Strage di Piazza della Loggia, 50 anni dopo

Scritto da: Manuele Avilloni

Piazza della Loggia, 28 maggio 1974. Cinquant’anni fa, l’orrore e la violenza del terrorismo neofascista colpirono il cuore di Brescia, seminando morte e distruzione durante una manifestazione antifascista. Otto vite furono spezzate e oltre cento persone rimasero ferite.

Giornali e manifestazioni contro la strage fascista di piazza della Loggia a Brescia. Roma, 29 maggio 1974.

È il 28 maggio 1974 e sono da poco superate le dieci del mattino in una piazza, quella della Loggia di Brescia, dove diversi manifestanti si sono riuniti per ascoltare le parole di Franco Castrezzati, allora dirigente della CISL. Nell’aria c’è una tensione palpabile perché lo sciopero è indetto per protestare contro gli attentati fascisti che stanno scuotendo tutta la Lombardia e l’Italia. Episodi come l’esplosione di una sede del Partito Socialista o un ordigno posizionato di fronte la sede della CISL, poi disinnescato, che non fecero vittime ma che alimentarono il terrore di un ritorno a tempi cupi nei quali la fede nel nazionalismo aveva più valore della vita umana.

Ad alimentare ancora di più la tensione fu un messaggio, inviato il giorno prima e proveniente da “Ordine nero” (Gruppo Anno zero-Briexien Gau), diretto a quotidiani di Brescia, preannunciando una serie di attentati contro alcuni esercizi pubblici. A fomentare l’estremismo fu anche un evento accaduto qualche giorno prima. La morte di un giovane bresciano, Silvio Ferrari, in seguito allo scoppio di una bomba dallo stesso trasportata sulla sua Vespa. La città di Brescia era stretta all’interno di una morsa, una manovra eversiva che voleva stroncare sul nascere qualsiasi mutamento sociale. Nell’inconsapevolezza dei manifestanti, proprio piazza della Loggia fu teatro di uno degli attacchi terroristici più sanguinosi della storia italiana che provocò la morte di otto persone e il ferimento di oltre cento. Un attentato che si inserisce nel contesto degli anni di piombo, un periodo  caratterizzato dal ricorso sistematico della violenza.

I Fatti di Piazza della Loggia

Strage di piazza della Loggia, un momento dopo l’esplosione.

Sono le 10:12, Franco Castrezzati sta citando la costituzione la quale vieta la riorganizzazione “sotto qualsiasi forma” del partito fascista quando un ordigno, nascosto in un cestino dei rifiuti, esplode nel cuore della manifestazione. La deflagrazione è forte, l’udito è ovattato da un fischio doloroso, cala il silenzio e sale lo spavento. La deflagrazione infierisce sulle persone più vicine, a terra ci sono tre corpi mentre delle schegge in metallo arrivano lontano infierendo sulla carne dei manifestanti. L’attacco raggiunge subito il suo obiettivo, seminare terrore, colpendo indiscriminatamente lavoratori, studenti e attivisti che partecipavano alla protesta. La piazza si trasformò prima in un luogo di devastazione per poi mutare in un luogo di disperazione. Dopo poche ore le vittime divengono otto, a morire saranno Giulietta Banzi Bazoli (34 anni, insegnante di francese), Livia Bottardi (32 anni, insegnante di lettere alle medie), Alberto Trebeschi (37 anni, insegnante di fisica), Clementina Calzari Trebeschi (31 anni, insegnante), Euplo Natali (69 anni, pensionato ed ex partigiano), Luigi Pinto (25 anni, insegnante), Bartolomeo Talenti (56 anni, operaio) e Vittorio Zambarda (60 anni, operaio).

A 50 anni dall’accaduto alcune delle foto scattate in quegli attimi di disperazione ci rimembrano tutta la brutalità degli anni di piombo, tra l’odore acre e fumoso la disperazione di Arnaldo Trebeschi mentre con la mano si copre il volto dopo aver coperto il corpo esanime del fratello con uno striscione. Quella stessa mattina quella piazza, scena del crimine, sarà lavata e spazzata nel tentativo di cancellare l’orrore ma che di fatto cancella solo alcune tracce dell’esplosivo, gelignite (jelly) una miscela esplosiva facilmente maneggiabile.

Un operaio soccorre uno dei feriti dell’attentato a piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio 1974.

Le Indagini e le Piste Investigative

Le indagini sulla strage furono complesse e travagliate, caratterizzate da numerosi depistaggi e difficoltà nell’identificare i colpevoli. Furono percorse varie piste ma le più significative furono quelle sull’eversione neofascista e sui servizi segreti deviati. Dopo anni di travagliate difficoltà da parte degli inquirenti, attraverso le parole di un ex militante degli ambienti neofascisti, vengono coinvolti come sospetti esecutori Roberto Zorzi e Marco Toffaloni allora diciasettenne. Proprio Toffaloni compare in una delle foto che ritrae Trebeschi mentre veglia sul corpo del fratello ormai deceduto.

