Paraguay, 1988: l’Internazionale Nera e il “Consiglio Mondiale Islamico”

Scritto da: Alberto Fittarelli

1988. L’intelligence brasiliana – in carte desecretate di recente – segnala la stranezza del progetto di trapiantare 500 famiglie di religione musulmana nel Chaco paraguayano. Il fatto che a capo del progetto, con il consenso del dittatore Stroessner, vi sia il terrorista nero Elio Massagrande, già collegato alla P2 dalla stessa intelligence, crea il sospetto di una giuntura tra massoneria occulta e Hezbollah libanesi per lo sfruttamento dei profitti del narcotraffico.

Elio Massagrande

Uno strano progetto

Siamo nel 1988, più precisamente il 16 marzo di quell’anno: per una curiosa ma fortuita coincidenza, proprio il decennale dell’avvenimento che ha, a detta dei più, deviato la storia moderna d’Italia. La Divisione di Sicurezza e Informazioni del Ministero delle Relazioni Esterne brasiliano – l’agenzia d’intelligence del ministero degli esteri, insomma, di quella che da soli tre anni è nuovamente una democrazia – produce un’informativa classificata come “confidenziale” che ha come titolo: “Paraguay. Consiglio Mondiale Islamico. Visita di Foudil Nooreddin Abadou.” Proprio dalla sezione del servizio segreto di stanza presso l’ambasciata brasiliana di Asunción giunge questo documento. La sua lettura ci condurrà per mano in un viaggio all’interno di un racconto surreale, che però prende il suo inquietante senso se letto con la dovuta chiave di lettura.

Intestazione dell’informativa n. 405/88 della Divisione di Sicurezza e Informazioni del Ministero degli Esteri brasiliano presso l’ambasciata ad Asunción , Paraguay, con oggetto la visita in Paraguay di Foudil Nooreddin Abadou, capo del “Consiglio Islamico Mondiale”.

Il rapporto informativo, di recente desecretato dal governo brasiliano insieme a diversi altri documenti classificati dell’epoca, inizia in modo apparentemente banale con la descrizione di quella che a prima vista appare essere una semplice visita diplomatica. Nella seconda metà di ottobre del 1987, si scrive, la capitale paraguaiana ha ricevuto la visita del presidente del “Consiglio Mondiale Islamico” (riportato con le virgolette nell’originale), tale Foudil Nooreddin Abadou. Scopo dichiarato della visita era quello di sottoporre alle autorità locali, incluso l’inaccessibile (ma evidentemente non per lui) presidente Stroessner, la proposta dell’immigrazione di circa 500 famiglie di religione musulmana nel Chaco, “più precisamente nel distretto di Boquerón”. Teniamolo a mente, ci torneremo.

Per chi abbia almeno un minimo di familiarità con il Paraguay, la regione circostante, e soprattutto quegli anni, il progetto appare assurdo. Il Chaco è una regione impervia e inaccessibile, che solo i Mennoniti – comunità protestante di origine olandese, dai costumi estremamente frugali e non troppo dissimili da quelli dei Mormoni – hanno saputo domare, nel corso di decenni di progressiva colonizzazione sotto l’occhio vigile del regime. Il Chaco è anche transnazionale: travalicando i confini, unisce infatti Paraguay, Bolivia, Argentina e Brasile in un’unica grande chiazza di giungla quasi impenetrabile. Non è tutto: il Paraguay di quegli anni, anche se ancora per poco, è uno dei regimi militari più estremi al mondo, di stampo nazifascista, con a capo il famigerato Alfredo Stroessner. Oggi, gli “archivi del terrore” testimoniano l’indicibile: la sistematica eliminazione di qualsiasi oppositore o dissidente, vero o presunto, nell’ambito del Plan Condor, accordo di interoperabilità delle intelligence dei regimi del Cono Sud in quegli anni.

