Parla il poliziotto che guidò i rilievi sulla R4 e sul cadavere di Aldo Moro

Scritto da: Marcello Altamura

“Quel cadavare in via Caetani”

La figura alta, distinta, spicca nel vestito scuro con la cravatta in tinta. In mano un pennellino, attrezzo all’epoca essenziale per i rilievi della Polizia Scientifica. Una figura onnipresente nelle foto della R4 a via Caetani, il baule spalancato a mostrare il corpo rannicchiato di Aldo Moro. Lui, ex ispettore superiore della Polizia Scientifica, è un testimone diretto di quel che accadde il 9 maggio 1978. E lo racconta, con la richiesta dell’anonimato, con dovizia di particolari.

Folla in via delle Botteghe Oscure, all’incrocio con via Caetani dove fu ritrovato il corpo di Aldo Moro.

Chi la inviò in via Caetani quella mattina?

“In realtà io quel giorno avrei dovuto fare il turno di pomeriggio e dunque sarei dovuto essere in ufficio più o meno alle 14. Mi telefonarono a casa: corri in via Caetani. Allora presi un autobus e scesi dalle parti di via Nazionale. Ad un certo punto ho visto che diverse macchine della polizia andare verso via Caetani, allora fermai una di loro, mi feci riconoscere ed arrivai dove c’era la macchina col cadavere di Moro all’interno”.

Si è discusso e si discute ancora molto sugli orari del ritrovamento: lei a che ora è arrivato sul posto?

“Io sono arrivato lì dopo le 13 e so che gli artificieri hanno detto che il cadavere in realtà fu trovato la mattina ma non è vero: io sono arrivato lì dopo le 13 e loro non avevano ancora operato. Piuttosto non mi sono mai spiegato una cosa”.

Quale?

“Perché il cadavere di Moro sia stato portato via con un’ambulanza militare e non con l’auto della polizia mortuaria. Tecnicamente questa scelta non ha una spiegazione se non quella, ma è una mia ipotesi, di mantenere una certa riservatezza. Questa potrebbe essere confermata dal fatto che le foto dell’autopsia sul corpo di Moro furono secretate sin da subito. Ne uscirono alcune sull’Europeo e immediatamente diedero la colpa a noi. Io radunai i miei e dissi che se qualcuno aveva sbagliato, era meglio dirlo subito perché così avrei potuto porre riparo. Tutti mi assicurarono che non erano stati e allora io feci un’inchiesta e scoprii, dal verso in cui erano stati apposti i timbri, che non venivano da noi: noi cercavamo di apporli sempre in modo diverso proprio perché ne facevamo più copie. Così scoprimmo che le foto erano venute fuori dalla Procura e che qualcuno aveva fatto qualche scatto delle nostre foto”.

Come mai dopo via Caetani furono diffuse le foto in cui non era ben visibile il volto di Moro? Anni dopo si scoprirà che il presidente della DC aveva la barba incolta..  

“Per la foto da dare alla stampa fu scelta proprio quella in cui il cadavere di Moro si vedeva più sfumato: la famiglia non avrebbe mai acconsentito a diffondere quelle in cui il corpo era ripreso più da vicino”.

Da ex poliziotto, che idea si è fatto del caso Moro? Intervennero poteri forti a condizionarne l’esito?

“Mi sono convinto che esistesse un potere che indirizza determinante cose. Io, da membro della scientifica, ho sempre dato grandissima importanza alla rilevazione delle impronte: pensavo che, incrociando quelle trovate nei diversi covi, avremmo individuato più velocemente i terroristi e ne avremmo anche potuto tracciare i movimenti. Negli anni ’70 frequentai un corso di aggiornamento tenuto da esponenti della CIA e uno di loro mi spiegò una serie di tecniche innovative per la rilevazione delle impronte. Allora io gli chiesi se potesse mandarmi un manuale e lui me lo spedì: io allora lo feci tradurre in italiano e poi chiesi ai miei superiori se era possibile attrezzarci per poter usare queste tecniche. Mi fu risposto ufficialmente che le polverine bastavano e avanzavano. Guarda caso, solo nel 1986, quando in pratica il terrorismo era finito, furono introdotte tecniche più moderne su questo punto. Una persona specializzata nella duplicazione di passaporti (ma poi non so se veramente facesse solo questo…) mi offrì di prendere il posto di un’altra persona, andata in pensione, all’Ufficio Affari Riservati, con D’Amato: io però dopo averne parlato con mio padre, poliziotto anche lui e che aveva collaborato con quell’ufficio senza però diventarne mai organico, non rifiutai ma la tirai per le lunghe. Nell’ambiente tutti sapevamo che una volta entrati in questa struttura restavi legato a loro a filo doppio e in qualche modo nell’ambiente venivi ‘bollato’. Del resto le tecniche erano primordiali: qualche collega che lavorava per loro, acquistava le microspie, allora vietate in polizia, da rivenditori specializzati, e questi soldi poi gli venivano rimborsati magari giustificandoli con una trasferta”.

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  • Marcello Altamura

    Nasce a Napoli. Ha scritto “Dodici Leoni” insieme a Franco Esposito nel 2015 per Absolutely Free poi “La Borsa di Moro” per Iuppiter Edizioni nel 2016. Nel 2017 è stata la volta de “L’anno del Grifo” per Absolutely Free e per la stessa casa editrice, nel 2018, “Le quattro vite di Mike”. Nel 2019 ha pubblicato “Il professore dei misteri” per Ponte alle Grazie e, per la stessa casa editrice, anche “La Casta è rimasta”, nonché, per Slalom Edizioni, “Bomber con i guanti”. Ha scritto, insieme ad altri autori, “Tutti in piedi per la Carpisa” per Graf Editore nel 2006 e “Totò sbanca” per Iuppiter Edizioni nel 2017. Dal 2019 cura, insieme a Gianluca Zanella, il format di approfondimento storico e politico DarkSide - Storia Segreta d’Italia.

1 commento

  1. Alberto

    Intervista molto interessante, ma sembra quasi troncata sul più bello 🙂 Avrei letto con molto interesse altre memorie di una persona che chiaramente ha molto da dire.

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