Condanna Stasi: l’indizio al contrario delle scarpe senza sangue

Scritto da: Mariano Gambino
4/10Questo articolo è parte del dossier: Anatomia della condanna StasiLEGGI IL DOSSIER
27 Aprile 2026

“OIZIDNI”? Che lingua sarà? Nessuna lingua strana, è solo INDIZIO in italiano, ma con scrittura speculare, dunque al contrario. Un piccolo gioco per dire che parleremo appunto di un indizio al contrario. Ha, come vedremo, una sua ragione, non è che sia assurdo dall’origine, per carità. Solo che ha molte criticità e ci sono molti elementi che creano dubbi su di lui…

Un’indagine al contrario

Di solito si cercano tracce (nel nostro caso ematiche) che rivelino la presenza di un soggetto in un luogo dove appunto vi è sangue. Trovi le tracce e forse il soggetto era presente su quel luogo. Diciamo forse perché ovviamente cii vorranno poi analisi più precise di conferma, ma qui è solo per dire che se trovi tracce prende corpo un indizio.

Nel nostro caso invece è l’assenza di tracce che diviene indizio. Tutto ruota intorno al fatto che si contesta a Stasi un mendacio relativo al ritrovamento del corpo di Chiara. Stasi aveva detto di essere arrivato all’esterno di casa Poggi, di aver provato da lì a chiamare ancora una volta Chiara, senza risposta. Aveva allora scavalcato per accedere all’interno, era entrato, fatto un percorso che verrà approfonditamente ricostruito, trovato il corpo di Chiara e, spaventato, era scappato, recandosi dai carabinieri e nel mentre telefonando al 118.

La storia la conosciamo, qui interessa approfondire questo specifico aspetto: se lui entra e fa il percorso descritto, in uno scenario con macchie di sangue diffuse, vista la modalità purtroppo dell’omicidio, come mai non ha tracce ematiche sotto le scarpe?

Un dubbio legittimo, da approfondire. Intuitivamente verosimile, ma abbiamo già visto che la verosimiglianza di un assunto può confonderci e in ultima analisi essere smentita dagli approfondimenti. Lo abbiamo visto per esempio a proposito del racconto dell’incidente domestico, dove in effetti era molto verosimile pensare ad un “collegamento con la peculiare dinamica dell’omicidio”, ma poi in verità non vi erano proprio le basi di partenza di questo ragionamento che nel suo procedere pareva molto verosimile.

Pertanto, anche in questo caso occorrerà pur riflettere su tutti i vari elementi a favore e a sfavore di tale assunto.

L’ “enigma” delle scarpe

A favore troviamo fondamentalmente una perizia (la perizia Testi), che ricostruisce lo scenario, le gore ematiche, grandi e piccole, il livello di essicazione del sangue nei diversi punti, e molti altri fattori, fino a stabilire che le possibilità di appoggio senza calpestamento rispetto a tutte le combinazioni provate erano pressoché inesistenti, pari allo 0,00038% se considerata discesa al primo gradino, e 0,00002% se considerata discesa al secondo gradino. Uno sforzo notevole, anche di trattamento della massa di dati, che aveva richiesto addirittura di ripartire il carico computazionale su una decina di computer collegati in parallelo per l’elaborazione. Questo perché il numero di variabili da considerare e le combinazioni tra di loro era talmente alto da richiedere una capacità elaborativa davvero importante, e non dimentichiamoci che non vi erano le capacità informatiche odierne. In merito alla perizia sicuramente possiamo essere confidenti che sia stato un grande lavoro, condotto con il massimo dell’impegno e delle capacità disponibili in quel periodo.

Possiamo essere ragionevolmente certi che non si potesse evitare il calpestamento di macchie ematiche così estese e diffuse.

Il punto semmai è che aggiunge ulteriore notevole complessità il valutare la dispersione successiva delle tracce ematiche, ossia calcolare per quanto tempo queste tracce raccolte permangono sulle suole. Questo ovviamente dipende dal tempo che trascorre, dalle superfici che vengono calpestate, dal fatto che siano secche o umide, e via dicendo. Le scarpe di Stasi vennero prese 19 ore dopo il suo ingresso o presunto ingresso in casa Poggi. Nel frattempo, calpestio di cemento, prato, ghiaia. Potevano essere state disperse le tracce raccolte?