Come può, in questo contesto, anche solo essere abbozzato un progetto che non ha un apparente motivo di essere? Dobbiamo andare un po’ più avanti nell’informativa per iniziare ad avere indizi fondamentali. A capo dell’operazione, nonché tramite tra il “Consiglio Mondiale Islamico” e Stroessner, è nientemeno che Elio Massagrande, la primula nera per eccellenza di quegli anni insieme a Stefano Delle Chiaie. Quest’ultimo si trovava — lo sappiamo oggi — in Bolivia; Massagrande, in fuga dalla giustizie italiana e spagnola per vari reati connessi al terrorismo nero, inclusi omicidi eccellenti, aveva trovato rifugio proprio… nel Chaco, beneficiario di concessioni terriere governative che si favoleggiavano essere per decine se non centinaia di migliaia di ettari a uso di pascolo, e di chissà cos’altro.

Di più: sappiamo oggi, grazie ad un documento che chi scrive è riuscito a reperire, che la sua hacienda (o almeno una di esse) si trovava quasi certamente nel distretto di Boquerón, proprio quello dove dovevano stabilirsi le 500 famiglie musulmane. Un rapporto del 2020 di Mighty Earth, ONG che investiga casi di deforestazione illegale, rivela infatti che la proprietà terriera a nome “Le Viole SRL”, situata nella zona di Mariscal Estigarribia, proprio nel distretto di Boquerón, ora di proprietà dei figli dell’ex presidente paraguaiano Horacio Cartés, è stata da essi acquistata da Alessandra Crocco: la vedova di Elio Massagrande. La hacienda in questione viene definita dalla ONG come “tra le più grandi del Paraguay”, apparendo anche in una lista dei principali fornitori di carne di manzo del governo cileno.

Posizione della hacienda “Le Viole – Estancia Safari”, di Le Viole SRL, in precedenza appartenuta alla vedova di Elio Massagrande, Alessandra Crocco. Immagine tratta dal “Rapporto Paraguay” di Mighty Earth, 2020.

Una figura enigmatica

Dobbiamo a questo punto fare un passo indietro ed inquadrare la figura di Elio Massagrande per come la conosciamo oggi, anche grazie alle stesse informative confidenziali dei servizi di intelligence brasiliani. Massagrande nel 1988 è un latitante. Ha ricevuto in Italia una condanna definitiva a due anni e nove mesi per ricostituzione del partito fascista in un processo originariamente istruito da Vittorio Occorsio, poi ucciso nel ‘76 in un omicidio di cui negli anni è stata ipotizzata, con buona probabilità, la presenza dei tentacoli della loggia P2. Quando riceve notizia della sentenza di Cassazione che fissa la condanna, il neofascista era però già nei guai in Spagna, dove era stato arrestato nel febbraio 1977 insieme ad altri due militanti come sospettato della strage di alcuni esponenti di sinistra avvenuta un paio di settimane prima. Successivamente, nel luglio dello stesso anno, viene arrestato di nuovo – proprio insieme alla moglie, Alessandra Crocco, e ad altri militanti neofascisti – sempre in Spagna, questa volta per la scoperta di una fabbrica clandestina di armi atta a rifornire l’“Internazionale Nera”, e da cui si disse fosse uscito anche il mitra Ingram usato per l’uccisione del giudice Occorsio.

È a quel punto che Massagrande ripara in Paraguay, dove trova evidentemente protezioni concrete che gli permettono in brevissimo tempo non solo di sparire dai radar delle polizie europee, ma anche di acquisire proprietà terriere di grande rilievo proprio in quel Chaco dove lo vedremo agire un decennio dopo. Di quali protezioni si potesse trattare lo possiamo ricavare da un’altra informativa, molto più corposa e ramificata, dell’intelligence brasiliana dell’epoca. Il documento del luglio 1983 dello SNI (l’intelligence brasiliana) intitolato “La loggia massonica Propaganda Due (P2) e la sua proiezione nel continente sudamericano”, già in parte trattato in un articolo del Fatto Quotidiano del 2022, è volto ad analizzare le ramificazioni della loggia occulta, e del suo apparato di potere, in quanto – sono le parole degli analisti di Brasilia – “impedimento al conseguimento dei nostri obiettivi nazionali”. Nello scorrere le propaggini della loggia nel continente, giungiamo al capitolo “Paraguay”, dove ci viene subito proposta la frase chiave: “In Paraguay Gelli e Ortolani [i capi della loggia] possiedono grandi quantità di terre nell’interno del paese”. Coincidenza curiosa, specie visto che subito dopo l’analisi brasiliana nomina proprio Elio Massagrande tra le figure di Ordine Nuovo rifugiate nel paese, sotto la protezione della “Società Italiana di Mutuo Soccorso” che lo SNI mette in diretto collegamento proprio con la P2.

