Peppino Impastato viene ucciso l’8 maggio del 1978. Il suo corpo straziato sarà rinvenuto il giorno dopo, dilaniato dal tritolo. Eppure la sua eredità continua a vivere, il suo esempio di coraggio scanzonato ha rappresentato uno dei grimaldelli per mostrare la mafia per ciò che è: una montagna di merda.

Peppino Impastato di fronte alla sede di Radio Aut. Terrasini, provincia di Palermo.
La notte dell’8 maggio 1978, un corpo squarciato da una carica di tritolo giace ai bordi di una ferrovia nei pressi di Cinisi, in provincia di Palermo. “La mafia è una montagna di merda”, aveva tuonato più volte dalla sua Radio Aut, e quella notte, la montagna di merda rispondeva con la violenza più brutale. Poche ore dopo, mentre l’Italia trattiene il respiro per il rapimento di Aldo Moro, la mafia cancella nel sangue la voce più scomoda di quella terra omertosa: Peppino Impastato, il ragazzo che aveva osato ridicolizzare i capimafia, pagherà con la vita la sua sfida.
Ma il suo assassinio non è solo un omicidio di mafia. La sua soppressione è anche la storia di una comunità che, per timore o per complicità, ha lasciato che la verità affondasse tra menzogne e silenzi colpevoli. “Noi ci dobbiamo ribellare, prima che sia troppo tardi”, aveva più volte urlato ai microfoni della sua radio Peppino, ma quella notte, la sua ribellione fu ferocemente spenta nel fragore di un’esplosione dal sapore acre di TNT.
L’eco potente di Peppino contro il silenzio di Cinisi
Peppino Impastato nasce a Cinisi, in provincia di Palermo, nel 1948. È figlio di Luigi Impastato, uomo vicino alla mafia locale, amico personale di Gaetano Badalamenti, uno dei boss più potenti di allora. Ma il sangue, talvolta, non è un vincolo indissolubile. Peppino rivelò presto la tempra di un’anima ribelle. Quindici anni appena e il lutto dello zio Cesare – invischiato nel sottobosco criminale, portato via dalla violenza mafiosa -, divenne la miccia di una rivolta interiore. Un rifiuto netto, viscerale, di quella cultura di omertà e morte che avvelenava la sua terra.

Il boss di Cosa Nostra Gaetano Badalamenti.
Gli anni del liceo aprirono a Peppino uno spiraglio su un mondo diverso, quello dei fermenti politici di sinistra, dei giovani che osavano sognare un futuro differente per Cinisi e per la Sicilia intera. La frequentazione di quei circoli segnò una frattura definitiva con il legame familiare. Vani furono tutti i tentativi di riportarlo sulla “retta via” del silenzio e della sottomissione. Peppino correva su altre strade.
La sua voce si fece megafono degli ultimi, degli sfruttati, degli emarginati che subivano il giogo di un potere politico-mafioso che stringeva Cinisi in una morsa invisibile. Promosse iniziative, accese dibattiti e si ribellò in una terra arida di coraggio civile. Nel 1977 nacque Radio Aut, un’onda sonora libera sulla frequenza di 98.800 Mhz, che lacerava la cappa di silenzio complice e, l’anno dopo, si candidò al Consiglio nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni Comunali del 14 maggio: atti di coraggio, gridi disperati contro il cancro che stava divorando la Sicilia.

La sede di Radio Aut in corso Vittorio Emanuele a Terrasini (PA).
Ma la sua voce così potente, così scomoda, non avrebbe potuto risuonare a lungo impunemente. Una notte di maggio del 1978, a poche ore dal silenzio elettorale, lo rapirono, lo picchiarono e infierirono sul suo corpo con una violenza cieca. Poi, il macabro tentativo di inscenare un orrore ancora più grande: il suo corpo dilaniato sui binari, una messinscena per depistare, per far credere a un suicidio, a un atto terroristico. Per anni, una coltre di menzogne tentò di soffocare la verità, ma il coraggio di una madre, Felicia, e la tenacia di un fratello, Giovanni, portarono alla luce un nome, un mandante: Gaetano Badalamenti.
