Qualcosa di strano e controverso è successo con il Caso di Garlasco. Qualcosa per il quale è difficile arrivare a conclusioni semplici e affrettate. In molte pagine, da autori diversi, anche autorevoli, la critica feroce arriva secca e sentenziosa, “speculazione”, “serie crime ma reale”, “arma di distrazione di massa”. Un caso di antinomia, un paradosso logico per il quale simili affermazioni sono sia vere che false. Una retorica con la quale esponiamo l’evento, brutale e tragico, alla mercè della tifoseria tra colpevolisti e innocentisti, additandola come questione rilevante o come speculazione.
Il bisogno umano di comprendere il mistero
Rimane la domanda, perché Garlasco? Perché ogni cittadino italiano ne conosce la dinamica, i dettagli, segue lo svolgersi degli accertamenti con ossessiva attenzione. Succede qualcosa in noi quando riconosciamo che esiste qualcosa che non sappiamo ma vogliamo sapere, nasce e cresce un disagio. L’istinto ci conduce alla curiosità di capire, non per speculazione, ma per primordiale comprensione degli eventi come salvaguardia di noi stessi. È anche vero che vogliamo la risoluzione del mistero, quel momento inaspettato che egoisticamente ci da entusiasmo.
La trasformazione del caso in fenomeno mediatico
Un evento, quando diventata popolare, nel senso più letterale del termine, viene sporcato, lo fu ben 18 anni fa con la mostrificazione di Stasi, sta succedendo ancora una volta con la morbosità con la quale si commenta facilmente il susseguirsi delle indagini.
Prima di provare a darmi una risposta sono numerosi i pareri che ho chiesto, ho posto la domanda a Stefano Nazzi, importante e seguitissimo giornalista di cronaca nera, all’Avv. Giada Bocellari che da anni si spende per l’innocenza del suo assistito. Eppure, ho sentito di non aver raggiunto una risposta, almeno per me, giustificante di una tale attenzione mediatica.
Garlasco come specchio del caos contemporaneo
Riconosco una risposta nel caos. Un paese in profonda crisi identitaria fuoriuscito dalla pandemia, una guerra alle porte d’Europa che dura oramai da 4 anni, l’avanzata dell’intelligenza artificiale ed una progressiva e logorante spersonalizzazione dell’individuo a favore di nuovi ma vecchi progressismi tecnologici. In questo contesto l’evento scelto mette in scena le ansie, le paure, le acrimonie nei confronti del potere che lega una società. Il trauma collettivo, l’imprevedibilità del futuro vengono espressi e si risolvono all’interno di un ambito circoscritto e codificato. È un disordine temporaneo in attesa della soluzione, è il nostro modo di calzare dei vestiti che comprendiamo e di cui, in certa misura, possiamo scegliere la taglia.
Assomiglia ad un rituale nel quale il mondo, turbato da un brutale evento, viene poi ripristinato attraverso la rigorosa applicazione della norma e della ragione. L’allarme del perseverare del caos vuole che ogni devianza dalla norma sia ingiustificabile, generando sconforto e aggressività. Un processo di purificazione attraverso l’indagine, l’accertamento, abbandonando l’estetica e frantumando la sensibilità. Quando facciamo fatica a distinguere il reale dalla finzione, l’idea che si possa raggiungere una soluzione al mistero eclissa ogni parvenza di empatia. Nel caos Garlasco abbiamo un ambiente sicuro nel quale indagare le nostre incertezze. Purtroppo, però questo ha conseguenze significative nel mondo reale, perché Garlasco non è finzione e le semplificazioni non aiutano a comprendere, riconducono al caos.





Quello che rende il caso Garlasco assolutamente peculiare rispetto a qualsiasi altro caso di “crime”, determinando questo smisurato interesse, secondo me, è la consapevolezza più o meno inconscia che, al posto dello Stasi, avrebbe potuto trovarsi, altrettanto incolpevolmente, chiunque di noi.
L’idea che un mero scopritore di un delitto di una persona cara possa trovarsi kafkianamente collocato su un piano inclinato costruito in modo da condurlo a una severa condanna e alla pubblica esecrazione è una cosa che sgomenta e che conduce a un’immedesimazione totale che negli altri casi di cronaca è assente.
