Stragi, piste scomode, archiviazioni: cosa rivela il documento interno finito online

Scritto da: Federico Carbone, Manuele Avilloni
11 Gennaio 2026

Un documento interno della Direzione distrettuale antimafia di Firenze, redatto nel 2023 e finito online, fotografa lo stato reale delle indagini sulle stragi del 1993. Nomi, piste appena sfiorate e procedimenti riorganizzati senza sciogliere i nodi centrali: chi ha coperto, chi ha protetto, chi ha deciso. Più che risposte, il file restituisce l’immagine di una verità ancora irrisolta e di una giustizia che sembra fermarsi davanti alle proprie domande…

La strage di via Palestro a Milano, 27 luglio 1993.

Un documento riservato della Direzione distrettuale antimafia di Firenze, con nomi, strategie e numeri delle inchieste sulle stragi del 1993, è finito online. Un file interno, accessibile a chiunque, che fotografa lo stato delle indagini più delicate della storia repubblicana e apre interrogativi pesanti su sicurezza, trasparenza e verità ancora mancate…

Il documento è una direttiva del 2023 firmata dall’allora procuratore Filippo Spiezia e dedicata al coordinamento delle indagini sulle stragi mafiose e sui fatti collegati. Una decina di pagine in cui vengono elencati undici procedimenti aperti, i magistrati assegnati, gli indagati e le linee investigative. Tra i nomi compaiono boss di Cosa Nostra ma anche figure istituzionali e politiche: Silvio Berlusconi, indagato per strage fino alla morte, Marcello Dell’Utri, Mario Mori, Paolo Bellini.

Per il filone Berlusconi–Dell’Utri si indica la necessità di una riorganizzazione logico-tematica degli atti in vista di decisioni finali e possibili iniziative cautelari. Si cita anche Rosa Belotti, indicata come possibile “biondina” di via Palestro, per la quale si prospetta l’archiviazione senza escludere nuovi accertamenti. Bellini risulta oggetto di verifiche bancarie con rogatoria internazionale, poi archiviate nel filone stragi–Gioè.

Nel file emerge anche l’apertura di un fascicolo contro ignoti, modello 44, nato dalla relazione della Commissione antimafia, e una novità sulla strage del Rapido 904: nel 2023 viene iscritto un nuovo indagato, il boss napoletano Raffaele Stolder, sulla base delle dichiarazioni del collaboratore Maurizio Ferraiuolo. Al centro, il racconto di presunti contatti con apparati dei servizi e l’ipotesi di patti per contenere la violenza.

La Procura ammette che la verità storica non è stata ricostruita e lascia sul tavolo domande decisive: chi ha protetto, chi ha taciuto, quali coperture hanno agito. Intanto il procedimento sui 42 milioni versati da Berlusconi a Dell’Utri è stato trasferito a Milano; Mori resta indagato a Firenze per strage ed eversione; Bellini è stato archiviato per i Georgofili, con una decisione che solleva critiche per la mancata comunicazione alle parti offese.

Il quadro si intreccia con le tensioni interne alla Procura di Firenze. Nel dicembre 2024 il Consiglio di Stato ha annullato la nomina di Spiezia a procuratore capo per carenza dei requisiti al momento dell’incarico. Pochi giorni prima, Spiezia aveva annunciato la chiusura delle inchieste sulle stragi entro il 2025, suscitando l’allarme dei familiari delle vittime, contrari a una conclusione senza verità sui mandanti esterni. Quelle indagini erano state avviate da Luca Tescaroli, oggi a Prato. Il file finito online restituisce così l’immagine di un’indagine incompiuta, attraversata da archiviazioni, conflitti e passaggi di potere, mentre le stragi del 1993 continuano a chiedere risposte.

La pista femminile: un’eresia per i codici di Cosa Nostra

Fra le righe di quella direttiva, la pista forse più destabilizzante viene liquidata in poche parole: il riferimento a Rosa Belotti come possibile “biondina” di via Palestro, con prospettiva di archiviazione. È qui che il documento mostra tutta la distanza tra il linguaggio burocratico delle procure e la portata dirompente di ciò che affiora dalle carte.