Estratto dall’analisi dello SNI brasiliano sulla P2 in Sud America, con la descrizione delle sue ramificazioni in Paraguay e la menzione di Elio Massagrande.

La protezione di Massagrande doveva essere iniziata anche prima del suo definitivo trasferimento in Sud America nel 1977. Così sembra infatti chiaro da un altro documento, questa volta inedito e da noi reperito, risalente addirittura all’aprile 1975. Si tratta della scheda di immigrazione in Brasile del “gaucho” nel gigante latino americano, per lo più lasciata in bianco, ma sul retro della quale sono chiaramente leggibili le frasi: “fermare i controlli costanti” e “non interessa più la sua localizzazione”. Di nuovo, per un latitante in più paesi europei per reati di eversione ed omicidi, e da parte di quello che a metà degli anni ‘70 è ancora un regime militare.

Fronte della scheda di immigrazione di Elio Massagrande in Brasile nel 1975.

Retro della scheda di immigrazione di Elio Massagrande in Brasile nel 1975.

Protezioni che, oltre ad essere particolarmente forti, dovettero essere continuate nel tempo, se è vero quanto raccontato dall’ex agente segreto Vincenzo Fenili, alias “agente Kasper”, nel suo libro di memorie “Supernotes”. Nel testo, Fenili narra infatti di essere stato tratto in inganno dai suoi stessi committenti – i servizi segreti italiani – quando, mandato a cavallo tra gli anni ‘70 e gli ‘80 a catturare proprio il neofascista diventato tuttofare del dittatore Stroessner, venne fermato all’ultimo secondo e rimandato alla base. Scriverà della cosa Fenili: “avevo appreso una lezione che in seguito, purtroppo, non ho tenuto a mente quanto avrei dovuto: quando ti scelgono per una missione, l’obiettivo principale non è mai quello dichiarato “ufficialmente”. Chi mi aveva spedito a prendere Massagrande, in realtà voleva capire quanto fosse vulnerabile e quali contromisure si dovessero adottare per la sua sicurezza. Per non doverlo, un giorno, riportare davvero in Italia…”.

Ma l’agente Kasper lascia, appena prima di questo paragrafo, un’altra annotazione fondamentale per questa nostra ricerca: “Avevo conosciuto un Paese [il Paraguay, Nda] che stava diventando il crocevia operativo del traffico internazionale della cocaina, pur non coltivandola.”

Un inquietante sospetto

Dopo questo excursus contestuale, quindi, dobbiamo tornare all’episodio che ha dato origine a questa nostra ricerca. Che cosa fu, davvero, la strana iniziativa di una comunità islamica “artificiale” nel mezzo del Chaco paraguaiano? E come andò a finire?

Iniziamo dalla seconda domanda. Un’altra informativa dell’intelligence degli Esteri del Brasile, di un anno successivo alla prima, ci rende noto che al progetto era stato dato l’ambizioso nome di “Nuova Andalusia”, che avrebbe beneficiato di terreni per nientemeno che 100.000 ettari su cui installarsi, e che la sua economia sarebbe stata basata sulla produzione agraria, con l’intenzione di esportare i raccolti interamente “nei paesi arabi”. Teniamo sempre a mente: siamo nell’inospitale, impervio Chaco. Nonostante le ovvie perplessità che un’idea del genere poteva generare, sembra dal documento che la proposta di investimento iniziale per un totale di 20 milioni di dollari (del 1989) per la creazione della comunità avesse alleviato qualsiasi preoccupazione locale, con l’eccezione del solo Nunzio Apostolico in Paraguay, inquieto per l’espansione della religione musulmana nel paese.

