tra i camerati sono in tanti a non crederci. Fatto sta che la morte del “Drake” sconquassa l’ambiente dello spontaneismo armato di destra, che in quel mese di maggio è ormai nella fase della disgregazione finale.

La partita ormai è cambiata, adesso è lo Stato a inseguire. I terroristi che ancora non sono morti continuano con fatica la loro latitanza, perché rispetto ai quattro anni precedenti il fenomeno della lotta armata è in calo. Il 1982 per la destra neofascista è un anno di arresti, di covi identificati, di armi sequestrate. I disarmamenti e le rapine sono sempre di meno, il pentitismo sta prendendo piede, e chi non è in carcere deve combattere duramente per trovare appoggi e soldi.

In quella primavera dell’82 la Mambro è stata arrestata dopo una rapina, i Fioravanti sono in carcere ormai da un anno, Vale e Alibrandi sono morti, Walter Sordi invece è ancora vivo e alla disperata ricerca di armi. Nell’ aprile 1982, Il “Roscio”, pezzo da ‘90 del terrorismo di destra (ha già alle spalle svariati omicidi ed è alla guida di un piccolo gruppo di fedelissimi), individua la piccola stazione San Pietro, dove c’è un appuntato della Polfer 54enne che sta per andare in pensione.

Sordi entra nel suo ufficio, si finge un turista e ci scambia due parole: vede che il poliziotto non è più giovane, è lento nei movimenti e capisce che quello può essere un disarmamento facile. Quanto basta per finire nella lista degli obiettivi dei Nar. Il poliziotto si chiama Giuseppe Rapesta, vive in Via Boccea, è originario di Vico Equense. Sposato, ha 3 figli e lavora nell’ufficio della Polfer alle spalle di Via delle Fornaci da ormai 25 anni. La stazione dove presta servizio Rapesta non è un grande snodo ferroviario, è frequentata soprattutto da pellegrini e visitatori della vicinissima Basilica di San Pietro.

Il piazzale della stazione come appariva nel 1982 – tratto dal film “Cornetti alla Crema”.

I neofascisti di Ostia

A Ostia, in via dei Velieri 150, c’è un bar, si chiama “Vecchia America”.

Il proprietario del bar, di origini sabine, è noto per avere simpatie di destra e raccoglie nel piccolo locale i neofascisti locali. Studenti simpatizzanti del Duce e criminali bivaccano ogni giorno tra i flipper e i tavolini, pronti a difendersi da un attacco degli odiati “compagni”. Il bar, infatti, è stato preso di mira più volte dagli antagonisti. Sono state lanciate molotov e bombe, qualcuna è stata addirittura rivendicata dal gruppo “Nucleo Proletario Territoriale per il Comunismo”. Ostia all’alba degli anni ‘80 (visibile chiaramente nel film di Caligari “Amore Tossico”), ha ancora l’aspetto di un ghetto-dormitorio, sventrato dagli abusi edilizi e dai palazzinari, ed è terreno di battaglia tra varie criminalità per lo spaccio dell’eroina, che sta vivendo un boom.

I licei ostiensi, come il “Debriola” e l’”Anco Marzo”, sono teatro di scontri accesi, di dibattiti che finiscono in risse tra fazioni opposte.Tra i fascisti più noti attivi nelle scuole del litorale ci sono dei giovanissimi ragazzi che bazzicano intorno al bar “Vecchia America”. Sono Fasto Busato e Andrea Litta Modignani, classe ’60, e gravitano intorno al gruppo “Costruiamo l’Azione”. Busato, nato a Reading, figlio di un dipendente di una compagnia area, è anche amico di Alberto Giaquinto, un giovanissimo ragazzo dell’Eur noto negli anni di piombo: Giaquinto frequenta Ostia, i parenti hanno una storica farmacia nel centro della città. Diventerà tristemente famoso nel gennaio ’79, quando perderà la vita a Centocelle, ucciso da un agente di Polizia durante un corteo non autorizzato per ricordare la strage di Acca Larentia.

Il mito dei Nar arriva prepotente da Roma e seduce i neofascisti di Ostia, che hanno poca dimestichezza con la politica: Busato e Modignani non sono interessati ai discorsi ideologici. Pippano, sfrecciano sulla Colombo, ripetono qualche frase di Evola e, tra una denuncia e l’altra per aggressione, delinquono anche per fuggire da una vita che ritengono essere troppo prevedibile. Disprezzano l’uomo comune, odiano la “massa”.

Si riempiono la testa di slogan di ribellione sterile, non c’è un disegno preciso, sono convinti che le azioni illegali e la solidarietà tra amici possano creare una società “nuova”. Il loro sogno è soprattutto quello di fare soldi e trasgredire, e inebriati dal clima di spontaneismo, i due organizzano con un loro amico una rapina sulla Laurentina per autofinanziarsi. Ma la speranza di costruire un gruppo armato viene stroncato sul nascere: nell’ottobre ’79 i tre vengono arrestati a Casalbruciato mentre stanno per rubare la macchina da utilizzare per la rapina.

Articolo dell’epoca, Paese Sera.

Nel frattempo pochi mesi dopo altri tre frequentatori fascisti del bar “Vecchia America” vengono arrestati e condannati, ma per qualcosa di molto più grande di un furto d’auto: ad Acilia, a via Macchia Palocco, nel consorzio “16 pini” da una baracca in muratura esce fuori una “santabarbara” che lascia di stucco persino gli inquirenti. Tra bandiere con le celtiche e manifesti nazisti, gli inquirenti trovano undici pistole, bombe a mano, esplosivi, divise da carabiniere. I tre arrestati, Tonino Fiore, Veriano Marchi e Roberto Femia, camerati noti nel litorale, hanno qualche collegamento con i Nar di Monteverde. Il 18 aprile 1980, un giorno dopo la scoperta del covo, verrà arrestato anche Cristiano Fioravanti. Le bombe a mano trovate infatti, sembrano provenire dall’arsenale dei Nar scoperto nel dicembre ’79 a Via Alessandria, nei pressi di Porta Pia.

