Cosa cambierebbe se Riggio dicesse il vero
Perché se le dichiarazioni di Riggio fossero vere, allora il 23 maggio 1992 – il giorno in cui Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tre uomini della scorta vennero uccisi sull’autostrada A29 – non sarebbe stato soltanto un attentato mafioso. O meglio: Cosa nostra avrebbe avuto accanto presenze ulteriori. Figure esterne. Uomini legati ad apparati istituzionali. Persone capaci di muoversi tra ambienti riservati, strutture di sicurezza e reti internazionali.
La storia comincia nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. È il 1998 quando Riggio incontra un uomo soprannominato “il Turco”. Il suo nome è Giovanni Peluso. Ex sovrintendente della Polizia di Stato. Un passato tra Napoli e Roma. E, secondo quanto emerso nelle indagini degli ultimi anni, rapporti che avrebbero sfiorato il mondo dell’intelligence.
L’accusa e le smentite
Peluso è originario di Montano Antilia, nel Cilento. Col tempo il suo nome finisce dentro uno dei filoni più delicati dell’inchiesta sulle stragi del 1992. La Procura di Caltanissetta lo indaga per concorso nella strage di Capaci e per associazione mafiosa. Un’accusa enorme. Di quelle che, già soltanto a formularle, cambiano il peso di un’inchiesta. Peluso nega tutto. Nel marzo del 2019 sostiene di non avere mai avuto alcun ruolo nella strage e dichiara perfino che all’epoca non conosceva neppure Capaci. Dice di trovarsi a un corso per sovrintendenti tra gennaio e luglio del 1992. Poi, nel luglio 2022, convocato nell’aula bunker del carcere Malaspina durante il processo Capaci-bis, decide di non rispondere alle domande dei magistrati.
Ma sono soprattutto le parole di Riggio a riportare il caso al centro dell’attenzione. Il collaboratore racconta che Peluso gli avrebbe confidato di avere partecipato direttamente alla fase esecutiva dell’attentato contro Falcone. Gli avrebbe parlato del riempimento del canale di scolo sotto l’autostrada con l’esplosivo, trasportato utilizzando degli skateboard.
Ma tu sei sicuro che il telecomando l’abbia premuto Brusca?
È un dettaglio che coincide con quanto emerso negli anni sulle modalità operative della preparazione della strage. Ma non è questo a colpire davvero gli investigatori. È la frase successiva. “Ma tu sei sicuro che il telecomando l’abbia premuto Brusca?” Riggio racconta di essere rimasto spiazzato. Perché quella domanda non sembra una semplice provocazione. Sembra piuttosto il riflesso di una consapevolezza diversa. Come se dentro certi ambienti circolasse da tempo l’idea che sulla collina di Capaci potessero esserci state altre presenze oltre a quelle raccontate dai collaboratori di giustizia.
Presenze esterne: la pista libica e l’uomo della CIA
È proprio qui che il racconto cambia dimensione. Riggio sostiene infatti di avere compreso che attorno alla strage si muovevano anche soggetti estranei a Cosa nostra. Parla di una donna vicina ai servizi segreti libici che frequentava Peluso. Una figura che, secondo quanto riferito dal collaboratore, avrebbe avuto legami con ambienti diplomatici della Libia. Un elemento che, isolato, potrebbe apparire marginale. Ma che assume un peso diverso se collocato dentro il contesto storico del 1992.
L’Italia di quei mesi è un Paese che sta crollando insieme ai propri equilibri politici. La Guerra Fredda è finita da poco. I vecchi assetti internazionali stanno cambiando. Le rotte del traffico di droga e del riciclaggio attraversano il Mediterraneo. E proprio in quel periodo Giovanni Falcone sta lavorando sempre più spesso su sistemi finanziari internazionali, cooperazione giudiziaria e rapporti investigativi con gli Stati Uniti. Non è più soltanto il magistrato del maxiprocesso. È diventato un uomo capace di toccare interessi enormi. E quando, negli anni Novanta, uomini dello Stato iniziano a muoversi dentro territori che incrociano finanza, intelligence e criminalità organizzata, le linee di confine diventano improvvisamente meno nette.
Anche il nome di Roger D’Onofrio emerge dalle dichiarazioni di Riggio. Un agente legato alla CIA che il collaboratore definisce “nostro amico”. Un dettaglio che da solo non prova nulla. Ma che riporta inevitabilmente a una lunga tradizione italiana fatta di rapporti opachi tra apparati occidentali, organizzazioni criminali e strutture parallele.
