Pierina Paganelli: una storia con troppi ragionevoli dubbi

Scritto da: Claudio Romiti
6 Agosto 2025

Quello di Pierina Paganelli rischia di diventare l’ennesimo caso costruito su fragili fondamenta. Le accuse rivolte a Louis Dassilva, attualmente in carcere, si reggono su indizi poco convincenti, che lasciano pensare a un possibile errore giudiziario. L’ennesimo…

Pierina Paganelli.

L’omicidio di Pierina Paganelli, avvenuto in un quartiere di Rimini la sera del 3 ottobre del 2023, dopo lunghe e controverse indagini, ha convinto la Procura della città romagnola a chiedere il rinvio a giudizio dell’unico indagato, il 35enne metalmeccanico senegalese Louis Dassilva, posto in custodia cautelare in carcere dal 16 luglio 2024.

Un processo indiziario

Ovviamente, come si aspettavano anche gli avvocati della difesa e i loro consulenti, il giudice per l’udienza  preliminare ha accolto l’istanza della pubblica accusa, fissando la prima udienza in Corte d’Assise il prossimo 15 settembre. Si tratta dell’ennesimo processo indiziario che molti illustri giuristi considerano aberrante per ottenere sentenze di colpevolezza che vadano, come imporrebbe la nostra Costituzione, oltre ogni ragionevole dubbio. Ma tant’è, analogamente a innumerevoli altri casi finiti sotto i riflettori dei media, la spasmodica ricerca per trovare un colpevole a tutti i costi crea un terreno favorevole affinché, in assenza di prove certe, si raccolgano il maggior numero di indizi gravi, precisi e concordanti, o almeno così vengono sempre presentati regolarmente, anche quando l’impianto accusatorio sembra fare acqua da tutte le parti.

Ed è proprio questo il caso in oggetto, di cui esponiamo una breve sintesi allo scopo di analizzare in senso logico le accuse mosse all’imputato, partendo da una visione garantista, così scritto a caratteri d’oro sulla citata Costituzione della Repubblica.

29 coltellate e troppe anomalie

Basandosi su un audio repertato, gli inquirenti stabiliscono che Pierina Paganelli viene uccisa alle 22 e 12 del 3 ottobre 2023 con 29 coltellate, in via del Ciclamino a Rimini. La vittima stava rientrando da un incontro religioso con i testimoni di Geova nella frazione di Bellariva. L’agguato è avvenuto nel garage condominiale in cui la stessa abitava, dopo aver posteggiato la sua auto, una panda rossa, nel box. Ora, su questo punto emerge già una apparente stranezza, dato che secondo una vicina “Pierina non metteva mai la macchina nei sotterranei…”.

Il corpo della 78enne, secondo una prima versione che verrà poi radicalmente modificata molto tempo dopo, sarebbe stato poi rinvenuto da Manuela Bianchi, nuora della vittima, alle 8.06,mentre l’allarme al 112 arriva alle 8.17. Un ritardo dovuto, secondo il racconto della Bianchi, al tempo trascorso per chiamare un vicino e Louis Dassilva. Come risulta dagli audio, in un prima telefonata la donna non riconosce nella vittima Pierina Paganelli. Passano alcuni minuti e la stessa richiama sconvolta il 118 e dice piangendo: “Mi sono accorta che è mia suocera, mi sono accorta adesso che è mia suocera”.

Questi sono i fatti, che, secondo il nostro modesto parere, presupporrebbero vari scenari: dalla pista passionale, attualmente seguita dalla procura di Rimini, a quella interfamiliare, per finire con un omicidio occasionale, scaturito da una rapina finita male. Ciò presupporrebbe una indagine a 360 gradi, ma, dopo una rapido sguardo all’ambiente famigliare della vittima e a quello delle sue conoscenze, ci si è rapidamente concentrati su Luois Dassilva e la sua amante Manuela Bianchi.

