Un elenco di assegni, una copertina mai uscita e un omicidio avvenuto poche ore dopo la nascita di un governo. Mino Pecorelli aveva toccato un nervo scoperto del potere italiano. Quella pista dimenticata — tra politica, finanza e silenzi — potrebbe raccontare molto più di quanto è stato detto…

Mino Pecorelli.
C’è una copertina de L’Espresso, pubblicata alla fine degli anni ’70, in un’epoca in cui non esistevano tutela e danno dell’immagine. Ritrae, a colori e in primo piano, il cadavere di Mino Pecorelli, il giornalista che ‘si sporcava le mani’ andando a caccia di notizie che altri proprio non volevano pubblicare. Un corsaro dell’informazione, certo, con una condotta sempre in bilico tra lo scoop e l’attacco personale ma con uno spessore professionale notevole. Sapeva molte cose, Mino, e sul suo OP, acronimo di Osservatore Politico, le scriveva per i suoi lettori con uno stile appuntito e allusivo, pieno di riferimenti ‘ a buon intenditor’. Trame raffinate ma potenzialmente esplosive.
Torniamo a quella copertina de L’Espresso della fine degli anni ’70. Mino, giacca e cravatta, è ritratto pochissimi minuti dopo il suo assassinio, avvenuto il 20 Marzo 1979 a Roma. Dalla bocca, è evidente un fiotto di sangue. Il killer (o i killer…) gli ha sparato proprio lì, in bocca. È la simbologia classica dei delitti di mafia: Mino Pecorelli parlava troppo. E soprattutto sapeva troppe cose.
“Presidente, chi glieli ha dati questi assegni?”
Facciamo un passo indietro. Nel 1977, OP non è ancora un settimanale ma solo un’agenzia di stampa che invia il suo notiziario a una clientela selezionata di abbonati, compresi tutti i principali uffici giudiziari, militari e politici della Repubblica e del mondo industriale e finanziario. Le notizie sono soprattutto di politica e di economia e interessano una clientela selezionata. Per citarne uno solo, a ricevere il notiziario c’è anche Giovanni Leone, allora Presidente della Repubblica, che sarà oggetto di un violento attacco personale portato da OP, i cui lanci saranno la base del libro di Camilla Cederna, Giovanni Leone, la carriera di un presidente pubblicato da Feltrinelli nel 1978
E proprio nel 1977, precisamente il 14 ottobre, OP esce con un lancio esplosivo sin dal titolo: “Presidente Andreotti, questi assegni a lei chi glieli ha dati’”
Questo è un primo elenco di assegni rappresentanti un pagamento effettuato, personalmente, brevi manu, dal presidente del Consiglio (attuale) on. Andreotti Giulio per un ammontare complessivo che supera i 2 miliardi di lire. Dall’esame dei titoli di bancari risulta che dalle ‘firme’ di girata manca quella illustre dello statista ciociaro, che evidentemente ha cose da nascondere alla giustizia non soltanto a Catanzaro (NB il riferimento è al processo in corso sulla strage di Piazza Fontana, dove Andreotti sarà chiamato a testimoniare). Il comportamento criminogeno dell’inquilino di Palazzo Chigi va al più presto chiarito. Chiediamo formalmente alla Procura della Repubblica di Roma e di Milano di aprire un’inchiesta volta ad accertare
1) la reale esistenza dei nominativi figuranti quali intestatari degli assegni;
2) nel caso tale, esistenza possa essere provata, il rapporto dei predetti con Giulio Andreotti;
3) la posizione giudiziaria del governo Andreotti in ordine alla “traditio” dei titoli in oggetto;
4) la posizione del denaro… a che titolo e a quale fine ha voluto far pervenire all’on. Andreotti assegni intestati e nominativi di copertura;
5) il motivo per cui l’on. Andreotti non ha ritenuto opportuno girare gli assegni in questione;
6) l’ammontare complessivo delle somme versate al presidente del Consiglio da questo suo benefattore ignoto, per motivi da accertare.
Ad accompagnare l’articolo, c’è anche un elenco di assegni che risultano emessi da banche di Milano. Soltanto “un primo elenco perché l’ammontare complessivo è di 2 miliardi di lire” si legge su OP che invita i magistrati di Roma e Milano ad aprire una inchiesta. La notizia viene ignorata o fatta ignorare dalla stampa ma anche dalla magistratura. Bisognerà attendere il 1980, per la precisione il 26 novembre, perché l’allora Pubblico Ministero Domenico Sica, che indaga sull’omicidio Pecorelli, faccia sequestrare gli assegni indicati nel 1977 da OP. Per Sica, sono il frutto di una “estorsione”. Gli assegni vengono sequestrati a Milano dalla Guardia di Finanza, ma gli originali non furono mai inviati a Sica, che riceverà soltanto delle fotocopie.
