32 anni fa a Palermo scoppiava l’inferno. Paolo Borsellino e la sua scorta vennero spazzati via da una violenta esplosione. Gianluca Prestigiacomo, ex agente Digos, condivide il suo ricordo ed esprime alcune interessanti considerazioni.

Via D’Amelio dopo l’attentato del 19 luglio 1992.
L’inferno a Palermo
Trentadue anni fa, il 19 luglio 1992, alle 16.58, una Fiat 126 contenente circa 90 chilogrammi di Semtex venne fatta esplodere al civico 21 di via Mariano D’Amelio a Palermo, sotto il palazzo in cui abitavano Maria Pia Lepanto e Rita Borsellino, madre e sorella del magistrato Paolo Borsellino. Quindi, alle 16.58 Paolo Borsellino, mentre stava varcando l’ingresso del palazzo per recarsi dalla madre e dalla sorella, rimase vittima di una devastante esplosione, insieme agli agenti della Polizia di Stato: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Emanuela Loi fu la prima donna della Polizia di Stato che era entrata a far parte del servizio scorte e, purtroppo, la prima donna a cadere in servizio. Antonio Vullo, l’unico sopravvissuto alla strage: «Il giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io ero rimasto alla guida, stavo facendo manovra, stavo parcheggiando l’auto che era alla testa del corteo. Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l’inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto».

Il magistrato Paolo Borsellino, vittima di Cosa nostra nella strage di via D’Amelio assieme ai cinque agenti della sua scorta.
Il mio ricordo
Uno scenario apocalittico, sembrava la Beirut dei primi anni Ottanta. Lo ricordo bene quel giorno. Ogni attimo è ancora nitido nella mia mente e fa parte di una storia molto lunga. Era domenica, una domenica molto calda. Rientrai da un servizio nel primo pomeriggio, mi sedetti sul divano e accesi la televisione. Un gesto, come dire, ozioso. Mi ero sintonizzato su Rai Tre. Ancora era forte la cosiddetta lottizzazione politica: Rai Uno alla DC, Rai Due al PSI, Rai Tre al PCI. A un certo punto vidi scorrere la striscia di sottopancia che annunciava una imminente edizione straordinaria del TG3. Era ancora nella mente di chiunque la strage di Capaci, in cui vennero assassinati Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta, tutti appartenenti alla Polizia di Stato: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Pensai subito al peggio. Pochi giorni prima Paolo Borsellino aveva parlato della sua condizione di condannato a morte. E aveva anche detto: «Devo fare in fretta, perché adesso tocca a me.»
Il Paese era ancora sotto shock per la strage di Capaci. Era iniziata una stagione violenta, di attacco al cuore dello Stato. Inizialmente, al TG3 andato in onda in edizione straordinaria, si ipotizzava lo scoppio di una bombola del gas, ma non era molto credibile, nemmeno i giornalisti ritenevano realistica una simile ricostruzione. Nei loro volti si leggeva chiaramente cosa stessero pensando. E non poteva essere che alla strage, purtroppo, attesa. Poco dopo le 17.00 arrivò la conferma. Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, erano stati barbaramente assassinati. Subito mi venne in mente l’amico di Borsellino che ben conoscevo, il prof. Enzo Guidotto. E pensai che forse sarebbe stato il caso di sentire se avesse già appreso la notizia. Gli telefonai. Non sapeva niente. Gli dissi di accendere la televisione e di sintonizzarla su Rai tre. Fu un colpo molto duro. Lo fu per tutti. Sembrava che ogni sforzo per eliminare definitivamente le mafie fosse diventato vano. Come ricordò Antonio Caponnetto, subito dopo l’attentato.

Da sinistra: Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Agostino Catalano. I cinque agenti della scorta furono uccisi assieme al giudice Paolo Borsellino nell’attentato in via D’Amelio a Palermo il 19 luglio 1992.
