Stragi: ecco perché non ci serve una Commissione

Scritto da: Gianluca Prestigiacomo

Nell’immediato secondo dopoguerra in Italia ebbe inizio un nuovo assetto sociale fondato sulla tanto auspicata democrazia. Certo, dopo oltre vent’anni di fascismo qualsiasi modello, purché in qualche maniera rappresentativo, sarebbe stato accolto con immensa gioia. In buona sostanza, la liberazione dal fascismo e dalle ormai note crudeltà in esso contenute, era talmente sperata e attesa, che fu sufficiente restituire i minimi diritti ai cittadini per farli sentire in una forma avanzata di democrazia.

10 luglio 1943, lo sbarco degli alleati in Sicilia.

Patto con il diavolo? No, con la mafia

All’inizio solo pochi sapevano che lo sbarco era avvenuto grazie alla complicità con la mafia, solo gli apparati governativi e non tutti i suoi componenti. Solo alcuni. Diciamo, i più fidati al patto. Sì, quel patto atlantico in cui veniva espressamente specificato che chiunque avesse contribuito alla «causa» non sarebbe mai stato perseguitato. Documento, peraltro, riportato in appendice nel libro di Michele Pantaleone «Segreto di Stato». Fu il principio di una serie di ripercussioni, come dire, di Stato, tra organismi più o meno segreti. Un terreno molto fragile in cui la cultura del potere prese forma in ogni ambito. Un potere strutturato principalmente sul ricatto, sul compromesso, sulla fede politica, sulla spartizione della cosa pubblica. E tutto questo generò la stagione della rivolta sociale, della presa di coscienza, in quanto quella intrapresa sarebbe stata la strada sbagliata; un percorso oscuro, che avrebbe portato il Paese e le sue appena rinnovate Istituzioni Democratiche, a una deriva incontrollata.

Una lunga stagione di sangue e bombe

Iniziò, quindi, la stagione delle contestazioni, molte delle quali aspre: il Sessantotto. Furono gli studenti a capire che la società sviluppatasi nel secondo dopoguerra aveva bisogno di essere saldata a quel concetto alto di democrazia che si stava delineando, però, nella forma meno auspicata. Iniziarono a nascere vari gruppi politici, principalmente extraparlamentari, in netto contrasto anche con il maggiore partito di opposizione (il PCI) accusato di essere anch’esso una sponda del potere occidentale. Nacquero le Br, inizialmente in risposta alla strategia della tensione attuata con la complicità di pezzi dello Stato per favorire una via moderata, diciamo atlantica, mettendo in cattiva luce gli estremismi di matrice comunista. In pochi mesi il Paese divenne teatro di scontri, di uccisioni, di rapimenti. Di bombe: piazza Fontana, l’Italicus, piazza della Loggia, la stazione di Bologna, il rapido 904, per citarne alcune.

E se non è facile sviluppare una analisi efficace sotto l’aspetto giudiziario, non lo è nemmeno dal punto di vista storico. Ma è pur sempre necessaria per trarre delle conclusioni che portino a riflettere quanto meno sulla inefficacia delle rivoluzioni inconcluse o, meglio ancora, usate contro loro stesse da parte di chi, invece, avrebbe dovuto garantire la libera espressione anche di coloro i quali avevano qualcosa da dire nei confronti della cosiddetta «occupazione imperialista».

Brescia, Piazza della Loggia dopo l’attentato del 28 maggio 1974.

Un’analisi scomoda ma necessaria

Ora, non si tratta di fare un tutt’uno, ma di tendere un filo quanto meno logico, dal punto di vista sociologico. Un collegamento tra contesti sociali unici al mondo. Certo, il collegamento tra mafie e terrorismo è stato dimostrato solo in poche circostanze. Ma un conto è dimostrarlo sotto l’aspetto giudiziario, un altro è riportare le motivazioni sostanziali per cui mafie e terrorismo, purché su terreni differenti, puntano a destabilizzare il tessuto democratico. Come appena detto, in qualche modo è stato dimostrato che il collegamento è effettivamente esistito, magari solo sotto un aspetto specifico, come le armi.