La morte del padre: incidente o presagio?
Pochi mesi prima della sua morte, il padre di Peppino Impastato, Luigi, legato agli ambienti mafiosi e che aveva tentato una protezione “a modo suo” del figlio ribelle, morì in un sospetto incidente stradale. Una fatalità, forse, ma avvolta da un alone di inquietanti interrogativi. La dinamica poco chiara, i sussurri nel paese, dipingevano uno scenario ambiguo: un tragico evento o un macabro segnale, l’eliminazione dell’ultimo, fragile scudo tra Peppino e la furia di chi si sentiva minacciato?
La scomparsa di Luigi lasciò un presagio funesto sulla già precaria esistenza del figlio, quasi un’ombra che anticipava il cruento epilogo. Un tentativo di protezione paterna, ironia della sorte, forse trasformatosi involontariamente nella definitiva condanna.
La violenza del tritolo: un primo muro contro la giustizia
Il tritolo non solo uccide, ma cancella pezzi del corpo, rendendo difficile anche solo il riconoscimento. Nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, il corpo straziato di Peppino Impastato giaceva lungo i binari del treno Palermo-Trapani con la violenza dell’esplosione impressa in modo indelebile sulla carne. Il tritolo, con la sua forza deflagrante, non si era limitato a recidere di netto un’esistenza scomoda. Aveva letteralmente annientato parti del corpo, cancellando lineamenti, frantumando ossa, rendendo il riconoscimento un compito difficile. I resti sparsi, i brandelli di carne straziata, parlavano di una volontà di annichilimento che andava ben oltre il semplice assassinio.
Il corpo martoriato e incompleto di Peppino divenne il primo, insormontabile ostacolo alla ricerca della verità. L’identificazione richiese tempo per l’opera di ricomposizione. Ma la cosa più grave fu come quella violenza inaudita venne interpretata, o meglio, travisata, dalle prime indagini. Si pensò che un corpo così orribilmente distrutto, potesse far pensare a un attentato, a un gesto estremo, a qualsiasi cosa tranne che alla mano spietata della mafia che non voleva lasciare traccia, che voleva cancellare non solo un uomo, ma anche la sua stessa identità.

I funerali di Peppino Impastato. 10 maggio 1978.
Le indagini iniziali tra superficialità e ritardi della giustizia
Negli anni immediatamente successivi all’omicidio di Peppino Impastato, le indagini e le prime ricostruzioni ufficiali furono caratterizzate da una gestione che, col senno di poi, apparve quantomeno superficiale e orientata verso piste alternative alla matrice mafiosa. In seguito ad una perquisizione a casa della madre di Peppino Impastato, pochi giorni dopo la tragedia, i carabinieri trovarono una lettera in cui il giovane manifestava la volontà di togliersi la vita. Si trattava di un fallito attentato terroristico oppure di un suicidio? Per gli investigatori tutte le ipotesi erano valide e iniziarono a indagare negli ambienti della sinistra extraparlamentare di Cinisi perquisendo, senza esito, le case dei familiari e dei compagni di Impastato.
In quegli anni, la Procura della Repubblica di Palermo vide avvicendarsi diversi magistrati. Nelle fasi iniziali dell’inchiesta, il ruolo di procuratore capo era ricoperto da figure come Gaetano Martorana, ma la gestione specifica delle indagini sul caso Impastato passò attraverso diversi sostituti procuratori e giudici istruttori nel corso del tempo, rendendo complesso attribuire una responsabilità singola e continuativa a un unico nome in quella fase iniziale di depistaggio.
