Scomparsa Adinolfi: “Si indaghi sulle centrali di clonazione”

Scritto da: Gianluca Zanella
19 Dicembre 2024

Un ex investigatore della DDA di Perugia – che è voluto restare anonimo – ci dice la sua riguardo la scomparsa del giudice Paolo Adinolfi, quello che è stato fatto e, soprattutto, quello che non è stato fatto. E dalle sue parole emerge uno spunto interessante che potrebbe dare nuovo impulso a ipotetiche indagini…

Il giudice Paolo Adinolfi, scomparso il 2 luglio 1994.

Sono trascorsi oltre trent’anni dalla scomparsa del giudice Paolo Adinolfi, magistrato in servizio alla Corte d’Appello presso il Tribunale civile di Roma al momento della scomparsa, ma per oltre dieci anni impiegato presso la Sezione Fallimentare. Noi di Darkside, che ci siamo occupati diffusamente di questa vicenda, siamo riusciti a entrare in contatto e a intervistare uno degli investigatori che, all’epoca, si occupò del caso.

Il suo nome ricorre come estensore di diversi atti d’indagine compilati sul finire degli anni ’90, dopo l’avvio della seconda inchiesta e delle nuove investigazioni disposte per il riscontro delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Elmo. Attualmente l’investigatore è in pensione, ha accettato di parlare con noi, ma, comprensibilmente, preferisce mantenere l’anonimato.

“Avrei voluto poter dire la mia su questo caso già da tempo – ci ha detto la prima volta che l’abbiamo contattato – Con amarezza e tristezza, lo definisco un  “mio caso irrisolto”, uno dei pochi, ma di certo il più importante, in decenni di attività investigative”.

L’intervista esclusiva

Pur non volendo rivelare il suo nome, la nostra fonte ci ha raccontato quale fosse il suo ruolo all’epoca:

“Era l’estate del 1998, il Dottor Adinolfi era scomparso da quattro anni, e facevo parte di uno dei gruppi di lavoro che, nei locali della D.D.A. di Perugia, si occupavano di numerosi, complessi e delicati fascicoli. Si trattava di fatti-reato riguardanti, come autori o parti lese, i magistrati in servizio nel distretto di Roma che approdavano a Perugia, per competenza territoriale, come previsto dall’art. 11 del codice di proceduta penale. Mi occupavo, in particolare, di quei procedimenti, giornalisticamente definiti “Toghe sporche”, in cui erano iscritti come indagati magistrati accusati, per lo più, di corruzione”. E arriviamo al momento in cui la vicenda della scomparsa del giudice Adinolfi irrompe nella sua vita professionale:

“Il Dottor Cannevale, P.M. con il quale ho avuto l’onore di collaborare, m’incaricò di fare una “ricognizione completa” dei due fascicoli relativi al caso del Dottor Adinolfi, quello del 1994 ed il successivo del 1996, allo scopo di individuare ed evidenziare eventuali risultanze investigative degne di approfondimento. Si trattava di un lavoro a completamento di quanto era stato già fatto, è bene specificarlo. Era ovvio che, nello stesso tempo, se ce ne fosse stato bisogno, avrei potuto eseguire gli accertamenti e le attività necessarie. All’epoca, anche la D.I.A. aveva un suo gruppo di lavoro che, oltre ad occuparsi in via principale del processo per l’omicidio del giornalista Carmine Pecorelli, aveva esperito le nuove, corpose indagini riguardanti Adinolfi, ma era davvero oberato di lavoro”.

A distanza di quattro anni dalla scomparsa del giudice, quindi, le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia danno nuovo impulso alle indagini. Sul ruolo di Elmo sarà il caso di soffermarsi in un articolo a parte, possiamo per ora accennare che “il cinese” (questo il soprannome del collaboratore) parlò di strani rapporti intercorsi, a suo dire, tra Paolo Adinolfi e alcuni 007, tra cui Mario Ferraro, che nel 1995 sarà trovato impiccato al porta asciugamani del suo bagno. Alla nostra fonte chiediamo cosa venne fuori a distanza di tanto tempo:

Il mistero del telefono clonato

“Da un accertamento piuttosto banale, uscì fuori una risultanza che, secondo il mio parere, era molto significativa. Durante le prime indagini, quelle del 1994, certosine ed accurate (soprattutto per quanto riguarda la ricerca “fisica” del giudice), ma anche molto serrate e veloci, non fu predisposta, probabilmente a causa del carico di lavoro e della  concitazione, l’acquisizione dei tabulati relativi al traffico telefonico, in entrata ed uscita, sulle/dalle utenze telefoniche (tutte fisse) in uso al Dottor Adinolfi. In quel periodo, se non ricordo male, i termini per richiedere ai diversi gestori delle comunicazioni i tabulati di traffico erano di quattro anni indietro rispetto alla data d’interesse. Bisognava procedere il più velocemente possibile”.