Per questo, fanno ridere tutti gli “snob” che tengono a prendere le distanze dal “popolino” che seguirebbe morbosamente questo caso. Questo non è un caso come altri, ma una vicenda dagli sviluppi in grado di terrorizzare tutti coloro i quali nella vita escludono categoricamente la possibilità di commettere un omicidio sotto qualsiasi forma e, cioè la maggioranza delle persone.
La sua riflessione coglie un punto che la pubblicistica sul true crime spesso trascura: nel caso Garlasco l’asse dell’identificazione si è spostato dalla vittima al sospettato. È un’eccezione notevole. Nella maggior parte della cronaca nera, da Cogne ad Avetrana, da Yara Gambirasio a Elisa Claps, chi guarda si proietta nella vittima, nei familiari, al limite negli inquirenti. Il “mostro” resta l’Altro, un’alterità rassicurante. A Garlasco, invece, scatta qualcosa di diverso: l’identificazione con chi si trova, di colpo, dalla parte sbagliata della scena del crimine senza averla scelta.
Quello che lei descrive ha un nome preciso nella letteratura sociologica: è l’inversione della “just-world hypothesis” di Melvin Lerner. Di solito consumiamo cronaca nera per riconfermarci che il mondo è giusto,”a lei è successo perché viveva in quel modo, frequentava quelle persone, abitava in quel posto”. È un meccanismo difensivo, spesso truce e cinico. Garlasco, dopo anni di mostrificazione di Stasi, sta volgendo all’opposto. Se il piano inclinato kafkiano ha potuto inghiottire lui, può inghiottire chiunque e qui la curiosità diventa angoscia esistenziale, non più voyeurismo.
Vale la pena ricordare che l’Italia ha una tradizione consolidata di “panico da errore giudiziario” come motore narrativo: il caso Tortora negli anni Ottanta funzionò esattamente così. Garlasco eredita quel filone, ma lo amplifica con due ingredienti nuovi: i social, che trasformano ogni cittadino in CTU dilettante e una scena originaria, la chiamata al 118, ecc. un design domestico replicabile mentalmente da chiunque.
Il suo invito a non snobbare l’interesse popolare mi pare quindi sacrosanto, ma proverei a spingerlo ancora più in là: forse non stiamo guardando un “fenomeno mediatico”, stiamo assistendo a un’elaborazione collettiva del rapporto degli italiani con la propria giustizia penale. Sarebbe interessante approfondire due aspetti, quanto pesi davvero, statisticamente, il rischio di un errore giudiziario di quella portata.
Mi piacerebbe saperne di più del “panico da errore giudiziario” tipico italiano che viene citato nel commento dell’autore. Non ne so nulla.
Trovo assai interessante questa concettualizzazione di una teoria del “panico da errore giudiziario”.
Tenendo fuori il “caso Tortora”, che ritengo assolutamente “sui generis”, perché non riguardò fattispecie consumatesi “uno actu” tipiche delle azioni di crimine violento, sarebbe interessante stabilire se queste paure abbiano avuto inizio o meno con l’introduzione massiva, divenuta preponderante rispetto all’investigazione classica, dell’indagine scientifico-biologica. Tale modalità investigativa, infatti, è tanto preziosa per oggettività scientifica quando le cose sono fatte per bene, quanto pericolosamente fuorviante, laddove si operi con sciatteria.
Alla fine, a ben vedere, è il problema di fondo della tecnica, che è divenuta da utile mezzo a fine autoreferenziale. Il problema, a mio avviso, è che le investigazioni scientifiche, proprio per l’alto grado di asetticità che hanno raggiunto, devono rimanere il supporto e l’eventuale conferma delle risultanze dell’investigazione classica e non il contrario, come sta accadendo negli ultimi tempi. Tra l’altro, l’ulteriore riflesso di questa inversione patologica del rapporto tra strumenti investigativi è che la stessa possibilità del ricorso a un simile livello di investigazione scientifico-biologica credo che stia di fatto ottundendo le doti investigative dei professionisti preposti.