Senzani, il Sismi e la longa manus di Federico Umberto D’Amato

Scritto da: Gianluca Zanella

È il 1986. Ad Ancona, il pm Mario Mandrelli sta attendendo l’esito della sentenza contro Giovanni Senzani, il criminologo e capo brigatista da lui inchiodato alla responsabilità per l’uccisione di Roberto Peci. Da Ventimiglia, un poliziotto chiede di essere sentito come teste. Vuole parlare dei rapporti tra Senzani e il Sismi. Il suo nome è Arrigo Molinari. E nella lettera inviata a Mandrelli lascia una traccia che porta dritta all’UAR di Federico Umberto D’Amato.

Il criminologo a processo

L’estate del 1986 è rovente ad Ancona.
In una delle regioni d’Italia più defilate dalle vicende di cronaca, in un’aula bunker priva di sistemi di areazione, si tiene il processo per l’omicidio di Roberto Peci, fratello del più famoso Patrizio, il più grande pentito delle Br.
Alla sbarra, tra gli altri brigatisti, c’è un pezzo da novanta. L’uomo che quell’omicidio l’ha pianificato fin nei minimi dettagli, arrivando a filmarlo e a diffondere il video con in sottofondo l’Internazionale. È Giovanni Senzani, il professore dei misteri, per prendere in prestito il titolo del libro che gli ha dedicato Marcello Altamura. Sì, perché Senzani – fino a poco prima del suo ingresso in clandestinità, nel 1979 – è stato uno stimato professore universitario e criminologo di fama, consulente ministeriale e scrittore. Nel tempo libero sognava la rivoluzione e praticava la lotta armata con una ferocia inusuale anche per le Brigate rosse.

Giovanni Senzani, ex brigatista italiano, in una foto scattata nel 1999, dopo 17 anni di carcere.

Arrestato il 9 gennaio 1982, nell’estate del 1986 si trova dentro una gabbia nell’aula bunker del carcere di Montacuto. L’accusa è rappresentata dal pubblico ministero Mario Mandrelli, che con la pazienza dell’uomo di legge e l’acume dell’investigatore mette in fila uno dietro l’altro i tasselli di un domino che al minimo refolo di vento potrebbe iniziare a crollare, ma che grazie al suo lavoro certosino regge e inchioda Giovanni Senzani alle sue responsabilità. Che sono granitiche, sia chiaro. È che le stranezze non sono poche, quando si parla di Senzani. E fino alla fine Mandrelli si mantiene cauto, consapevole che qualcosa potrebbe andare storto.

Il poliziotto venuto da Ventimiglia

Arrigo Molinari ucciso a coltellate all’età di 73 anni, era stato vicequestore vicario di Genova e questore di Nuoro.

Che Giovanni Senzani non sia un personaggio qualunque nel panorama terroristico degli anni di piombo Mario Mandrelli lo sa e, se mai ve ne fosse bisogno, ne ha conferma ad agosto, quando riceve una lettera molto particolare. È su carta intestata della Scuola allievi agenti della Polizia di Stato di Ventimiglia. La firma è del questore Arrigo Molinari.

Molinari, che nel settembre del 2005, a poco più di settant’anni, verrà ucciso a coltellate nel corso di una rapina finita male, è un personaggio curioso. Appartenente per sua stessa ammissione a Gladio – l’organizzazione semi clandestina nata sotto l’ombrello della Nato in funzione anticomunista -, primo poliziotto a entrare il 27 gennaio 1967 nella stanza dove il cantante Luigi Tenco giace senza vita, nel 1986 può dire di aver superato la bufera (il suo nome era finito nelle liste della P2 scoperte nel marzo 1981), ma evidentemente tranquillo non riesce a starci e con quella lettera, inviata a Mandrelli ma anche al presidente della Corte d’Assise di Macerata, Giovanni Rebori, impone letteralmente la sua presenza al processo.

I rapporti di Senzani con il Sismi deviato

Di fronte a un Mandrelli piuttosto perplesso [la ricostruzione di questo incontro si deve al nipote del magistrato, Mario Di Vito, che ha scritto il libro Colpirne uno, ritratto di famiglia con Brigate rosse], Molinari ripete quanto già scritto nella lunga missiva: Giovanni Senzani, sul quale in prima persona ha avuto modo di indagare a lungo, non senza ostacoli, sarebbe stato – e probabilmente lo è ancora – in contatto con settori deviati del Sismi, in particolare quello sotto la chiacchierata direzione di Giuseppe Santovito.

Il generale Giuseppe Santovito, a capo del SISMI dal 1978 al 1981.

A parte le sue parole, Molinari non porta all’attenzione dei magistrati una sola prova a supporto, ma in questo momento non è ciò che ci interessa. La cosa davvero interessante si trova tra le righe della lettera inviata ai magistrati marchigiani. Si tratta di un dettaglio piuttosto curioso, cui nessuno, fino ad oggi, sembra aver dato alcuna importanza.

Essere D’Amato

Federico Umberto D’Amato, direttore dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’interno dal 1971 al 1974.