L’idea che nei commando stragisti del 1993 fossero inserite delle donne scardina uno dei dogmi della narrativa giudiziaria tradizionale: l’immagine di Cosa Nostra come macchina maschile, verticalizzata, che delega alle donne solo ruoli di retrovia. Le cronache e alcune informative di apparati di sicurezza raccontano invece altro: presenze femminili in più di un teatro di strage, figure che guidano auto cariche di esplosivo, accompagnano sopralluoghi, coprono ritirate.

Nel caso di via Palestro, la cosiddetta “biondina” entra a pieno titolo nell’iconografia delle stragi: una giovane donna, capelli chiari, alla guida della Fiat Uno poi parcheggiata davanti al Padiglione di Arte Contemporanea. Gli identikit, le testimonianze, le foto ritrovate a centinaia di chilometri di distanza, in contesti legati a depositi di armi, finiscono per delineare non un’ombra isolata, ma un profilo operativo preciso. E tuttavia, nel documento fiorentino tutto si riduce alla formula: si prospetta l’archiviazione, “senza escludere nuovi accertamenti”.

Ancora più spiazzante è il quadro complessivo. Non c’è solo la “biondina” di Milano. In diverse carte investigative si parla di almeno due figure femminili differenti, ruoli che si intrecciano con ambienti dell’eversione nera, della manovalanza milanese, e persino con segmenti degli apparati di sicurezza. L’ipotesi che alcune di queste donne potessero fungere da cerniera tra mondi diversi – mafie, strutture statali, reti eversive – è rimasta ai margini, quasi fosse un corpo estraneo da tollerare ma non da assumere come chiave interpretativa.

L’impressione, leggendo oggi quelle pagine alla luce delle inchieste giornalistiche degli ultimi anni, è che la “pista femminile” non sia stata solo sottovalutata ma anche temuta. Perché se è vero che in Cosa Nostra nulla accade per caso, allora l’ingresso di donne in un’operazione di quel livello non può essere ridotto a dettaglio folkloristico. È un segnale di ibridazione, di professionalizzazione, di collegamenti che escono dai confini della mafia tradizionale. Esattamente il terreno che da trent’anni si fa di tutto per non nominare apertamente.

Mafia e appalti: una pista vera, ma non la vera posta

Un altro punto sensibile, che il documento lambisce più che affrontare, è il capitolo mafia–appalti. L’informativa redatta all’inizio degli anni Novanta sui rapporti fra cosche, imprenditori e politica viene da tempo brandita come chiave universale delle stragi: la tesi è nota, Falcone e Borsellino sarebbero stati eliminati perché stavano toccando il cuore economico degli interessi mafiosi nel settore degli appalti pubblici.

Che quell’inchiesta abbia fotografato uno snodo decisivo del potere mafioso è fuori discussione. Ha messo a fuoco un sistema stabile di spartizione delle gare, la figura del “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra, le convergenze con pezzi di imprenditoria e politica. Resta però il punto politico-giudiziario: trasformare il dossier mafia–appalti nella “spiegazione totale” delle stragi finisce per abbassare il livello dello scontro e, soprattutto, per spostare lo sguardo.

È esattamente qui che si concentrano i livori più accesi dentro il mondo dell’antimafia critica. Da anni una parte di magistrati in pensione, avvocati, studiosi e giornalisti contesta la centralità assoluta attribuita a mafia–appalti: non perché il dossier non sia importante, ma perché viene usato come una comoda scorciatoia narrativa. Se il movente è “economico”, se tutto si riduce a una guerra per le commesse, allora gli attori da mettere a fuoco restano, in fondo, sempre gli stessi: i vertici di Cosa Nostra, qualche imprenditore colluso, una manciata di politici locali o nazionali.

In questa narrazione, però, spariscono o vengono annacquati altri piani:

  • il ruolo dei servizi di sicurezza e dei loro segmenti deviati;
  • i canali di interlocuzione con strutture sovranazionali;
  • la funzione delle stragi come strumento di ridisegno degli equilibri politici nella transizione tra Prima e Seconda Repubblica;
  • la presenza di altre matrici (nere, eversive, “di Stato”) in compartecipazione o copertura.