Nessuna traccia, ma unico imputato

Il senegalese, unico imputato e in carcere dal 16 luglio del 2024, si è sempre proclamato innocente; mentre la procura, malgrado l’assenza di una prova diretta che lo incrimini (come hanno stabilito i periti del Gip, non ci sono tracce genetiche di Dassilva né sul corpo della vittima e né sulla scena del crimine), continua ribadire che a suo carico vi sarebbe un corposo fardello di indizi gravi, precisi e concordanti.

Ora in soldoni, facendo una doverosa scrematura degli indizi più suggestivi (tra cui una conversazione con la moglie, in cui lei rimprovera a Dassilva di aver messo troppo detersivo nella lavatrice, che secondo gli inquirenti dimostrerebbe il tentativo di ripulire abiti e scarpe insanguinate; o la conversazione in questura, all’indomani del crimine, tra quest’ultimo e la sua amante, la quale gli chiede rassicurazioni in merito alla loro relazione; o ancora altri segnali che dimostrerebbero il perdurante attaccamento sentimentale dell’imputato nei riguardi della Bianchi, etc), l’impianto accusatorio sembra sostenersi su pochi e assai discutibili pilastri, a cominciare dall’alibi. In estrema sintesi, secondo l’accusa Dassilva avrebbe prima premeditato e poi ucciso Pierina Paganelli perché temeva che quest’ultima scoprisse la relazione clandestina con sua nuora e che, conseguentemente, lo comunicasse a Valeria Bartolucci, ossia sua moglie.

Quindi, sempre secondo la procura, Dassilva premedita nello spazio di circa due ore di uccidere la Paganelli (questo perché il senegalese, che frequentava regolarmente la casa di Manuela Bianchi, apprende solo intorno alle 20 che sua suocera, contrariamente a quanto previsto, non sarà accompagnata dalla nipote minorenne all’incontro religioso) e in un lasso di tempo di pochi minuti scende nei sotterranei del proprio condominio e massacra la 78 enne senza essere essere visto da qualcuno.

Le immagini e l’abbaglio

A questo punto entra in  scena la famosa CAM3 di una farmacia sita sulla via in cui è stato commesso il crimine. Nel video della videocamera di sorveglianza si vede transitare una figura quasi certamente maschile pochi minuti dopo il delitto, alle 22.17, che per un lungo tempo gli inquirenti hanno identificato nell’allora indagato. Ciò, in assenza di altre prove materiale, ha creato grandi aspettative nell’ambito del circo mediatico, elevando a “prova regina” i 6 secondi nei quali si scorge una persona che cammina con un passo normale.

Ebbene, mentre per la procura non c’era alcun dubbio che quell’uomo fosse Dassilva, avviene una svolta inaspettata, visto che sempre secondo gli inquirenti in quei minuti non era transitato nessuno in via del Ciclamino se non l’assassino: si presenta un cittadino, Emanuele Neri, che sostiene di essersi riconosciuto nelle stesse immagini. Versione confermata dal titolare del bar da cui proveniva il Neri e che così risponde ad un inviato di “Chi l’ha visto”: “Il bar era aperto fino alle 22:15  e non abbiamo visto nessuno passare oltre ai miei clienti che sono andati via. Emanuele – riferendosi al Neri – è andato a casa quando ho chiuso”. Infine aggiunge che “lui per andare a casa deve passare obbligatoriamente vicino alla farmacia per fare prima, come fa sempre”. Interpellato poi su chi crede che sia il soggetto impresso dalla Cam3 mette in chiaro che “non lo saprei dire, ma assomiglia molto ad Emanuele”. Ma il 14 marzo c’è una prima svolta nel caso. I periti incaricati dal Gip, in una relazione preliminare, smentiscono la tesi della procura, sostenendo che la persona ripresa dalla telecamera fosse molto più bassa dell’indagato, il quale è alto più di un metro e novanta, mentre dal resoconto degli stessi periti il video mostra un soggetto non più alto di un metro e settantadue, molto vicino alla statura di Emanuele Neri.