Negli ultimi anni il dibattito storico per quanto riguarda il terrorismo rimane una questione relegata solo in ambienti tecnici. Si punta, o si è puntato, quasi esclusivamente a strategie di contrasto sul piano penale, ovverosia, giudiziario; mai, o quasi, viene interessato l’aspetto sociologico, che spinge qualsiasi sodalizio riconosciuto o meno a realizzarsi fino a diventare esso stesso un potere indipendente, quindi, per molti aspetti, qualificato e per questo riconosciuto come tale anche dalle Istituzioni dello Stato. Del resto, il motivo per cui il contrasto al fenomeno sul piano sociale è palesemente quasi nullo, va ricercato in ambito principalmente politico: non c’è più la forza necessaria, o la volontà, di assumersi la responsabilità di correggere una deriva sostanzialmente condizionata da ricatti del passato, derivanti da accordi con terroristi di qualsiasi matrice.

Una ricostruzione storica e la conseguente comparazione sui fatti di attualità, non può e non potrà mai determinare una valutazione generale in ambito penale. Un giudice, o un magistrato, può tenere conto, o può usare l’analisi per collocare i reati specifici all’interno di contesti sociali relativi. Ma essa non può rivelarsi determinante per una condanna; può solo aiutare a comprendere socialmente gli effetti complessivi dei reati. Comunque, è ormai chiaro a tutti che la verità giudiziaria sui fatti del passato è praticamente una strada non più percorribile. Ma è possibile ricostruirli sotto un aspetto storico e sociale. E chi può svolgere questa importantissima analisi?

Commissione stragi: un lavoro prezioso ma incompiuto

Nel corso della IX legislatura la Camera dei deputati istituì una Commissione sul terrorismo, ma ebbe poca durata. Successivamente venne istituita, invece, la bicamerale con la legge n. 172 del 17 maggio 1988. Nacque la «Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi» più nota come commissione stragi.

La Commissione d’inchiesta sul terrorismo venne prorogata più volte, circa 13 anni, fino al 2001, per via della grande quantità di fatti da analizzare e indagare. Erano tantissimi. Era il 1988, appunto, quando in qualche modo il sistema politico dei partiti stava ancora affrontando le questioni legate al terrorismo interno, di matrice sia rossa, che nera. Quando le BR avevano appena ammazzato Roberto Ruffilli, economista scelto da Ciriaco De Mita, allora Presidente del Consiglio dei ministri. Quando c’era una volontà generale di portare alla luce i contesti che si stavano delineando sul rapimento e il successivo assassinio di Aldo Moro. Sì, erano gli anni in cui occorreva monitorare i sodalizi di natura politico/stragista, che miravano alla destabilizzazione delle istituzioni democratiche. Insomma, una iniziativa politica che aveva restituito all’intero Paese uno strumento estremamente importante e incisivo, sia sul piano giudiziario, sia in quello sociale. Basti pensare alle relazioni dei due presidenti succedutisi, Libero Gualtieri e Giovanni Pellegrino. Due documenti che disegnano un quadro completo di quegli anni e una analisi altrettanto precisa sulla evoluzione di detti fenomeni.

La commissione si era occupata di contesti quali: Apparato paramilitare del PCI, Caso Moro, Golpe Borghese, Organizzazione Gladio, P2, Strage di Ustica, Strategia della tensione in Italia, Terrorismo in Alto Adige, Falange Armata. Ambiti, appunto, sui quali ci sarebbe ancora molto da approfondire, dal momento che hanno ampiamente condizionato il Paese sotto molti aspetti, da quello politico a quello sociale. Sodalizi che in qualche maniera hanno seminato terrore e insicurezza, alcuni dei quali si ha ormai la quasi certezza possano essere emanazioni dirette di pezzi legati direttamente agli apparati dello Stato.

2 agosto 1980, la Strage di Bologna.

Di fatto c’è da dire che la commissione non produsse una relazione conclusiva in cui fosse emersa la fine di ogni attività estremistica. Anzi, come già detto, le relazioni prodotte puntavano proprio sul fatto che tali fenomeni avevano e stavano continuando a influenzare le attività dello Stato. E questo avvalora la tesi secondo la quale bisognerebbe che organismi simili, o addirittura gli stessi, venissero ripristinati, proprio per tenere alta l’attenzione, non solo sui fatti del passato, che ancora riescono a incidere condizionando le scelte politiche e istituzionali, ma anche sulle loro conseguenze, sull’attualità. Occorre continuare a indagare soprattutto sotto l’aspetto sociale, capire i motivi per cui potrebbero ripetersi, magari in forme molto più cruente. O magari per verificare se potesse esistere una continuità con il passato, quindi, una evoluzione nel modus operandi. Nel senso che potrebbe non esserci più lo scostamento di un tempo: Stato e Anti Stato.

