Pio La Torre e l’ombra lunga di Gladio: una Lotta contro la mafia e i servizi segreti

Scritto da: Federico Carbone

Nel cuore pulsante della Sicilia degli anni ’80, Pio La Torre emergeva non solo come segretario regionale del Partito Comunista Italiano ma come una figura centrale nella lotta contro la mafia, ben prima che la sua stessa esistenza fosse riconosciuta ufficialmente dallo stato italiano. La Torre, forte delle sue radici comuniste e della sua esperienza politica condotta a Roma, aveva capito che la lotta alla mafia non poteva prescindere da una battaglia per il controllo del territorio, spesso usurpato proprio dalla criminalità organizzata. La sua proposta di legge, che avrebbe introdotto il reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni ai mafiosi, si dimostrava una pietra miliare nella guerra a Cosa Nostra.

Pio La Torre è stato un politico e sindacalista italiano fortemente impegnato contro la Mafia, venne assassinato per ordine di Cosa Nostra il 30 aprile 1982.

Un trascinatore di masse

Il ritorno di La Torre in Sicilia non fu motivato unicamente dalla lotta alla mafia. La sua attenzione si rivolse anche al piccolo comune di Comiso, dove l’installazione di 112 missili cruise da parte della NATO aveva sollevato un vespaio di preoccupazioni. La Torre vide in questo non solo una minaccia alla pace ma un’opportunità per la mafia di infiltrarsi e sfruttare le tensioni geopolitiche a proprio vantaggio. La sua opposizione alla base missilistica e la capacità di unire attorno a sé gruppi eterogenei, dai gruppi di estrema sinistra ai cattolici, dimostravano la sua visione di una lotta che andava oltre il semplice antagonismo politico, configurandosi come un impegno per la sicurezza e l’integrità del territorio siciliano. Le sue preoccupazioni non erano infondate.

Il 4 aprile del 1982 il segretario regionale del Pci siciliano sfila a Comiso contro i missili della Nato e per la pace.

La Sicilia del dopoguerra, e in particolare durante la Guerra Fredda, era stata un crocevia di spie, servizi segreti e sì, anche mafiosi, che avevano trovato nel disordine post-bellico il terreno fertile per le proprie attività illecite. La Torre temeva che la presenza della base missilistica potesse rinnovare tali condizioni, rendendo la Sicilia un hub di interessi contrapposti, con tutto ciò che comportava in termini di sicurezza e sovranità nazionale.

La sua battaglia, tuttavia, si scontrò con un muro di silenzio e intimidazioni. La manifestazione contro i missili di Comiso, che raccolse oltre un milione di firme, fu uno degli ultimi atti pubblici di La Torre prima del suo brutale assassinio, avvenuto il 30 aprile 1982. L’agguato, che a distanza di anni ancora solleva dubbi e domande senza risposta, si inserisce in un contesto in cui la lotta alla mafia e le tensioni geopolitiche si intrecciano in maniera inestricabile.

L’attenzione dei servizi segreti

Intrighi internazionali e ombre lunghe della Guerra Fredda sembrano far da sfondo all’omicidio di La Torre, con testimonianze e indizi che suggeriscono un coinvolgimento dei servizi segreti e di potenze straniere. Documenti e inchieste hanno rivelato come la Sicilia, e con essa figure come La Torre, fossero al centro di un gioco molto più grande, che vedeva coinvolti la mafia, gli apparati dello stato e forze esterne.

Nei giorni che precedettero il suo brutale assassinio, La Torre – come dimostra il documento allegato – era sotto stretta osservazione da parte dei servizi segreti italiani, in particolare della Prima Divisione, che in seguito potrebbe essersi evoluta nella controversa VII Divisione del SISMI. Questo monitoraggio sottolinea l’importanza strategica di La Torre non solo come oppositore della mafia, ma come figura scomoda che poteva rivelare connessioni pericolose tra il potere criminale e le strutture dello stato italiano e dei suoi “alleati”.

L’ombra dello scorpione

L’affaire Gladio “stay behind”, un’operazione segreta NATO destinata ad organizzare la resistenza in caso di invasione sovietica, ha avuto ripercussioni profonde sull’ordine politico italiano. Giovanni Falcone si scontrò più volte con la stessa ombra lunga di Gladio e gli fu esplicitamente vietato dai suoi superiori di svolgere indagini a riguardo. Un veto che svela la complessità e la pericolosità delle indagini che avrebbero potuto scoperchiare una rete di alleanze oscure tra servizi segreti italiani e stranieri, massonerie deviate e la criminalità organizzata. Una rete su cui aveva provato a fare chiarezza anche il giornalista investigativo Danny Casolaro, il quale aveva cercato di contattare Falcone prima che il suo cadavere fosse rinvenuto nella vasca da bagno di un hotel a Martinsburg, in West Virginia, nell’estate del 1991.

La Sicilia, e in particolare il Trapanese, si rivelò una delle roccaforti di questa sinergia perniciosa, dove la cosiddetta “coda dello scorpione” di Gladio operava indisturbata, intrecciando i destini di uomini come La Torre e Falcone con le trame più oscure del potere. Queste operazioni “stay behind” hanno avuto un impatto decisivo sulla vita politica italiana, plasmando eventi e dinamiche ancora oggetto di indagine e dibattito.

Non solo Cosa nostra

L’interrogatorio di Marino Mannoia da parte di un giudice americano a Washington rappresenta un momento emblematico di questa storia complessa. Mannoia, collaboratore di giustizia, ammise il ruolo di Cosa Nostra nell’omicidio di La Torre, ma quando cercò di alludere a possibili altri mandanti dietro l’assassinio, l’interrogatorio fu bruscamente interrotto. Questo episodio sottolinea la presenza di interessi e poteri che vanno oltre la semplice criminalità organizzata, coinvolgendo livelli di complicità e connivenza che hanno attraversato decenni di storia italiana.

Pio La Torre non fu solo un politico o un antifascista, fu un uomo che comprese la complessità delle sfide che la sua terra affrontava. La sua eredità, fatta di coraggio e impegno incondizionato, rimane un faro per tutti coloro che credono in una Sicilia libera dalla mafia e in un mondo libero dalla minaccia della guerra nucleare. La sua vita e la sua morte rappresentano un monito: nella lotta per la giustizia e la pace, le battaglie più dure spesso si combattono sul proprio terreno, contro nemici sia visibili che nascosti nelle ombre.

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  • Federico Carbone

    Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

1 commento

  1. Ovidio Amadio

    Della pista americana, in molti omicidi avvenuti in Sicilia, si fa fatica a parlarne

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