Una stagione di sangue
Dunque, sono passati 32 anni dal 1992, l’anno delle due stragi, precedute dall’uccisone di Salvo Lima, eurodeputato della DC. Fu il primo segnale di cosa stesse accadendo dopo le condanne definitive della Cassazione agli imputati del Maxi Processo, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In buona sostanza vennero a mancare le garanzie politiche per un eventuale alleggerimento delle condanne e il referente della DC in Sicilia, ovverosia, il referente di Giulio Andreotti in Sicilia, venne assassinato. Un segnale molto forte di Cosa Nostra che arrivò a marzo dello stesso anno. Circa due mesi prima della strage di Capaci. E circa quattro da via D’Amelio.
Poi arrivarono le stragi del 1993, che presero di mira una parte importante del contesto culturale dello Stato. Una sequenza di morti e feriti soprattutto civili, che si aggiunge agli attentati dell’anno precedente. Il 14 maggio 1993 un’autobomba esplose in via Fauro a Roma, al passaggio dell’auto di Maurizio Costanzo, ritenuto da cosa nostra responsabile di una informazione antimafia. Il giornalista e la compagna, Maria De Filippi, restano illesi. 24 furono i feriti. Nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993 un’autobomba esplose a Firenze nei pressi del museo degli Uffizi. Morirono cinque persone: i coniugi Fabrizio Nencioni e Angela Fiume con le loro figlie Nadia (9 anni) e Caterina (appena 50 giorni) e lo studente Dario Capolicchio, i feriti furono 40. La sera del 27 luglio 1993 esplose un’autobomba presso la Galleria d’arte Moderna e il Padiglione di arte contemporanea di Milano provocando la morte di 5 persone: i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, l’agente di polizia municipale Alessandro Ferrari e Moussafir Driss, immigrato marocchino che dormiva su una panchina. Nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 due autobombe esplosero davanti a San Giovanni in Laterano, la Cattedrale di Roma, e alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Complessivamente si contarono 22 feriti. Fu la risposta di cosa nostra al forte intervento di Giovanni Paolo II: «Convertitevi! Verrà un giorno il giudizio di Dio!»
Un ricatto, quindi, iniziato, con tutta probabilità, già dall’assassinio di Salvo Lima. E lo Stato decise di intraprendere una sorta di negoziato, presumibilmente perché gli obbiettivi che Cosa Nostra aveva progettato di colpire, potrebbero in qualche modo essere stati previsti. Evidentemente i negoziati non andarono a buon fine e Cosa Nostra realizzò i suoi progetti stragisti. Lo Stato reagì duramente, dando inizio a un braccio di ferro con la mafia. E l’anno successivo arrivò la seconda ondata, che provocò decine di vittime tra uomini di Stato e società civile.
Trattare: roba da servizi
Fu definita la Trattativa Stato – Mafia, che, nell’immaginario collettivo, solo a nominarla fa venire i brividi, perché è incredibile che uno Stato possa giungere alla conclusione di trattare con dei mafiosi criminali per evitare ulteriori vittime. Ma non sarebbe una dimostrazione di debolezza. Anzi. Uno Stato che cerca di salvaguardare i propri cittadini usando gli strumenti a sua disposizione, non è da biasimare. Dipende, però, quali sono gli strumenti.
La sentenza definitiva della Cassazione sulla trattativa, pronunciata il 27 aprile 2023, ha confermato l’assoluzione dell’ex senatore Marcello Dell’Utri «per non avere commesso il fatto» e assolto definitivamente, perché «il fatto non costituisce reato», anche gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno. Ma facciamo un passo indietro. Il 6 agosto 2022 erano state depositate le motivazioni della sentenza d’Appello in cui si stabiliva che «la trattativa ci fu», ma per opera di una «improvvida iniziativa», nell’ottica, appunto, di voler evitare ulteriori stragi, degli ufficiali dei Carabinieri e non politica. Innanzitutto, a prescindere dalle sentenze, e dalle assoluzioni, occorre fare un ragionamento tecnico. Tutti gli operatori delle Forze dell’Ordine, oltre a essere dei Pubblici Ufficiali, sono anche Agenti e Ufficiali di Polizia Giudiziaria. E tale qualifica comporta dei compiti specifici. Anzi. Si tratta proprio di obblighi. Primo tra tutti è che in presenza di un reato non possono esimersi di denunciare il fatto all’Autorità Giudiziaria. Diversamente, incorrerebbero nel reato di omissione in atti d’Ufficio, con tutte le aggravanti che ne conseguono. Quindi, dulcis in fundo, la trattativa c’è stata, ma non ha una rilevanza penale. Pertanto, il fatto in sé fa sorgere alcune perplessità. Eventualmente, operazioni di questo genere, avrebbero potuto essere svolte dai servizi segreti, i cui operatori, per loro natura giuridica, non detengono la qualifica di agenti e ufficiali di Polizia Giudiziaria. Pertanto, non hanno l’obbligo di riferire all’Autorità giudiziaria eventuali forme di reato. È chiaro, quindi, che, anche qualora si fosse resa necessaria una trattativa con le mafie, per fermare una stagione stragista iniziata a marzo del 1992, a condurla avrebbero dovuto essere gli operatoti dei servizi. Ma il fatto più inquietante è che ancora non si sa bene, o non si sa proprio, chi siano realmente mandanti e pupari, che vollero o permisero, un lungo spargimento di sangue nel Paese.