Una trappola per Mino
Di quella storia per quasi 15 anni non si parlerà più fino a che nel 1993 quella vicenda degli assegni torna nuovamente alla ribalta giudiziaria nel processo di Perugia che vede tra gli imputati per la morte del direttore di OP proprio Giulio Andreotti. Prima di essere ucciso, Pecorelli progetta di mandare in edicola un numero della rivista con una copertina proprio dedicata agli assegni del presidente. Una copertina destinata a non andare mai in edicola. Ma perché?
Per spiegarlo, è necessario fare un altro passo indietro. Tra la fine del 1978 e l’inizio del 1979 nel primo congresso della Democrazia Cristiana dopo la tragica morte di Aldo Moro, sorgono nuovi gruppi di potere, nuove alleanze. E ovviamente nuovi contrasti, non solo all’interno dello scudo crociato ma anche nel Partito Socialista, che già dai tragici 55 giorni del rapimento Moro si è posto come interlocutore nuovo sulla scena politica nazionale.
Pecorelli lo sa, ha notizia dall’interno. Mino vive una fase delicata della sua vita: si è distaccato da Licio Gelli e dalla sua Loggia P2 e si sente sempre più solo contro tutti. Ma lui, lo abbiamo detto, è un bucaniere della notizia e lo scoop e il suo credo. Così decide di rispolverare la notizia sugli assegni dati a Andreotti, già apparsa nell’ottobre del 1977 ma ancora ignorata. Mino prepara una copertina con la foto di Andreotti e l’indicazione degli assegni con un titolo sibillino “Gli assegni del presidente”. Una mossa politica, forse ispirata da altri, forse dalla sua natura spregiudicata. Una mossa che gli risulterà fatale.
Per la politica italiana sono anni tormentati. Il quarto governo Andreotti il 31 gennaio 1979 è dimissionario e il Divo Giulio si appresta a vararne un altro, il quinto. Proprio nei giorni in cui OP può andare in edicola con quella copertina su Andreotti. È una potenziale bomba innescata sugli equilibri politici. Ed è qui che Pecorelli partecipa alla famosa cena al ristorante Famija Piemonteisa a Roma in cui Franco Evangelisti, braccio destro di Andreotti, in accordo con Claudio Vitalone, gli concede un contributo pubblicitario di 30 milioni di lire.
Mino si sente rassicurato, pensa di aver stretto i ‘pezzi grossi’ all’angolo. E forse pensa che si può anche alzare il tiro, ottenere ancora di più. Ma è un calcolo sbagliato, fatale. La copertina di OP dedicata agli assegni di Andreotti e preparata in 200 esemplari, viene distrutta. Il 20 marzo 1979 Giulio Andreotti vara il suo quinto governo. La stessa sera Mino Pecorelli viene assassinato.
Chi ha paura degli assegni del Presidente?
E gli assegni? Un’inchiesta della DIA del 1994 accerterà che effettivamente sarebbero stati sequestrati dal Domenico Sica il 27 novembre 1980. Nelle carte sequestrate nel 1994, non mancano le sorprese. In particolare, a margine di un appunto interno, non firmato, riepilogativo dell’attività di servizio svolta, è scritta chissà perché a matita, la dicitura: BERNABEI RAI 20.000.000 – L.PRETI 40.000.000 ASSEGNI RINVENUTI PIÀZZÀ PARLAMENTO – BNL”. Su un altro appunto, rinvenuto allegato a documentazione varia, è invece riportata la dicitura: CAP. D’ALOIA 2.12.1980 IN TOTALE LA SIR – RUMIANCA OFFICINE PORTO TORRES ..(NINO ROVELLI.) HANNO EMESSO ASSEGNI CIRCOLÀRI PER COMPLESSIVE LIRE 1.280.000.000 A BENEFICIARI VARI
I nominativi sono esplosivi. C’è Ettore Bernabei, storico direttore della Rai, molto vicino ad Andreotti e al potere democristiano. E c’è Nino Rovelli, numero uno della SIR, Società Italiana Resine, una delle grandi industrie partecipate dello Stato. Ma è solo la punta dell’iceberg. Perché il nome più esplosivo è quello di Luigi Preti, più volte ministro, che negli anni ’70 siede prima al dicastero dei Trasporti e dell’aviazione civile, poi della Marina Mercantile e infine dei Trasporti. Nomi che tracciano una mappa del potere politico degli quegli anni.
Ma cosa sarebbe successo davvero se Pecorelli avesse pubblicato quella copertina, approfondendo l’inchiesta sugli “assegni del Presidente”? Una risposta certa non è possibile ma possiamo fare una ragionevole ipotesi: quella copertina avrebbe potuto aprire uno spaccato sul sistema delle tangenti tra politica e grande industria. Lo stesso che, poco meno di 15 anni dopo, aprirà Mani Pulite. Ma i tempi non erano ancora maturi. E Mino, il bucaniere della notizia, ha pagato con la vita la sua intraprendenza.





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