Al di là di quello che possa pensare – giustamente – l’investigatore, il fatto che nel corso della prima indagine non fossero state predisposte le acquisizioni dei tabulati telefonici a noi sembra una mancanza ingiustificabile, ma tant’è.

“Richiedemmo i tabulati con un paio di mesi di traffico relativo a quattro utenze che sapevamo essere in uso al Dottor Adinolfi – continua la nostra fonte – infatti, oltre a quella considerata d’ufficio, ve n’erano altre due istallate a Roma ed una in Toscana. La cosa interessante è questa: su quella di casa della signora Tafuri, mamma del giudice, ubicata a Roma, in via Slataper, abitazione in cui il Dottor Adinolfi si recava anche per lavorare, era giunta, tra le altre, una chiamata proveniente da un cellulare e che si rivelò particolarmente significativa”.

Di questa telefonata si parla anche nel libro “La scomparsa del giudice Adinolfi”, di Alvaro Fiorucci e Raffaele Guadagno, dunque non è una novità. Ma quello che ci racconta l’ex investigatore è molto interessante e aggiunge dei tasselli importanti:

“Quell’utenza a noi risultava esser stata in uso a Gabriele Cagliari [già presidente ENI], il notissimo personaggio emerso durante “Tangentopoli”. Avevamo a disposizione un software con il quale era stato caricato un vasto data base, riguardante tutte le investigazioni attinenti a “Toghe sporche”, e potevamo effettuare continue ed agili ricerche ed incroci di dati. Passai al setaccio in quel data base, certosinamente, tutte le utenze emerse dai tabulati di traffico riguardante i numeri telefonici in contatto con le utenze in uso al Dottor Adinolfi. Dopo aver fatto altri accertamenti, indispensabili, visto che Cagliari si era suicidato prima della scomparsa del Dottor Adinolfi [20 luglio 1993], scoprimmo che quell’utenza era stata clonata proprio nel periodo in cui chiamò il numero fisso attestato in casa della mamma del giudice. Secondo me era, ed è tuttora, un dato molto rilevante, forse uno dei più importanti dell’intera inchiesta. Può immaginare la mia soddisfazione: finalmente qualcosa di concreto ed acclarato dal punto di vista “tecnico”; per questo, con molto entusiasmo, valutai subito tutte le attività conseguenti, da attivare nell’immediato e senza perdere neanche un minuto di tempo”.

Un elemento tralasciato

Eppure, come sappiamo, su quel numero di telefono non vennero fatti particolari accertamenti. Se ne occupò tempo fa anche il programma Rai “Chi l’ha visto?”. Cosa accadde ce lo spiega il nostro investigatore:

“La ricordo come una vicenda triste per cui provo ancora profondo rammarico. Accadde infatti che alcuni colleghi di un prestigioso organismo investigativo, persone con le quali avevo avuto sino ad allora un rapporto amichevole e cordiale, mi fecero capire, che preferivano proseguire le investigazioni senza alcuna collaborazione e condivisione da parte mia; rimarcarono il fatto di essere i titolari, per delega, di quelle indagini che erano state disposte dopo le dichiarazioni di Elmo e che quindi erano gli unici a poterle esperire. In effetti, era così e preferii non insistere con il Dottor Cannevale, anche per non creare frizioni all’interno dei gruppi di lavoro; fu così che decisi, a malincuore e mortificato, di non contribuire al proseguo degli accertamenti. Fu una vera e propria doccia fredda, ma predisposi comunque le bozze dei decreti di acquisizione di ulteriori tabulati di traffico, da sottoporre al P.M. per la firma. Sapevo che erano  indispensabili: bisognava richiedere, in fretta, con la massima urgenza, a tutti i diversi gestori telefonici, i dati di traffico completi dell’utenza cellulare clonata che chiamò in via Slataper; per richiamare l’attenzione di chi se ne sarebbe occupato, allegai anche un mio appunto, che evidenziava l’urgenza dell’invio dei decreti di acquisizione al gestore telefonico”.