Tuttavia, a essere messi nel tritacarne sono sempre coloro i quali agiscono per arrivare a scongiurare il peggio, oppure cercare di evitare vittime. In questo caso gli ufficiali di cui sopra, che, anche qualora avessero agito con metodi poco ortodossi, sarebbe stato solo per un fine lodevole. Infatti, la sentenza di completa assoluzione potrebbe essere intesa proprio in questo modo.

Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi.
Le telefonate scomparse
Invece, ci sarebbero altri che dovrebbero rispondere. Il fatto più inquietante, tra l’altro, è che ancora non si possano conoscere le conversazioni telefoniche intercorse tra l’ex ministro Nicola Mancino e l’ex benemerito Capo dello Stato Giorgio Napolitano, che tanto pretese e ottenne venissero tombate. Si tratterebbe di una questione di trasparenza. È vero che non tutti sarebbero in grado di gestire un certo tipo di informazioni. Ma è altrettanto vero che dopo trentadue anni sarebbe opportuno conoscere e capire i motivi che generarono le stragi, causando vittime di Stato e civili. E si può tranquillamente sostenere che in quelle conversazioni ci sia abbastanza per fare chiarezza una volta per tutte. Non che siano loro i mandanti, ma che fossero a conoscenza di alcuni fatti, che determinarono la morte di Giovanni Falcone, sua moglie, Paolo Borsellino e degli otto agenti della Polizia di stato in servizio di scorta, nessuno può impedire di pensarlo. Altrimenti, quale sarebbe potuto essere il motivo reale per tutelarsi dietro al sistema Costituzionale? Solo per mera formalità? Di fronte a certi fatti, i formalismi servono solo a gettare ombre.
Tra l’altro, la storia che le conversazioni telefoniche tra Mancino e Napolitano siano state distrutte, e che nessuno ne sia a conoscenza non è per nulla credibile. Qualcuno le avrà pur sentite. Non solo. Ma le ditte che forniscono la strumentazione e la gestione delle intercettazioni telefoniche, in qualche modo hanno sicuramente accesso a tutto quello che gli Ufficiali di Polizia Giudiziaria ascoltano e trascrivono, all’occorrenza anche integralmente. Non ci sono dubbi sulla ineccepibilità degli addetti, peraltro nominati ausiliari di Polizia Giudiziaria, ma ciò dimostra che quelle conversazioni telefoniche intercettate, a norma di legge, sono state udite e lette da molte persone. E non è che l’ufficiale di P.G. delegato alla intercettazione sia l’unico, poi, a custodirne il contenuto. Ci sono i superiori, magistrati deleganti, e tutta una serie persone che per regioni di servizio hanno accesso a quelle registrazioni.
Un ricatto ancora in essere?