Anche i tappetini dell’auto venivano sottoposti a medesimo studio. L’auto di Stasi fu sequestrata una settimana dopo, e valga anche per lei il dubbio sopra esposto in merito alla possibilità di rilevare le tracce. In più qui direi c’è un altro particolare forse discutibile: l’appoggio sui tappetini viene effettuato dopo 25 metri di camminata sul linoleum. La dispersione su quella superficie e con soli 25 metri sembra non allineata con percorso su altre superfici probabilmente più “aggressive”.

Infine, notiamo come la perizia stessa precisi che “non è possibile determinare in termini scientifici come l’indicata probabilità (quella di evitare di calpestare macchie di sangue) possa essere modificata da strategie di evitamento messe in essere dall’imputato, certamente possibili ma che a nostro avviso possono essere solo di tipo volontario e che comunque non sono modellizzabili”.  E’ legittimo immaginare che perlomeno sulle gore più evidenti e ampie questo evitamento (che può essere intuitivo e involontario) sia avvenuto, ma per l’appunto non è modellizzabile.

La prova che non c’è

Ma il punto centrale non è tanto contestare un lavoro fatto con tutte le migliori possibilità in quel periodo, mettiamo la perizia tra gli elementi a supporto della tesi che non si potesse evitare il calpestamento, e lasciamo aperto il tema della dispersione. Lo possiamo anche lasciare aperto, perché dovremmo ragionare ora su quali altri elementi abbiamo a supporto della tesi centrale: “Stasi non poteva non avere tracce di sangue sulle suole”. Il nostro “oizidni”, appunto, dove ciò che non c’è rappresenta la prova. Che può essere, per carità, ma, come dire…è un po’ “al contrario”.

Ho fatto fatica a trovarne altri, ma forse non ci sono riuscito io e ogni contributo che nasca dal dibattito sarà prezioso.  L’unico, ma insidioso, è la verosimiglianza di tale assunto. Sembra proprio credibile, ma la verosimiglianza non la possiamo considerare un supporto solido.

Ora ci chiederemo quali elementi invece potrebbero essere in contrasto con tale assunto.