Parallelamente, ai vertici della polizia operavano diverse figure chiave. Il ruolo di questore di Palermo fu ricoperto da diversi funzionari nel corso degli anni ’70 e ’80 (Clemente Corte – questore nel 1978 -, Vincenzo Immordino – questore fino al maggio 1980 -, Giuseppe Nicolicchia – questore dal 1980). Nelle immediatezze dell’omicidio, figure apicali della Polizia di Stato a livello locale (Giorgio Boris Giuliano assassinato dalla mafia nel 1979, Giuseppe Montana (Beppe) assassinato dalla mafia nel 1985, Antonino “Ninni” Cassarà assassinato, insieme all’agente Roberto Antiochia, nel 1985) ebbero un ruolo nella gestione delle prime indagini e nella diffusione delle prime ipotesi investigative, che si concentrarono su piste alternative al coinvolgimento mafioso.
È fondamentale precisare che, in questa fase iniziale, non emerse una chiara volontà unitaria e coordinata ai vertici di polizia e magistratura volta all’occultamento della verità. Tuttavia, le prime indagini furono caratterizzate da una frettolosa adesione alla tesi del suicidio o dell’attentato terroristico, una superficialità investigativa che, di fatto, favorì l’insabbiamento e ritardò l’accertamento delle responsabilità mafiose.
Mandanti condannati, depistaggi prescritti: verità a due velocità
Solo grazie alla tenacia della famiglia Impastato e all’impegno di alcuni magistrati e forze dell’ordine che, negli anni successivi, riaprirono le indagini con una nuova prospettiva, si giunse gradualmente alla verità e alla condanna dei responsabili. I nomi di Rocco Chinnici e, successivamente, di Antonino Caponnetto e del pool antimafia, pur operando in fasi successive, furono cruciali per smantellare la cortina di silenzi e depistaggi che aveva inizialmente avvolto il caso Impastato.
L’11 aprile 2002, dopo anni di processi e silenzi, la Corte d’Assise di Palermo condannò Gaetano Badalamenti e Vito Palazzolo come mandanti dell’omicidio di Peppino Impastato, condannando Badalamenti all’ergastolo e Palazzolo a 30 anni di reclusione. La Corte riconobbe la matrice mafiosa dell’omicidio e accertò il ruolo di Badalamenti come figura apicale
La sentenza si basò su una serie di elementi probatori raccolti durante le indagini e il processo, tra cui testimonianze, ricostruzioni degli eventi e il contesto mafioso in cui l’omicidio maturò. La condanna di Badalamenti fu confermata anche nei successivi gradi di giudizio, rendendola definitiva. Tuttavia, quella sentenza, pur significativa, non cancellò del tutto le ombre. Rimasero aperti interrogativi sui complici, sui livelli di protezione di cui Badalamenti aveva goduto per anni, e sulle responsabilità di chi, nelle istituzioni, aveva tentato di depistare le indagini. Nel 2011, La Procura di Palermo riaprì le indagini per scoprire i responsabili del depistaggio attuato per nascondere la vera matrice dell’omicidio, segnalato nel 2000 dalla Commissione parlamentare.
Nel 2012, il pentito Francesco Di Carlo, mafioso e collaboratore di giustizia italiano, appartenente a Cosa Nostra, parla della richiesta mafiosa al generale dei carabinieri Antonio Subranni di chiudere le indagini in cambio di benefici per la sua carriera. La Procura di Palermo chiede al gip l’archiviazione dell’inchiesta. Nel 2016, una nuova richiesta di archiviazione del caso. Nel 2018, Il gip di Palermo Walter Turturici individua nel generale dei carabinieri Subranni il responsabile del depistaggio perché “aprioristicamente, incomprensibilmente, ingiustificatamente e frettolosamente escluse la pista mafiosa”. Il Gip parla anche di “vistose, se non macroscopiche anomalie delle attività investigative”. Cadono però in prescrizione i reati di favoreggiamento per il generale dei carabinieri Antonio Subranni, e di concorso in falso per i tre sottufficiali, che la notte del delitto perquisiscono casa Impastato a Cinisi: Carmelo Canale, Francesco Abramo e Francesco Di Bono.