Cambio di rotta

A questo punto, però, accade uno dei tanti “miracoli” che continuano a costellare la prassi dei processi indiziari: arriva una provvidenziale testimonianza, o per meglio dire un cambio radicale di una precedente testimonianza che rimette sul banco d’accusa Louis Dassilva. In sostanza, Emanuela Bianchi, dopo aver confermato per circa un anno e mezzo la sua versione, nella quale era stata lei l’unica a ritrovare il cadavere della suocera la mattina seguente, ritratta e sostiene che fu l’indagato ad avvertirla che nel garage condominiale ci fosse il corpo esanime della signora Paganelli.

A tal proposito, risulta piuttosto interessante il commento della tempistica offerto da Roberta Bruzzone, consulente della difesa, nel corso di un dibattito su Ore14, in onda su Rai2, la quale così si esprime: “Registro una coincidenza temporale abbastanza interessante poiché, il giorno in cui i periti depositano la preliminare in cui si esclude che la CAM3 possa aver catturato il Dassilva alle 22 e 17 del 3 di ottobre del 2024, di fatto assistiamo ad un cambio di versione a dir poco sconcertante e, a mio modo di vedere, flagellato da numerose criticità sul piano logico e anche fattuale, da parte della Bianchi che tira fuori una versione che, effettivamente, va a incidere negativamente sulla posizione del Dassilva che senza questa “sorpresa” poteva probabilmente essere già comodamente a casa già da diversi giorni.”

Tant’è che, come sostiene la Bruzzone, caduta la “prova regina” della Cam3, l’accusa trova un provvidenziale salvagente nella testimonianza a scoppio molto ritardato di Emanuela Bianchi. Una testimonianza che, unita ad una valanga di indizi che in gran parte si prestano a più letture e ad un movente che chi scrive ritiene alquanto suggestivo, convince il giudice per l’udienza preliminare a rinviare a giudizio Louis Dassilva. Ora, a margine di quanto esposto, soffermiamoci su un paio di osservazioni sui due ultimi aspetti che abbiamo trattato, ossia la Cam3 e la “nuova” testimonianza che inchioderebbe l’imputato.

Logica, questa sconosciuta

In primis, come dimostra l’uomo che si è riconosciuto nel video della farmacia, oltre alla prova regina cade, ed è questo a nostro avviso l’aspetto più rilevante, il nesso causale della procura, secondo cui solo l’assassino poteva essere ripreso in quel frangente. Ciò vuol forse significare che il vero assassino è Emanuele Neri? Ovviamente no. Ma questo vuol dire che l’analogo ragionamento, anche se per avventura il Dassilva fosse realmente transitato sulla strada in quello stesso momento, varrebbe anche per l’imputato.

Idem con patate per il citato cambio di testimonianza. Infatti, ammesso e non concesso che il metalmeccanico senegalese avesse trovato lui per primo il corpo della povera Pierina, potrebbe aver avuto più di una motivazione a delegarne la scoperta alla sua amante, senza che questo ne dimostrasse la  colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio.

In conclusione, in merito a questa ennesima vicenda giudiziaria basata esclusivamente su prove indiziarie, lo scrivente si permette di esprimere un punto di vista: non possedendo la classica sfera di cristallo, non posso dire con certezza se Louis Dassilva sia colpevole o innocente. Ciò di cui in questo momento sono convinto è che le prove indiziarie che lo hanno condotto in un’ aula di giustizia, a mio avviso, sono molto lontane da fugare ogni ragionevole dubbio per una sua condanna.

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  • Lanciato nel mondo del giornalismo da Giulio Savelli, inizia a pubblicare articoli e commenti dai primi anni ‘90. Attualmente collabora con l’Opinione delle libertà e con la redazione economica de iL Giornale. Comincia ad interessarsi dei casi giudiziari più eclatanti a partire dal delitto di Meredith Kercher avvenuto nel novembre del 2007 ritenendo un dovere civico far sentire, argomentando, una voce dissonante nel coro quasi unanime del colpevolismo mediatico.

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