  1. Potremmo intanto dire che erano già state condotte altre perizie sul tema, fin dal processo in primo grado. E queste avevano dato esiti differenti. Supponiamo pure che questa ultima sia migliore, e non mettiamoci a parteggiare per un pool di esperti o per l’altro. Rimane sempre il tema che queste prove scientifiche troppo spesso non arrivano ad una certezza solida, anzi danno esiti a volte contrastanti. Lo vedremo con l’orario della morte, per esempio, ma anche con le analisi del DNA, ed anche su altri temi. Dunque sono un aiuto prezioso, ma “l’accertamento peritale, secondo la giurisprudenza citata, non è qualificabile come prova decisiva” come si ricorda nella stessa sentenza 2014. Pertanto torniamo al punto che dovremmo avere qualcos’altro a sostegno.
  2. Sulla perizia poi abbiamo un’allerta che proviene dallo stesso PG della Cassazione: «certi accertamenti ipertecnologici servono sicuramente a chi li fa, ma l’utilità per chi li commissiona è discutibile: qui si sono dimostrati inaffidabili, per l’impossibilità di verificare lo stato di essicamento del sangue, oltre che per l’inquinamento del luogo a opera delle persone che vi ebbero accesso» Francamente sembrano note appropriate, ancor più se si pensa all’autorevolezza di chi le propone.
  3. C’è un fattore poi che ha una forza notevole: oltre 20 calzature di persone che erano entrate in casa Poggi furono sequestrate, e solo su quelle della dottoressa del 118 furono riscontrate tracce. Ma lei era arrivata proprio a contatto con Chiara, dove vi era sangue ancora liquido o semiliquido. Perfino le calzature dei due carabinieri Serra e Muscatelli, che erano entrati per primi, non avevano tracce ematiche. E uno dei due aveva fatto il percorso per più di due volte.  Perché è un elemento molto importante? Perché è l’unico fatto certo tra tutti gli elementi in gioco. È certo, è stato riscontrato, e nell’immediatezza dell’evento, senza dover faticosamente ricostruire una scena. “Per usum comprobatur”, potremmo chiamarlo. E attenzione, perché anche se, come dire, ha caratteristiche empiriche e non scientifiche, ha piena legittimità, tanto che, sempre la sentenza stessa, ricorda come “Il ragionamento probatorio deve essere condotto non solo su dati scientifici, ma anche su evidenze empiriche, prove rappresentative, prove atipiche”. Come dire, a buona ragione, prendiamo tutti gli elementi ragionevoli e razionali e poi arriviamo ad una determinazione. E questo è forte, perché il ragionamento inferenziale induttivo è ben sostenuto se da fatti certi procedo a determinare probabilisticamente un fatto incerto.
  4. Stasi dichiarò che aveva visto il corpo nella parte finale della scala. Sappiamo dalle analisi delle gore ematiche, che il corpo aveva avuto uno scivolamento progressivo, dovuto alla pendenza piuttosto marcata delle scale. E anche qui abbiamo una prima perizia dei RIS che stabilisce uno scivolamento lento del corpo, mentre poi la perizia Testi lo accelera. Ancora una volta come vediamo ci sono sullo stesso punto risultanze diverse, da due autorevoli fonti. Così può essere difficile orientarsi ed è probabilmente anche per questo motivo che le risultanze peritali non possono costituire, da sole, prova decisiva. Vedremo nella nostra puntata che in ogni caso, più o meno veloce fosse stato lo scivolamento, poco importa dal punto di vista delle conseguenze logiche.
  5. In aggiunta, una considerazione più generale: per quale motivo Stasi avrebbe dovuto mentire su questo punto? Che vantaggio ne aveva? Possibile che un assassino così abile, freddo, determinato si sia esposto a inevitabili contraddizioni fingendo il ritrovamento? E aveva avuto ore per ragionare con calma e capire che non era una cosa intelligente simulare il ritrovamento ed inventarsi dettagli che avrebbero potuto tradirlo. Torniamo anche qui, come abbiamo visto in puntata 2, ad una antinomia tra il profilo disegnato di Stasi e i comportamenti non coerenti a lui attribuiti. Per carità, poi tutto può essere, ma le domande vanno poste e occorre mettere tutto assieme per arrivare ad un quadro complessivo convincente. E questo aspetto stride. Lo Stasi aggressore non avrebbe mai rinunciato al ruolo dello Stasi scopritore, a logica.

Dal tutto ciò ne discende che vi sono molteplici elementi che non quadrano con l’ipotesi del mendacio di Stasi, sostenuto supportandolo con la perizia ma non con altri elementi significativi, pare.

E pensate, tutto questo dibattere…in un certo senso per nulla. In che senso? Se accettiamo di riconoscere che questa ipotesi del mendacio non è ben sorretta e la abbandoniamo – come a logica dovrebbe essere fatto – stiamo forse dicendo che Stasi non può essere l’aggressore? No, la conclusione non è affatto quella. Anzi, se Stasi è l’aggressore doveva assolutamente rientrare e ricontrollare la scena del delitto. Dunque perché diviene indizio a suo carico proprio il contrario di ciò che avrebbe dovuto fare lo Stasi aggressore? Ne parleremo in puntata 3, a presto.

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  • Mariano Gambino, oggi in pensione, è stato CEO in Italia di un’azienda appartenente ad un grande gruppo multinazionale, arrivando poi ad avere la responsabilità di un’area (EMEA2) contenente un gruppo di aziende in diversi paesi europei, con un totale di 1069 dipendenti. Nella sua carriera ha affrontato e gestito problemi complessi, analisi dettagliate, sintesi necessarie. Questo lo ha aiutato molto nell’affrontare in modo analitico da un diverso punto di vista i documenti processuali, con un’angolatura differente che ha prodotto un interessante output, diverso da quello puramente tecnico giuridico, ma con robusti ancoraggi logici e razionali e capacità di sintesi. Lontano dal mondo dei social network, oggi si dedica alla sua passione per la vela e vive nei pressi di Lerici (SP).

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