Radio Aut(onoma) e “Onda pazza a Mafiopoli”: l’impegno della controinformazione
“Eccoci qui, con un po’ di ritardo, arriviamo, arriva Onda Pazza, la trasmissione schizofrenica di Radio Aut, la trasmissione di fantapolitica di Radio Aut”. Irrompeva così Peppino Impastato, con la sua verve inconfondibile, e con un obiettivo preciso: scardinare la cortina di omertà, la paura e la deferenza verso il potere mafioso che soffocava la comunicazione nei piccoli centri siciliani.
Nel fermento che seguì la storica liberalizzazione dell’etere sancita dalla Corte Costituzionale nel 1976, l’Italia vide fiorire le prime radio libere. Anche Cinisi non rimase immune a questa ventata di novità e, per iniziativa di Peppino Impastato, vide la luce Radio Aut, la radio autonoma, la radio libera.
La sede delle trasmissioni fu stabilita a Terrasini, la cittadina costiera adiacente a Cinisi, una posizione privilegiata per raggiungere un vasto pubblico (quando c’era bel tempo arrivava anche a Trappeto, Balestrate, Alcamo Marina, Castellammare e San Vito Lo Capo) lungo la litoranea. Alla fine dell’aprile 1977, dopo i primi esperimenti, l’emittente iniziò a irradiare il suo palinsesto. Ben presto, dalle sue frequenze si impose “Onda Pazza a Mafiopoli”, un appuntamento radiofonico imperdibile che ogni venerdì sera inondava l’etere di satira politica corrosiva.
La sua trasmissione era un vero e proprio sabotaggio culturale, un’irruzione dirompente che utilizzava l’arma affilata dell’ironia e dell’assurdo per sferrare colpi diretti ai boss, ai politici invischiati e ai preti silenti. In diretta, senza alcuna rete di protezione, in un’epoca in cui solo pronunciare il nome di un capomafia in pubblico esponeva a un pericolo mortale, Peppino, affiancato da un gruppo di amici e giovani attivisti politici, dava vita a notiziari fasulli e comunicati stampa surreali.
Ogni cosa veniva messa alla berlina, trasformando i padrini in figure grottesche e risibili. Gaetano Badalamenti, veniva ribattezzato come “Tano Seduto”, dipinto come un vecchio boss ottuso e codardo. Attraverso la finzione di editti emanati dal fantomatico “Comune di Mafiopoli”, il sarcastico appellativo dato a Cinisi, venivano promulgate norme assurde, come il paradossale divieto di essere onesti.
“Onda Pazza” era pericolosa per il potere mafioso. Nella voce di Peppino che risuonava decisa e corrosiva, risiedeva la capacità di incrinare il clima di terrore. Impastato non si limitava a denunciare, ma osava deridere il potere mafioso, minando quel rispetto su cui si fondava la sua egemonia. Lo faceva pubblicamente, nel cuore di una comunità dove segreti e complicità erano pane quotidiano. Per questo, Peppino Impastato divenne un bersaglio privilegiato, un nemico ben più temuto di tanti esponenti politici o giornalisti “istituzionali”.
“Montagna di merda”: un’eredità di coraggio contro la mafia
“La mafia è una montagna di merda.” Queste parole, crude e dirette, risuonavano nell’etere di Radio Aut, la voce libera di Peppino Impastato che osava sfidare apertamente i boss locali.
Dai microfoni della sua radio autogestita, durante comizi infuocati e attraverso volantini distribuiti con passione nelle strade di Cinisi, la sua voce si levava con un’urgenza vibrante: “Noi ci dobbiamo ribellare, prima che sia troppo tardi. Dobbiamo alzare la testa, lottare per i nostri diritti, per la nostra terra, contro il potere mafioso che ci sta togliendo il futuro”.