Sempre facendo riferimento al servizio di “Chi l’ha visto?”, realizzato da Raffaella Notariale un decennio dopo i fatti, facciamo notare alla nostra fonte che, per quanto se ne sappia, il suo lavoro venne bellamente ignorato dai colleghi:

“Ovviamente non posso valutare la fonte di queste notizie e sapere, quindi, se le cose siano effettivamente andate così, ma conoscendo il modo di lavorare degli investigatori dell’epoca e le capacità del Dottor Cannevale, stento decisamente a crederci. Una cosa è certa, ma questa è solo una mia opinione: quel servizio [di Chi l’ha visto?] sembra esageratamente critico ed ingeneroso verso la D.D.A. di Perugia. In quel periodo, le indagini riguardanti i vari fascicoli “ex art. 11 c.p.p” (omicidio Pecorelli, “Toghe sporche”) furono numerosissime, erano complesse e, per di più, si concentrarono, nel medesimo spazio temporale di pochi anni, in una Procura con dimensioni e organici piuttosto limitati rispetto al carico di lavoro che si era trovata a dover affrontare”.

Ricapitoliamo un attimo: sappiamo che un cellulare clonato contattò il giudice in un luogo in cui egli si trovava saltuariamente e in un orario che poteva essere a conoscenza solo di una cerchia ristretta di persone; la casa della mamma, infatti, era un luogo in cui il giudice Adinolfi poteva esser rintracciato al telefono solo da chi lo conosceva bene o da qualcuno che, al contrario, magari sorvegliandolo, aveva appreso nel dettaglio le sue abitudini. Riguardo eventuali comunicazioni telefoniche da intraprendere con Paolo Adinolfi senza che altri ne venissero a conoscenza, insomma, non c’era posto in cui fosse possibile immaginare maggior riservatezza. Ne deriva che non possiamo non ipotizzare che il giudice sia stato pedinato o che, al contrario, abbia preliminarmente e spontaneamente fornito, fidandosi dell’interlocutore, l’utenza e l’ora in cui essere chiamato.

Una “centrale” della clonazione

“Sappiamo anche – precisa la fonte – che in quel periodo, nei primi anni ’90, i cellulari ETACS non erano così diffusi come gli smartphone di oggi e che i soggetti capaci di clonarli erano davvero pochissimi. In rete, consultando le fonti aperte, sappiamo dell’esistenza di indagini, che all’epoca erano ammantate da particolare carattere di riservatezza, le quali hanno portato all’acquisizione di dati ed atti che potrebbero rivelarsi molto utili per tentare d’identificare chi, attraverso quel cellulare clonato già in uso a Gabriele Cagliari, contattò il Dottor Adinolfi nell’abitazione della mamma. Ovviamente non farò qui nomi di personaggi e società o di vicende giudiziarie, ma è facile pensare alle numerose acquisizioni di dati di traffico ed agli accertamenti svolti dal Consulente giudiziario Gioacchino Genchi, già dirigente della Polizia di Stato ed oggi avvocato, nell’ambito, ad esempio, delle stragi palermitane, ma/e non solo. Penso, ad esempio, alla scoperta, nei dintorni di Palermo, di una vera e propria “centrale per la clonazione” di apparati cellulari, risultati poi essere in uso a noti esponenti mafiosi ed altri personaggi i cui nomi sono emersi nelle indagini sulle stragi di Capaci e via D’Amelio”.

L’ex investigatore sembra avere un’idea molto particolare, in effetti mai setacciata prima: un possibile collegamento tra la scomparsa di Adinolfi e le indagini sulle stragi in cui persero la vita Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le loro rispettive scorte. Occorre però fare una precisazione: Paolo Adinolfi non si è mai occupato di penale. Era un giudice civile, quale interesse potrebbe aver avuto a mettere il naso in certe storie?

“Il periodo temporale relativo alla scoperta di questa “centrale” è antecedente di neanche due anni alla scomparsa del giudice, ma ciò non esclude che tra le carte di quel procedimento possano essere rilevati indizi per tentare d’identificare chi usava il radiomobile clonato che chiamò in via Slapater. Le numerose acquisizioni ed elaborazioni di tabulati di traffico, intestazioni di utenze e dati simili eseguite dal Dottor Gioacchino Genchi, proprio in quel periodo, su incarico di consulenza da parte di altre Procure e D.D.A. potrebbero fornire spunti e indicazioni utili alle indagini per individuare chi, chiamando il Dottor Adinolfi a casa della mamma, è in qualche modo a conoscenza delle vicissitudini relative alla sua scomparsa”.