Estratto dell’informativa dell’intelligence brasiliana sul progetto di “Nuova Andalusia” datata 9 maggio 1989.

Il documento termina con quelli che il mondo dell’intelligence anglosassone definisce collection requirements, cioè le richieste di raccolta di informazioni che gli analisti di un servizio pongono agli operativi sul campo. In questo caso, l’interesse era rivolto a capirne di più proprio sulla natura del cosiddetto “Consiglio Islamico Mondiale”, sul quale le barbe finte brasiliane volevano evidentemente vederci chiaro. Non è certo quindi in quel momento cosa fosse divenuto del mastodontico progetto di colonizzazione del Chaco, né lo sarà mai completamente, anche a causa della fine del regime stronista di lì a poco. Gli archivi brasiliani stessi non ci forniscono ulteriori informazioni. Per fare ipotesi più precise, tuttavia, dobbiamo tornare alla domanda principe: che cosa fu realmente la “Nuova Andalusia”, o quantomeno la sua proposta?

Una chiave di lettura da verificare, ma che posiziona tutti i pezzi del puzzle al proprio posto, ce la fornisce un articolo per l’American Council for Democracy (ACD) a firma di J. Millard Burr, autore del noto (soprattutto per le controversie legali a cui portò) “Alms for Jihad”, libro indagine sull’utilizzo delle organizzazioni benefiche da parte dei network estremisti islamici per il proprio finanziamento. L’articolo, oggi non più ospitato sul nuovo sito dell’ACD (un think tank americano di impronta conservatrice) ma ripubblicato su altri siti di simile linea politica, riscopre proprio il progetto di “Nuova Andalusia” e il ruolo in esso di Elio Massagrande, collegandolo a un nome di peso: Hezbollah, la milizia sciita libanese alleata dell’Iran. Burr inquadra senza mezzi termini l’iniziativa di Massagrande come una trasparente copertura per l’infiltrazione di militanti sciiti libanesi nel Chaco e più in generale in Paraguay, da dove avrebbero potuto gestire il traffico dal paese d’origine (la Bolivia) all’impianto di raffinazione (nelle terre paraguaiane del neofascista italiano) della pasta di coca, da trasformare poi in polvere da smerciare in tutto il globo passando attraverso la regione del triplo confine (Paraguay, Brasile, Argentina), ancora oggi uno snodo fondamentale per il crimine organizzato.

Ecco quindi che si comprende il pensiero di Fenili sul Paraguay come centro di smistamento della cocaina, “pur non coltivandola”. Ecco che le note dei servizi brasiliani sulla P2 che, disponendo di grandi appezzamenti terrieri in Paraguay, godeva della gestione del narcotraffico per poter finanziare le proprie attività sudamericane e non, prendono tutto un altro rilievo. Ecco persino che assume un colore diverso la presenza di militanti (e latitanti) neofascisti di grande profilo

giudiziario come Stefano Delle Chiaie in Bolivia, il paese produttore del “bene” trafficato.

E la comunità di “Nuova Andalusia”? A quanto pare, l’idea evaporò molto in fretta, in coincidenza con la caduta di Stroessner nel colpo di stato del febbraio 1989, tre mesi prima quindi della nuova richiesta di informazioni sul surreale progetto da parte degli analisti brasiliani. E chissà che ciò che la proposta nascondeva non sia sopravvissuto agli avvicendamenti del potere paraguaiano, e alla fine della Guerra Fredda.

Si ringrazia Paola Bonizzato per il supporto nella ricerca.

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  • Alberto Fittarelli

    Alberto Fittarelli è un ricercatore di sicurezza digitale specializzato nell'analisi di operazioni di disinformazione. Con un background in ricerca storica e indagine web, usa le fonti digitali aperte per ricostruire le vicende del '900 italiano. È in uscita nel 2024 il suo primo libro per Ponte alle Grazie.

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