Un appello accorato alla coscienza collettiva, un monito a scuotersi dal giogo dell’omertà e della rassegnazione. Peppino Impastato indicava la via esortando all’azione, alla ribellione civile come unica risposta possibile per riconquistare la dignità e il futuro sottratto. Ancora oggi, le sue parole rappresentano un faro per chiunque si batta contro ogni forma di sopruso e ingiustizia, un’eredità che continua a ispirare la lotta per la libertà e la verità.
Vittoria postuma: un seggio vuoto e un messaggio potente
La notizia giunse come un grottesco scherzo del destino che aggiungeva cinismo al dolore. Peppino Impastato, l’uomo che con la sua voce irriverente aveva sfidato il potere mafioso, che si era candidato per scardinare quel sistema corrotto dal suo interno, venne simbolicamente eletto consigliere comunale di Cinisi. Il paradosso si consumò nelle urne di quelle elezioni per le quali si era battuto con coraggio, elezioni che si tennero pochi giorni dopo la sua barbara uccisione.
Quella manciata di voti, giunti postumi, rappresentò un tributo involontario di una comunità forse tardivamente consapevole del valore di quella voce che avevano cercato di silenziare per sempre. Peppino, assassinato per la sua opposizione alla mafia, otteneva un seggio in quel consiglio comunale contro il quale si era battuto, un’istituzione che spesso aveva denunciato per le sue connivenze e la sua inerzia.
Il suo posto, conquistato con il sangue, sarebbe però rimasto vuoto, una sedia vacante a testimoniare il prezzo altissimo pagato per la sua sete di giustizia e di verità. Quella elezione postuma divenne un simbolo potente, un’accusa contro un sistema che prima lo aveva ignorato e combattuto, e poi, dopo averlo eliminato, si trovava costretto a riconoscerne, seppur indirettamente, la sua forza e il suo radicamento nella comunità.
La “pazza” eredità antimafia di Peppino Impastato
L’eredità di “Onda Pazza” continua a risuonare potente anche dopo la tragica scomparsa di Peppino. È rimasta un simbolo tangibile di come la cultura, la forza della parola e l’irriverenza possano trasformarsi in armi efficaci contro la mafia, affiancandosi, e in certi casi precedendo, la pur necessaria repressione giudiziaria.
Cinisi la memoria ce l’ha buona, ma spesso preferisce utilizzare la cura selettiva dell’oblio. I silenzi sembrano voler inghiottire le verità scomode verità e le ferite ancora aperte. Eppure, in questo contesto di amnesie volontarie, la voce di Peppino Impastato si ostina ad esistere.
Non è più la sua viva voce sfidante nell’etere di Radio Aut, ma un’eco tenace che si propaga attraverso il tempo, custodita in quelle vecchie cassette che ancora oggi restituiscono la sua indignazione e la sua passione. Questa eco si arrampica tra i vicoli stretti della sua terra fino quasi a diventare fastidiosa, un monito costante per coloro che avrebbero preferito vederla dissolversi nel silenzio complice. E’ un promemoria puntuale del coraggio di chi non si è voluto piegare e del prezzo altissimo pagato per la sua libertà di parola e di pensiero.
Nel 2010 la casa del boss Tano Badalamenti, precedentemente confiscata, viene assegnata per scopi culturali e sociali all’associazione Peppino Impastato. Oggi, dopo la morte della mamma di Peppino nel 2004, gli stessi locali che ospitarono Radio Aut sono diventati Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, un vivace centro di cultura antimafia, testimoniando la duratura eco di quella “pazza” e coraggiosa Onda Sonora. Il nome di Giuseppe Impastato è inserito nel Journalist Memorial del Newseum di Washington che contiene i volti e i nomi dei giornalisti uccisi mentre svolgevano il loro lavoro.




0 commenti