Con la pubblicazione de La spia intoccabile, libro di Giacomo Pacini del 2021, la figura di Federico Umberto D’Amato, il più illustre – e famigerato – direttore dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, poi direttore della Polizia di Frontiera, infine collaboratore del Sismi, è stata scandagliata a 350°. Non a 360. Non possiamo credere che il più grande spione della storia repubblicana non abbia ancora qualche sorpresa da svelare.
Nel libro si racconta di quando D’Amato – il 23 luglio 1981 – invia all’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni una lettera riservata. Lo fa probabilmente per giustificare la presenza del suo nome all’interno delle liste della P2 da poco scoperte. La lettera riflette la personalità del suo autore. Trasuda spavalderia, sicurezza. Non mancano ammiccamenti e messaggi per orecchie in grado di ascoltare. Eccone un estratto:

“Operando in modo autonomo e personale ho preso contatto e ho sviluppato rapporti in tutti i settori. Se le mie frequentazioni dovessero essere interpretate come una scelta, io potrei essere considerato – caso per caso – fiancheggiatore di Autonomia operaia o del terrorismo palestinese, agente del servizio americano o sovietico, emissario di questo o di quel partito politico. […] Dopo il ’74 non c’è stato argomento di rilevanza di cui non sia stato chiamato ad occuparmi: dalle origini, la natura, i collegamenti internazionali del terrorismo, al caso Moro; dalla strutturazione, competenze, funzionamento dei nuovi servizi segreti, al mantenimento e sviluppo di rapporti con i servizi paralleli ed alleati”.

Come ci spiega Pacini, una versione parziale di questa lettera è nota già dalla fine del 1982, in quanto consegnata da D’Amato stesso durante un interrogatorio al magistrato Ernesto Cudillo, per poi essere acquisita dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, finendo agli atti. La versione integrale, pubblicata per la prima volta da Pacini stesso nel libro Il cuore occulto del potere, emergerà solamente nel 2008 nel corso delle indagini sulla strage di Piazza della Loggia.

I tentacoli dell’UAR

Leggiamo ora un estratto della lettera che Arrigo Molinari spedisce ai magistrati marchigiani il 5 agosto del 1986:

“Per quanto riflette i miei rapporti con la P2 preciso di essere stato autorizzato – in modo autonomo e personale – a prendere contatti e sviluppare rapporti in tutti i settori e con ogni persona che giudicavo utile ai fini degli accertamenti per stroncare l’eversione nera e rossa. Se le mie frequentazioni dovessero essere interpretate come una scelta, io potrei essere considerato come già fiancheggiatore di Autonomia Operaia, Lotta Comunista, dell’OAS francese, emissario di questo o di quel partito politico o agente dei servizi segreti israeliani […]. Nel periodo in cui ho prestato servizio a Genova (1968 – 1983) non c’è stato fatto rilevante di cui non sia stato chiamato ad occuparmi”.

Non serve un esperto per comprendere che questo passaggio della lettera di Molinari è la copia – o qualcosa di molto vicino a una copia – di quella di D’Amato. La domanda sorge spontanea: per quale ragione il questore di Ventimiglia fa questa operazione di “plagio”?

Era forse venuto a conoscenza della versione parziale della lettera a Rognoni e ne era rimasto affascinato? Si tratta dunque di una sorta di omaggio a Federico Umberto D’Amato? O magari – e qui occorre specificarlo, siamo nel campo delle mere ipotesi – quella di D’Amato era una sorta di “formula magica” messa a disposizione degli appartenenti alla fittissima – e in buona parte ancora oggi misteriosa – rete di collaboratori dell’Ufficio Affari Riservati? Una sorta di carta da calare in situazioni particolari per dire “Ehi, sì, mi sono sporcato le mani, ma l’ho fatto per un bene più grande”.

Non sappiamo se Arrigo Molinari abbia avuto qualche rapporto con l’UAR o più o meno direttamente con Federico Umberto D’Amato. Certamente il passaggio che abbiamo evidenziato nella sua lettera a Mario Mandrelli lascia aperti diversi interrogativi e, ancora una volta, alimenta la suggestione intorno a uno degli apparati più affascinanti – leggi anche inquietanti – della nostra intelligence repubblicana.

Approfondimenti
↪ La nostra chiacchierata con Giacomo Pacini in occasione dell’uscita del suo libro “La spia intoccabile. Federico Umberto D’Amato e l’Ufficio Affari Riservati” edito da Einaudi: https://darksideitalia.it/live-streaming/la-spia-intoccabile/

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  • Gianluca Zanella

    Nasce a Roma. Editor e agente letterario, collabora dal 2015 con alcune tra le principali realtà editoriali italiane. Già collaboratore e inviato per AISE (Agenzia internazionale stampa estera), dal 2021 al 2023 collabora con il Giornale.it occupandosi di inchieste, dal 2024 è redattore di InsideOver. È fondatore del format d'inchiesta DarkSide - Storia Segreta d'Italia.

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