Articolo dell’epoca, Il Messaggero.

Il disarmamento fatale

Maggio 82: Busato, uscito da poco dal carcere, non si è ancora arreso all’idea di costruire un suo gruppo autonomo, vuole recuperare armi e decide che la “rivoluzione” deve passare per la stazione San Pietro. Ammaliato dalle parole di Sordi, un mito per lui e per gli altri camerati, Busato prende l’iniziativa organizzando a grandi linee il disarmamento del “vecchio” poliziotto, “lento di riflessi”.
Sarà un operazione facile, basterà entrare nel gabbiotto e minacciarlo per impossessarsi della sua pistola. Insieme all’inseparabile Andrea Litta Modignani, viene reclutato anche un amico della sorella di Busato, un tossicodipendente con simpatie di destra, Sergio Biagini. Al neo nucleo armato manca un quarto uomo, che decidono con l’occasione di mettere alla prova, Nicola Aliotti. Per il loro esordio a tutti gli effetti nella lotta armata, rubano una Mini Cooper e si dirigono verso la stazione San Pietro.

Alle 21 di sera del 6 maggio 1982 i quattro parcheggiano la Mini sul piazzale, davanti al capolinea del bus ’62. Sono esaltati, qualcuno di loro dà botte di cocaina per restare concentrato.
Busato, vestito di blu, scende dalla macchina e fa un rapido sopralluogo passando davanti all’ufficio di Rapesta. Poi esce dalla stazione, fa un cenno agli altri tre che si preparano a entrare nel gabbiotto a volto scoperto. L’agente Rapesta è al telefono quando vede entrare i neofascisti. Tenta di reagire, nasce una colluttazione e Biagini spara a bruciapelo alla nuca del poliziotto.
Il sangue inonda i capelli bianchi dell’agente Rapesta, altri due proiettili lo raggiungono al collo. Gli occhiali vanno in frantumi, i bottoni della divisa della Polfer volano nella piccola stanza e finiscono nella pozza di sangue dove giace il cadavere dell’appuntato. I tre sfilano la pistola dalla fondina di Rapesta, si allontano con passo svelto e risalgono sulla Mini Cooper dove li attende Busato, che agitato, parcheggia pochi metri più in là, a via Innocenzo III, sbattendo la macchina sul portone di uno stabile. Scendono dalla Mini, salgono su una 127 rubata e scappano via velocissimi.
Nel frattempo alla stazione vengono chiamati i soccorsi. Rapesta viene portato prima al vicino Santo Spirito e poi al reparto craniolesi del San Giovanni, ma le condizioni sono disperate, uno dei proiettili della 7.65 sparato da Biagini gli ha spaccato la testa. La sera del 6 Rapesta è gia “clinicamente morto”.

La foto del cadavere di Rapesta in un articolo dell’epoca su Il Messaggero.

Le rivendicazioni per Giorgio Vale

Qualcuno dei Nar coglie la palla al balzo per collegare l’omicidio del poliziotto alla morte di Giorgio Vale, facendo quello che Nicola Rao nel suo libro “il Piombo e la Celtica” definisce “Macabro marketing politico”. Due volantini di rivendicazione vengono inviati alle redazioni, li abbiamo trovati all’Archivio Centrale di Stato e possiamo mostrarli per la prima volta: il primo volantino è inviato a Milano, alla sede de “Il Giornale Nuovo” ed è firmato “Gruppi di Fuoco Alessandro Alibrandi”

Il secondo, sempre firmato Nar, viene trovato in una cabina telefonica a Viale Regina Margherita a Roma, e contiene una lista vuota di futuri obiettivi da colpire.

L’appuntato Rapesta morirà il 12 maggio 1982, una settimana dopo l’agguato. Sergio Biagini viene arrestato l’8 maggio e Litta Modignani il 10. Fausto Busato l’8 giugno a Piazza del Popolo, Aliotti nel 1983 a Grosseto.

Biagini, colui che materialmente ha sparato a Rapesta morirà nel febbraio del 1998 in circostanze misteriose nel carcere di Regina Coeli, forse stroncato da un’overdose. Busato verrà arrestato nuovamente nel 1990, mentre è in macchina con Marcello Colafigli, il “Bufalo” di Romanzo Criminale.

Oggi alla stazione San Pietro c’è una targa che ricorda la morte dell’appuntato Rapesta

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  • Pietro Di Dionisio, giornalista per Aise - Agenzia Internazionale Stampa Estero. Autore, chitarrista, appassionato di storia dell'arte, cronaca nera e anni di piombo.

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1 commento

  1. Massimo

    Buona ricostruzione dei fatti (noto solo un refuso: il Liceo si chiama Labriola); lo asserisco avendo vissuto a Ostia in quel periodo. Che fine hanno fatto i terroristi citati che hanno partecipato all’omicidio? Grazie, saluti.

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  1. Massimo

    Buona ricostruzione dei fatti (noto solo un refuso: il Liceo si chiama Labriola); lo asserisco avendo vissuto a Ostia in quel periodo. Che fine hanno fatto i terroristi citati che hanno partecipato all’omicidio? Grazie, saluti.

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