Quindi non proprio un suo interessamento diretto, quanto piuttosto un incrocio di numeri clonati che potrebbero essere stati individuati nell’ambito del suo lavoro dal noto avvocato Gioacchini Genchi. Ma la fonte aggiunge un ulteriore tassello:

La “succursale” romana e l’ombra dei servizi

“Penso, pure ad analoghi fatti criminosi avvenuti nella Capitale. Infatti, anche lì e sempre in quegli anni, come rilevato in altre indagini richiamate di recente da un magistrato consulente di una delle Commissioni parlamentari d’inchiesta, è emerso che un noto falsario romano ed una singolare agenzia di noleggio di apparati cellulari risultarono coinvolti in episodi di clonazione di radiomobili, uno dei quali finito nelle mani di un notissimo mafioso siciliano (e con molta probabilità non solo nelle sue). In quell’inchiesta sembra siano emersi anche esponenti dei, giornalisticamente definiti, “servizi deviati”. Ecco perché ritengo che una Commissione parlamentare d’inchiesta, dotata dei suoi notevoli poteri investigativi, potrebbe facilmente accedere a questi atti, predisporre e coordinare un’attività di rivisitazione di tutte le risultanze del fascicolo, incrociare i dati e cercare di giungere all’individuazione dei personaggi in contatto con chi utilizzò l’utenza clonata di Cagliari e, quindi, all’identificazione degli stessi. Consideriamo poi che oggi si avrebbero a disposizione nuovi e potenti software ed algoritmi di analisi del traffico telefonico, progettati di recente, nel 1998 assolutamente impensabili, i quali potrebbero rivelarsi molto utili per l’esame della mole dei dati, da noi già acquisiti, intercorso a Roma nella tempistica oraria a cavallo della scomparsa del giudice”.

Se questo sia o meno uno spunto valido, non lo sappiamo con certezza, ma l’impressione è quella. Continuando a parlare con l’ex investigatore, siamo venuti a conoscenza di altre indagini da lui condotte in questa storia:

Indagini rimaste appese

“Sempre in esecuzione di ciò che il Dottor Cannevale mi delegò, acquisimmo in copia carte di due notissimi fascicoli trattati dalla Procura di Roma; era necessario per riscontrare in modo compiuto e definitivo alcune dichiarazioni di Elmo, ma anche documenti custoditi presso un noto Ente umbro; in questo caso, per riscontrare alcune affermazioni del giudice scomparso, che egli aveva esternato solo pochissimi giorni prima della scomparsa ed in modo molto accalorato, alla moglie. Svolsi ed approfondii anche accertamenti relativi ad alcuni esposti anonimi già esaminati da altri uffici investigativi, ma, soprattutto, dopo essermi confrontato con un collega che aveva eseguito indagini di tipo tecnico nel fascicolo riguardante la strage di Capaci, valutammo la possibilità di acquisire il traffico telefonico intercorso tra apparati cellulari, utilizzati nelle celle interessanti il percorso compiuto dal magistrato immediatamente prima di scomparire (un’ora prima e dopo rispetto all’orario in cui era stato avvistato per l’ultima volta il giudice). Il Dottor Cannevale valutò positivamente le nostre iniziative, il traffico fu acquisito ed iniziammo una prima disamina della quale, purtroppo, non conosco l’esito. Infatti, per ottenere un risultato definitivo sarebbe stato necessario approfondire ed espandere l’attività, acquisendo dati da altri procedimenti, collegati o connessi a quello della scomparsa del giudice (mi riferisco a quelli iscritti presso altre D.D.A.), per incrociarli con i nostri, ma non so se fu poi fatto. Il collega “tecnico” dovette dedicarsi allo sviluppo di altre indagini molto pressanti, mentre io ero preso da attività urgenti da svolgere nei fascicoli “Toghe sporche”, anche in vista degli ormai prossimi dibattimenti. Spero che i colleghi abbiano sviluppato l’analisi di quei dati”.

Come si dice: la speranza è l’ultima a morire. Sarebbe però interessante non affidarsi solo alla speranza ma sapere cosa effettivamente ne fu di questi accertamenti. Nell’attesa, non possiamo non fare una constatazione amara: tutto, in questa storia, ha il sapore dell’incompiuto. Per un motivo o per l’altro, c’è sempre qualcosa che non è stato fatto o non è stato portato a compimento. E a questo punto la domanda sorge spontanea: dopo così tanto tempo, sarebbe possibile riprendere l’attività investigativa?