La foto in cui è stato identificato Marco Toffaloni, che allora aveva solo 17 anni.

Ma quali furono le piste delle indagini? Le prime indagini si concentrarono sulla matrice di eversione fascista e si concentrarono su gruppi neofascisti come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, già noti per altri atti terroristici. Diverse figure di spicco di questi gruppi furono arrestate e processate, ma le prove contro di loro risultarono spesso insufficienti. L’altra strada percorsa, decisamente più complessa e delicata, fu quella riguardante i Servizi Segreti Deviati. Fu una pista parallela che esplorò il coinvolgimento di elementi deviati dei servizi segreti italiani, in particolare il SID (Servizio informazioni difesa). Alcune delle testimonianze e documenti suggerirono che alcuni membri dei servizi potessero aver orchestrato l’attentato per destabilizzare il paese e giustificare misure repressive.

L’iter delle indagini, proprio a partire dai rilievi immediatamente successivi all’attentato fu ostacolato da depistaggi e insabbiamenti. Documenti sparirono, testimonianze chiave vennero modificate, e molti sospettati furono assolti per mancanza di prove conclusive. Questi eventi alimentarono il sospetto di una strategia della tensione mirata a mantenere il controllo politico e sociale. Maurizio Tramonte, informatore dei servizi segreti noto come “Tritone”, secondo alcune testimoniante fu uno dei principali depistatori. Tramonte, inizialmente considerato un testimone, fu poi riconosciuto come uno degli esecutori materiali dell’attentato.

Carlo Maria Maggi, leader di Ordine Nuovo, e altri membri del gruppo furono inizialmente indagati e poi assolti per mancanza di prove, solo per essere nuovamente incriminati e condannati decenni dopo. Durante questo periodo, molte prove contro di loro furono intenzionalmente trascurate o alterate. Tra le prove cruciali scomparse vi furono alcuni rapporti investigativi e registrazioni telefoniche. Una delle manipolazioni più gravi riguardò la mancata analisi immediata di alcuni reperti cruciali della scena del crimine. Il capo del reparto D (controspionaggio) del SID (Servizio Informazioni Difesa), Gianadelio Maletti, fu sospettato di aver orchestrato depistaggi per proteggere gli autori dell’attentato. Maletti stesso fu condannato per aver aiutato a nascondere le responsabilità di alcuni neofascisti coinvolti. Inoltre alcuni testimoni chiave, inizialmente pronti a fornire informazioni dettagliate, modificarono improvvisamente le loro versioni dei fatti o si ritirarono del tutto. Questo fenomeno fu particolarmente evidente nel caso di Maurizio Tramonte, il cui ruolo di infiltrato dei servizi segreti fu rivelato solo molti anni dopo, dimostrando come le sue testimonianze fossero state manipolate per confondere le indagini.

Il generale Gianadelio Maletti durante la sua deposizione al processo per la strage di Piazza Fontana.

La Condanna

Nel corso degli anni si susseguirono numerosi processi che cercarono di far luce sulla strage. Il primo processo fu il cosiddetto “processo Buzzi”, cui ne seguì un secondo, il “processo Ferri” ma che anche in questo caso si concluse con una sentenza di proscioglimento di tutti gli imputati. Il terzo processo, il “processo agli ordinovisti” ebbe tre sentenze (I e II grado e Cassazione) con la quale si arrivò ad una condanna in via definitiva dalla Suprema Corte. La sentenza ebbe un grande valore storico e la condanna riguardò il leader di Ordine nuovo nel Triveneto, Carlo Maria Maggi che poco dopo la strage di piazza la Loggia dichiarò “Brescia non deve restare un fatto isolato”. Venne condannato per strage anche il suo sodale Maurizio Tramonte all’epoca collaboratore dei servizi segreti.

Le condanne all’ergastolo a Maggi e Tramonte sono state confermate in Cassazione con sentenza del 20 giugno 2017. Nonostante ciò il percorso giudiziario, lungo e tortuoso, è stato caratterizzato da molte assoluzioni e riaperture di casi. Ne è un esempio il processo attualmente in corso che vede imputato Marco Toffaloni, ex membro della cellula veronese di ON, accusato di aver deposto materialmente l’ordigno nel cestino dei rifiuti. Ma di questo e molto altro ve ne parleremo a breve con approfondimenti e un’inchiesta video che noi di Darkside stiamo preparando per voi.

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  • Manuele Avilloni

    Nasce in provincia di Frosinone nel 1989. Laureato in Scienze Politiche, ha successivamente intrapreso gli studi in Relazioni Internazionali presso l’università di Torino. La passione per l’informazione, le dinamiche sociali e le materie forensi lo hanno avvicinato al mondo del giornalismo. Nel 2022 ha partecipato al corso di giornalismo di reportage della Newsroom Academy con Daniele Bellocchio. Il suo reportage sul cyberbullismo è tra i vincitori del corso. Successivamente ha seguito il corso di giornalismo investigativo con Gianluca Zanella ed ha iniziato a collaborare con InsideOver e ilGiornale.it

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