Occorre una visione più ampia

Nel silenzio e in assenza di adeguati organismi di controllo, potrebbe essere accaduto qualcosa di invisibile. Qualcosa che abbia inquinato le Istituzioni, le quali non essendo fondate sull’astrazione, sono rappresentate da persone. Pertanto, non ci sarebbe nulla di cui stupirsi qualora si riscontrasse che al loro interno fossero confluiti potenziali rappresentanti di sodalizi che nel passato riuscirono a condizionare dall’esterno le attività dello Stato. Una tra le tante questioni ancora rimaste aperte e su cui ancora ci sono molte perplessità è il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Non solo. Un altro esempio è la Falange Armata, sodalizio invisibile su cui pende il sospetto di una complicità di pezzi dei servizi segreti. Insomma, la decretazione sulla fine di una stagione e sulle sue conseguenze non è mai avvenuta, semplicemente perché non c’era nulla da decretare. Si continua a parlarne attraverso lo strumento della scrittura, un tentativo per continuare a ricostruire, capire, per non abbassare il livello di attenzione e per tenere alta la memoria. Servono però strumenti istituzionali adeguati, non bastano le inchieste giudiziarie. Le riaperture dei casi hanno dei limiti dal punto di vista penale. Serve una visione più ampia.

Peraltro, per i medesimi motivi, la «Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere» la cosiddetta commissione antimafia, è ancora attiva, nonostante le perplessità emerse sull’attuale presidenza e, soprattutto, sulla condotta di alcuni esponenti. La mafia è un complesso ambito in via di espansione. Il suo radicamento nel territorio nazionale è ormai acclarato e necessita di un costante monitoraggio, soprattutto per salvaguardare proprio le istituzioni.

Cui prodest?

Quindi, non c’è un reale motivo per cui la commissione sul terrorismo e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi non fu più istituita. Di materiale da analizzare, elaborare e verificare, purtroppo, ne abbiamo molto. Troppo. E allora il sospetto è più che ovvio: vi erano troppi ficcanaso, i quali avrebbero potuto scoprire dinamiche poco edificanti all’interno delle Istituzioni? E perché per la mafia sì, è rimasto un controllo politico, con compiti di magistratura, mentre per quanto riguarda il terrorismo e le sue ramificazioni non c’è più nulla da dire o da scoprire? Il fatto, per esempio, che Gelli sia stato recentemente (2023) riconosciuto quale mandante della strage avvenuta il 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna, non andrebbe analizzato e magari non sarebbe anche il caso, qualora avessimo una commissione bicamerale sul terrorismo, di dare corso alle audizioni di qualche esponente politico che allora sedeva sugli scranni di Camera e/o Senato, dal momento che il capo della P2 non aveva agito solo per interessi strettamente personali? E sulla P2 sappiamo tutto? Pensiamo al «Piano di rinascita democratico»: si ha come l’impressione che stia per essere portato definitivamente a termine l’ultimo tassello previsto, ovverosia, l’elezione diretta del presidente del Consiglio dei ministri. Evidentemente, una commissione d’inchiesta su detti fatti sarebbe stata troppo ingombrante? Certo, qualcuno potrebbe obiettare sostenendo che è praticamente impossibile dire al conte Dracula di sorvegliare l’Avis. Non c’è dubbio. Ma allora varrebbe anche per la commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno mafioso.

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  • Gianluca Prestigiacomo

    Gianluca Prestigiacomo, classe 1963, studi classici. Operatore della Digos in quiescenza. Si è occupato dell’analisi politica dei fenomeni sociali che si svilupparono sulla scorta delle Brigate Rosse e del terrorismo di estrema destra. Ha partecipato a numerose indagini sui traffici d’armi e sulle stragi, come piazza Fontana. È giornalista pubblicista dal 2007. Fondatore e vicepresidente dell’associazione Osservatorio Veneto sul fenomeno mafioso. Autore di alcuni libri tra i quali "G8 – Genova 2001 – Storia di un disastro annunciato" edito da Chiarelettere.

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