Non solo criminalità

“Provo a rispondere, o meglio, ad esternare delle mie personali considerazioni; ovviamente non rivelerò dati sensibili, che potrebbero rivelarsi utili in futuro, nel caso in cui qualcuno possa tornare ad investigare. Infatti, anche se l’indagine penale è ormai archiviata, nutro la speranza che il caso possa essere preso di nuovo in considerazione, magari da una Commissione parlamentare d’inchiesta. Penso che la scomparsa del Dottor Adinolfi non sia e non possa essere legata solo a questioni riguardanti illeciti collegati alla gestione di fascicoli del Tribunale fallimentare di Roma. Le investigazioni inerenti quei filoni e quelle piste sono state portate a termine diffusamente e con molto impegno. Giustissimo farlo, era doveroso, ci mancherebbe, ma resto convinto del fatto che il giudice, durante la sua attività, possa esser venuto a conoscenza di dati e vicissitudini, molto probabilmente di natura societaria, riguardanti personaggi e vicende di spessore ulteriore rispetto a quello dei faccendieri romani (quelli collegati o contigui ai personaggi della “Banda della Magliana”)”.

Alla vicenda della scomparsa di Paolo Adinolfi è legata a doppio filo la “carriera” di quello che viene considerato il “cassiere” della Banda della Magliana: Enrico Nicoletti. Ma secondo l’ex investigatore, non bisogna soffermarsi al particolare, bisogna allargare lo spettro. Come a dire: parlare di criminalità è riduttivo. E le sue considerazioni sulle “centrali” della clonazione sono piuttosto eloquenti.

L’incontro con l’ex investigatore è stato molto lungo e ricco di spunti interessanti. Sono tanti gli aspetti che abbiamo affrontato in sua compagnia. Dopotutto, il suo nome ricorre in molti tra i più interessanti atti di indagine della seconda inchiesta sulla scomparsa di Paolo Adinolfi. Ecco perché ci riserviamo di dedicare ad altri argomenti un secondo articolo.

©Riproduzione riservata

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  • Nasce a Roma. Editor e agente letterario, collabora dal 2015 con alcune tra le principali realtà editoriali italiane. Già collaboratore e inviato per AISE (Agenzia internazionale stampa estera), dal 2021 al 2023 collabora con il Giornale.it occupandosi di inchieste, nel 2024 è stato redattore di InsideOver. È l'ideatore del format di informazione indipendete DarkSide - Storia Segreta d'Italia e presidente dell'Associazione Culturale DarkSide.

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4 Commenti

  1. Paolo

    Bell’articolo, complimenti, vi seguo e devo dire che fate un buon lavoro. Continuate così

    Rispondi
    • DarkSide - Storia Segreta d'Italia

      Grazie Paolo!

      Rispondi
  2. Welle

    Sottoscrivo in toto le parole del signor Paolo. Riconosco la mole e le difficoltà di destreggiarsi in queste vicende. Giornalismo investigativo e d’inchiesta di ottima fattura. Congratulazioni e buon lavoro. P.S. Mi avete rievocato una vicenda che al tempo mi colpì: la morte di Adamo Bove. Spero che in futuro ne parliate. Buon 2025 ad ogni modo. Grazie :)

    Rispondi
  3. Livia

    Ho seguito negli anni, la storia della scomparsa del giudice Adinolfi il giudice era preoccupato, lo disse alla moglie, aveva timore di essere seguito e spiato, lo disse ad un collega, aveva premura di parlare con il Sostituto Procuratore della Repubblica di Milano, insomma Adinolfi era consapevole che le sentenze da lui firmate quand’era al tribunale fallimentare, nel decennio 1980-90, avevano colpito interessi del mondo della criminalità e di altri soggetti conniventi con esso. Questo già sarebbe stato sufficiente per indirizzare immediatamente le indagini nelle direzione dovuta, ma così non fu.

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4 Commenti

  1. Paolo

    Bell’articolo, complimenti, vi seguo e devo dire che fate un buon lavoro. Continuate così

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    • DarkSide - Storia Segreta d'Italia

      Grazie Paolo!

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  2. Welle

    Sottoscrivo in toto le parole del signor Paolo. Riconosco la mole e le difficoltà di destreggiarsi in queste vicende. Giornalismo investigativo e d’inchiesta di ottima fattura. Congratulazioni e buon lavoro. P.S. Mi avete rievocato una vicenda che al tempo mi colpì: la morte di Adamo Bove. Spero che in futuro ne parliate. Buon 2025 ad ogni modo. Grazie :)

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  3. Livia

    Ho seguito negli anni, la storia della scomparsa del giudice Adinolfi il giudice era preoccupato, lo disse alla moglie, aveva timore di essere seguito e spiato, lo disse ad un collega, aveva premura di parlare con il Sostituto Procuratore della Repubblica di Milano, insomma Adinolfi era consapevole che le sentenze da lui firmate quand’era al tribunale fallimentare, nel decennio 1980-90, avevano colpito interessi del mondo della criminalità e di altri soggetti conniventi con esso. Questo già sarebbe stato sufficiente per indirizzare immediatamente le indagini nelle direzione dovuta, ma così non fu.

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