Un vecchio detto «A pensar male del prossimo si fa peccato ma si indovina» è una frase normalmente attribuita a Giulio Andreotti. In realtà la paternità è di Papa Pio XI (Achille Ratti). E in questo caso, conoscendo in linea di massima il comportamento umano, per certi aspetti, funziona. Le conversazioni intercettate tra l’ex Ministro dell’Interno e il defunto Capo dello Stato Giorgio Napolitano, potrebbero essere finite in mani poco affidabili. Quindi, chi può dire che sulla scorta di quelle intercettazioni non abbiano avuto corso ricatti tra mafie e Stato, finalizzati a coprire altri interessi personali o di partito? O magari siano servite per formare governi o per stabilire candidature di personaggi convenienti, o più morbidi nei confronti delle organizzazioni mafiose? In un Paese democratico, come dovrebbe essere l’Italia, sulla base di questi dubbi, i cittadini faticano a esprimere totale fiducia in chi rappresenta le sue istituzioni.
A questo punto una riflessione sembra più che necessaria. Sono 150anni che si parla di mafia. Sono 150anni che la mafia ammazza chi si oppone a essa. Sono 150anni che la mafia fa affari con la politica e la politica si interfaccia con essa per raggiungere livelli sempre più alti di potere, a scapito, appunto, dei morti ammazzati, civili o servitori dello Stato. Probabilmente c’è la volontà di non debellarla mai, proprio perché serve a certi contesti di potere. Prima era solo un potere politico, ora è anche una convenienza in ambito economico e sociale. E viene da pensare che essendosi assottigliato molto il consenso politico in generale, raggiungendo un astensionismo cha va ben oltre il 50%, le mafie potrebbero riuscire a garantire ancora qual tanto che basta alla classe politica generale per essere in qualche modo rappresentativa. Altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui ancora tutto è praticamente rimasto irrisolto.
Lo Stato non può assolutamente permettere che chiunque tenti di difendere le sue radici democratiche venga assassinato e il fatto rimanga senza colpevoli. O, venga scritta una verità di comodo. I rivoli normativi sono ormai ipergarantisti al punto che la discussione non è più sulle motivazioni, ma sulla forma in cui esse trovano alloggio nei codici o nella giurisprudenza. Ovverosia, l’interpretazione giuridica si basa solo sulla forma, non sulla sostanza. Ci si arrovella tra le pieghe giurisprudenziali, che tendono sempre di più a garantire l’impunità per non violare qualsiasi diritto acquisito. Giusto, ci mancherebbe, ma la disparità con cui viene usato il garantismo in molti casi può essere controproducente, per il semplice fatto che, come in alcuni specifici, non fu dichiarata una non colpevolezza, ma una errata applicazione della legge.
Mai una volta, però, che l’applicazione della norma venga interpretata nel suo aspetto garantista quando a commettere un reato è un cittadino qualsiasi, ma solo per coloro i quali possiedono un certo tipo di potere. Il potere di ricattare, per esempio. Quello più convincente. Pertanto, è normale credere che buona parte della classe politica possa essere ricattata e che essa stessa possa ricattare per ottenere vantaggi personali o per gli amici. A volte anche per gli amici degli amici. E su queste basi, per nulla edificanti, il Paese arranca nella via verso la verità. Dopo trentadue anni, dunque, sarebbe giunto il momento che America e Italia aprissero gli archivi segreti e ci dicessero cosa realmente accadde in quegli anni. E non solo.
Falcone e Borsellino: non da chi, ma da “cosa” sono stati uccisi
Ma, allora, Paolo Borsellino e prima di lui Giovanni Falcone, più che da chi, da “cosa” vennero assassinati, sacrificando anche altri servitori dello Stato? La mafia temeva lo Stato, oppure altri traditori dello Stato temevano di essere intralciati nelle loro intenzioni, quindi si servirono della manovalanza mafiosa? O, meglio ancora, cosa avevano scoperto oltre a una trattativa o alla complicità tra mafia e istituzioni per pilotare una serie di appalti eccellenti?
Ora, credere che siano stati ammazzati perché avevano scoperto che lo Stato stava trattando per uscire dal tunnel ricattatorio, oppure perché ci sarebbe stato un accordo sugli appalti, francamente, soprattutto con il senno di poi, appare quasi un tentativo di trovare una verità che vada bene a tutti. Per dare corso a una stagione stragista di quelle dimensioni, iniziando dal referente di Andreotti in Sicilia, reo di non essere riuscito a rendere più morbide le sentenze della Cassazione sul Maxi Processo, per poi eliminare definitivamente chi quel processo lo aveva istituito, continuando a spargere nel Paese il sangue di uomini e donne, di Stato e civili, nientemeno devono esserci interessi trasversali che vanno oltre i confini nazionali e che solo in pochi conoscono. Anzi. Solo i diretti interessati. Ma chi sarebbero?