Le radici: la Guerra Fredda e le reti clandestine
Per capire il peso di queste suggestioni bisogna tornare indietro di molti anni. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Italia diventa uno dei fronti più delicati dello scontro tra blocchi. In piena Guerra Fredda gli apparati occidentali costruiscono reti clandestine pensate ufficialmente per contrastare un’eventuale avanzata sovietica. Ma col tempo quelle strutture assumono funzioni molto più complesse. Nascono sistemi informali di controllo interno. Organizzazioni coperte. Circuiti paralleli che utilizzano uomini provenienti dal mondo militare, dall’estrema destra, dai servizi di sicurezza e, in alcuni casi, dalla criminalità organizzata.
Il principio è sempre lo stesso: mantenere tutto negabile. Le operazioni devono restare invisibili. Le responsabilità frammentate. Se qualcosa emerge, si parla di deviazioni individuali. Mai di strutture. Mai di sistema. Dentro questa logica, l’uso di soggetti esterni — mafiosi, intermediari, gruppi armati — consente di mantenere una distanza formale tra i mandanti reali e l’esecuzione operativa. È un modello che attraversa buona parte della storia italiana del dopoguerra: dalle trame nere agli anni delle stragi, dai depistaggi alle reti clandestine rimaste per decenni fuori da ogni controllo democratico.
Il 1992 e l’ombra dei depistaggi
Ed è impossibile non notare quanto certi meccanismi sembrino riaffiorare anche nella stagione del 1992. Verbali che spariscono. Piste investigative lasciate ai margini. Informazioni che emergono anni dopo. Apparati dello Stato accusati di avere deviato o rallentato le indagini. Il processo per depistaggio a carico dei generali Mario Pellegrini e Giuseppe Tersigni nasce proprio dentro questo scenario. Secondo l’accusa, durante le indagini sulla strage di Capaci sarebbero stati occultati colloqui investigativi potenzialmente decisivi. Verbali che avrebbero potuto aprire percorsi differenti rispetto alla ricostruzione tradizionale dell’attentato.
Quando i documenti scompaiono, spesso non spariscono soltanto le prove. Sparisce anche la possibilità di ricostruire i fatti.
È un copione già visto nella storia italiana. Documenti che scompaiono. Agende mancanti. Memorie cancellate. Informazioni frammentate fino a renderle inutilizzabili. Anche per questo le dichiarazioni di Riggio non vengono lette soltanto come il racconto di un collaboratore di giustizia. Diventano il tassello di una storia più grande. Una storia in cui mafia, apparati e interessi internazionali sembrano sovrapporsi continuamente senza mai coincidere del tutto.
Il progetto di attentato contro il giudice Guarnotta
Dentro questa ricostruzione compare anche un altro episodio inquietante. Riggio sostiene che, una volta uscito dal carcere, Peluso lo avrebbe avvicinato per organizzare un attentato contro il giudice Leonardo Guarnotta, ex componente del pool antimafia. Gli avrebbe mostrato perfino uno schizzo dell’abitazione del magistrato. E gli avrebbe spiegato che “l’organizzazione” aveva bisogno di fare favori alla politica quando necessario. Una frase che pesa più di molte altre. Perché suggerisce l’esistenza di rapporti che vanno oltre la semplice logica mafiosa. Rapporti in cui la criminalità organizzata diventa strumento operativo dentro equilibri più ampi. Non soltanto interessi economici. Ma gestione del potere. Stabilizzazione. Ricatti. Protezioni. È lo stesso schema che attraversa buona parte delle vicende italiane più oscure del dopoguerra: strutture ufficiali sopra, livelli invisibili sotto.
Le sentenze hanno accertato chi eseguì la strage. Più complesso resta comprendere tutto ciò che le ruotò attorno.
Alla fine restano soprattutto le domande. Chi era davvero Giovanni Peluso? Perché avrebbe dovuto confidare a Riggio dettagli così delicati sulla strage di Capaci? Quale ruolo avevano i contatti internazionali evocati dal collaboratore? Chi aveva interesse a far sparire determinati verbali investigativi? E soprattutto: possibile che attorno alla morte di Falcone si siano mossi interessi molto più grandi di quelli di Cosa nostra? Le condanne definitive contro i vertici mafiosi restano. Riina, Brusca, Madonia, Lo Nigro, Tinnirello. La matrice mafiosa della strage non è in discussione. Ma è il contesto che continua a sfuggire. Perché ogni volta che qualcuno prova ad allargare lo sguardo oltre la semplice esecuzione materiale dell’attentato, riemergono silenzi, omissioni, piste interrotte, documenti mancanti. E forse è proprio questo il dato più inquietante. Non ciò che sappiamo. Ma tutto ciò che, da oltre trent’anni, sembra essere stato lasciato fuori dal racconto ufficiale.





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