Un litigio per un parcheggio si è trasformato in tragedia a Le Cannella, Isola di Capo Rizzuto: Filippo Verterame, 22 anni, gestore di un lido inclusivo, è stato ucciso con un colpo di coltello alla gola. Sei gli indagati, tra cui Giuseppe Paparo, accusato di omicidio volontario…

Filippo Verterame.
Quel che resta di una sera d’agosto, a Le Cannella, Isola di Capo Rizzuto, non è solo sabbia calda e rumore di onde. C’è sangue. C’è un giovane di ventidue anni che si accascia con la gola recisa e c’è una madre che grida, inascoltata, la dignità del figlio. Si chiamava Filippo Verterame. Gestiva un lido. Un lido inclusivo. In una terra dove la parola “inclusione” spesso suona come una provocazione.
Non è solo cronaca. Non è solo una rissa. È una tragedia sociale, uno squarcio nel tessuto fragile della convivenza. Uno di quei casi che, se non fosse per una coltellata mortale, sarebbe già evaporato nella polvere sollevata da una manovra automobilistica maldestra.
La ricostruzione: una rissa tra clan familiari, un coltello, un ragazzo che muore
La dinamica, secondo gli inquirenti, è quasi banale nel suo innesco: Filippo parcheggia. Polvere, sabbia, fastidio. Una famiglia si irrita. Un’altra risponde. Volano parole, poi mani, poi armi. Sei indagati. Tra loro Giuseppe Paparo, 39 anni, accusato di omicidio volontario aggravato. Lui si difende: “Ho preso il coltello dagli altri, ho agito per salvarmi”.
Ma chi porta un coltello in spiaggia? E perché? Nel caos, bastonate, pugni e quella lama che recide la carotide. Un fendente. Uno solo. Tanto basta. Il resto è silenzio, tribunali, analisi del sangue e media che scavano. Male.
Il delitto nella lente criminologica
La criminologia, quando si libera della retorica, legge i fatti. E qui i fatti sono chiarissimi, seppur scomodi.
- La rissa come escalation tribale
Non è solo una lite. È un sistema tribale. Due nuclei familiari in conflitto, reazioni a specchio, schemi difensivi primitivi. La polvere diventa pretesto. L’assenza di mediazione, il carburante. Il profilo criminologico? Chiaro: incapacità cronica di gestione del conflitto, diffusa legittimazione alla violenza come risposta, e soprattutto assenza di deterrente culturale alla sopraffazione.
- La lama: simbolo e strumento
Un coltello, in criminologia, è strumento ricorrente. Ma non è mai neutro. Chi lo impugna, anche se per difendersi, entra nella sfera dell’intenzionalità. Paparo sostiene di averlo sottratto agli altri. Ma la lama taglia la gola, non un braccio. E la gola non è una zona neutra. È zona letale. Da criminologo, posso affermare che l’atto, anche se istintivo, risente di una sproporzione reattiva che andrà valutata attentamente.
- Difesa o aggressione? Il punto cieco del diritto
Il nodo è sempre lo stesso: legittima difesa o omicidio? In mezzo, un territorio che la criminologia chiama “zona grigia”. Proporzionalità, intenzione, contesto: tre elementi che fanno la differenza tra una sentenza e un ergastolo. E qui la giustizia dovrà decidere se Paparo ha difeso la sua vita o ha reciso quella di Filippo con consapevolezza.
La madre: contro-narrazione e lotta per la memoria
Angela Giaquinta non si limita al dolore. Parla. Accusa. Ribalta. Non accetta la narrazione da social network che trasforma suo figlio in un teppista. Dice no. E lo dice con forza, con parole che sanno di verità negata: “Filippo era onesto. Era il primo a costruire legalità, non a distruggerla.”
In criminologia si chiama seconda vittimizzazione. Quando la vittima, o chi le sopravvive, viene di nuovo ferita: questa volta dalle parole, dalle illazioni, dai like. La madre diventa quindi portavoce della verità sociale: non accetta che il figlio venga sepolto due volte. Una dal coltello. L’altra dalla calunnia.
Legalità e scomodità: chi dava fastidio a chi?
Un lido inclusivo. Una struttura legale. Un giovane che, in un contesto ad alta densità di illegalità ambientale, alza la testa. Forse troppo. La criminologia lo sa bene: spesso la legalità è vista come atto ostile da chi vive e prolifera nel disordine. Filippo dava fastidio? A qualcuno, sicuramente.
Una società allo specchio
E allora mettiamo in fila i punti:
- Una scintilla banale → una manovra e una nuvola di sabbia.
- Due famiglie → contrapposte, polarizzate, esplosive.
- Armi → coltelli che circolano come cellulari.
- Opinione pubblica → più veloce dei tribunali, più spietata della giustizia.
- Una madre → che si oppone alla damnatio memoriae.
Il caso Verterame è una lente. Ingrandisce. Mostra ciò che molti non vogliono vedere: una società che implode per una polverata, che si scanna per nulla, che impugna coltelli al posto delle parole. Ma racconta anche di un ragazzo che aveva scelto di non scendere a patti. E forse, proprio per questo, è morto.
La madre, donando gli organi del figlio, ha compiuto un gesto che non è solo d’amore. È un gesto politico. Un grido civile: mio figlio è stato ucciso, ma non lo seppellirete con le vostre menzogne.




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