Certo, la mafia non ha fatto sconti a nessuno quando temeva di essere colpita anche dalla società civile (giornalisti, prelati, giudici, consulenti, civili) e senza dubbio anche con l’avallo di quei potenti di turno che temevano di vedere svelati i propri affari e interessi. Ma dietro la mafia ci sono pezzi dello Stato, poteri economici ormai internazionalizzati. Perciò, viene più normale supporre ci sia dell’altro. Magari un sistema che da tempo aveva iniziato a sviluppare un progetto che avrebbe portato l’Italia verso la svendita e il fallimento, con la complicità di ambienti mafiosi. E loro se ne accorsero. Probabilmente, oltre alle conversazioni tra Mancino e Napolitano, ci potrebbe essere testimonianza anche nella ormai nota agenda rossa. Quella su cui Paolo Borsellino annotava tutto. Chissà cosa c’è su quelle pagine, quali riferimenti annotava, quali fossero i suoi pensieri e quali tracce aveva lasciato affinché potessimo salvarci da un inferno, quello in cui siamo finiti dentro, probabilmente senza scampo.

I magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Agire subito
Ormai si sa, come per il terrorismo, anche per quanto riguarda la mafia (o le mafie) molte sono le carriere politiche di personaggi che non conoscono un minimo di antefatti storici. Comunicano a suon di slogan, tanto, dopo avere ridotto il Paese a un livello culturale molto basso, basta poco per abbindolare. E le mafie ormai si sono trasformate. Non sono più organizzazioni a parte. Sono all’interno delle amministrazioni pubbliche, nella politica, riescono a eleggere propri rappresentanti e condizionano la vita di ogni cittadino. Insomma, sono radicate in tutto il territorio. E non solo nazionale. Il potere gestito nelle forme stabilite dall’art. 416 bis del Codice penale, è avvertibile anche all’interno delle istituzioni, nelle aziende, nelle multinazionali. È ormai diventato un modus operandi anche individuale e non solo di gruppo.
È giunto il tempo di cercare le motivazioni anche altrove, dove il terreno è più scivoloso e rischioso, ma è un lavoro che andrebbe svolto e subito, fosse solo per restituire alle vittime, ai loro familiari, un po’ di speranza. Magari smettendo di scambiare il timore reverenziale con il rispetto del ruolo. Sì, perché in molte circostanze il condizionamento, quale effetto proprio della reverenza, è decisivo anche nelle indagini. Vuoi per un fatto economico, vuoi per coronare la propria carriera senza intoppi, alla fine prevale sempre l’interesse personale.




Analisi cruda e diretta di un’angoscia mai dimenticata che continua a farci riflettere su cosa siamo oggi.
Contenuto chiaro e soprattuto ineccepibile , per forma e ‘sostanza ‘ se non solo da ‘chi’ possa aver un interesse personale nel consideralo diversamente ..questo Paese non conosce il ‘coraggio della verità ‘ e per tanto non potrà mai progredire realmente , basti pensare da quelle fatiche date ad oggi , come tutto sia sempre più degenerato in Italia ..sempre più ‘svuotata ‘ di contenuti : un paese sempre più ‘svuotato’ nei settori più strategici ed economici e sempre più povero in ogni senso e con Istituzioni sempre meno credibili da parte dei cittadini . Forse ‘chi ci libero’ ed ebbe ad investire per la ripartenza , ha pian piano ‘messo all’incasso ‘ le proprie cambiali e svuotato come meglio abbia potuto la propria colonia , le ‘briciole ‘ rimaste rimangono appannaggio delle varie lobby locali consorziatesi pure all’abbisogna , ai cittadini onesti rimangono solo debiti erariali da pagare per mantenere il carrozzone e sempre più debiti contratti per sopravvivere .