Non è un caso che chi contesta questa “assolutizzazione” di mafia–appalti parli di vera e propria mistificazione. Il ragionamento è semplice: se il cuore delle stragi fosse stato davvero l’affare degli appalti, perché gli apparati avrebbero investito tanta energia in depistaggi, false piste, costruzioni accusatorie fragili come quella Scarantino? Perché spingere per anni su figure di comodo, se si trattava “solo” di seguire i soldi e i flussi delle commesse pubbliche?

Nella prospettiva dei critici, mafia–appalti è una posta reale, grossa, ma non è la vera posta. È un pezzo del quadro, non il quadro. Concentrarsi esclusivamente su quel dossier consente di raccontare una storia rassicurante: una mafia che uccide per difendere i propri interessi economici, uno Stato in parte distratto, in parte corrotto, ma sostanzialmente esterno alla decisione stragista. Tutto ciò che eccede questo schema – i rapporti organici con settori istituzionali, le coperture attive, gli “innesti” femminili, le traiettorie che portano fuori dai confini nazionali – diventa rumor di fondo.

Il documento fiorentino, in questo senso, è rivelatore proprio per omissione. Là dove si tocca il tema dei grandi flussi di denaro (come nel caso dei 42 milioni da Berlusconi a Dell’Utri), il tono si fa tecnico, procedurale, quasi anodino. Nessuna riflessione di sistema, nessun tentativo di collegare esplicitamente quelle vicende alla strategia stragista, nessuna ammissione che – se è vero che le stragi sono state anche uno strumento di pressione sullo Stato – allora la partita non poteva esaurirsi nel capitolo degli appalti.

Da qui nascono i livori, spesso espliciti, di chi rifiuta l’idea che una stagione di sangue come quella del 1992–1993 possa essere compressa in un contenzioso contrattuale tra mafia e Stato. In questa lettura, l’insistenza mediatica su mafia–appalti rischia di funzionare come valvola di sfogo: si concede all’opinione pubblica un frammento di verità, purché non si pretenda di arrivare al resto.

Un’indagine che ha paura delle proprie domande

Mettendo insieme i pezzi – la pista femminile, il capitolo mafia–appalti ridotto a paravento parziale, le tensioni interne alla Procura di Firenze – il documento finito online non appare solo come una falla di sicurezza. È uno specchio.

Mostra una struttura giudiziaria che, a trent’anni dalle stragi, continua a muoversi su un crinale instabile: da un lato la consapevolezza di non aver ricostruito la verità storica, dall’altro la tentazione di chiudere per stanchezza, per esaurimento di energie, per convenienza politica. Il risultato è un cantiere permanente in cui i fascicoli si aprono e si chiudono, i nomi rientrano ed escono, le piste più destabilizzanti vengono affacciate e subito ritirate.

La pista femminile, relegata a nota a margine, illumina questa paura: riconoscere fino in fondo il ruolo di quelle donne significherebbe rimettere mano a tutto – ai rapporti tra mafia e apparati, alle catene di comando, alle complicità dentro lo Stato. Allo stesso modo, spostare mafia–appalti dal centro della scena a uno dei tasselli del mosaico costringerebbe a tornare su terreni che molti vorrebbero considerare definitivamente archiviati: la trattativa, le coperture istituzionali, le convergenze tra criminalità organizzata, politica ed eversione.

Il documento della DDA di Firenze non risponde a nessuna di queste domande. Ma, suo malgrado, le rende più nitide. Sta ora alla società civile, ai giornalisti, ai familiari delle vittime e a quei magistrati che non hanno ancora rinunciato al proprio mestiere di cercatori di verità, decidere se accontentarsi di una verità parziale – economica, ridotta, amministrabile – o pretendere finalmente che qualcuno abbia il coraggio di dire cosa c’era davvero in gioco quando nel 1993 l’Italia fu messa a ferro e fuoco.

Il documento

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Autore

Autori

  • Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

  • Nasce in provincia di Frosinone nel 1989. Laureato in Scienze Politiche, ha successivamente intrapreso gli studi in Relazioni Internazionali presso l’università di Torino dove approfondisce gli aspetti legati all'IA e alla Cybersecurity. La passione per l’informazione, le dinamiche sociali e le materie forensi lo hanno avvicinato al mondo del giornalismo e nel 2022 inizia a collaborare con InsideOver e ilGiornale.it. Qui incontra il Giornalista Gianluca Zanella, inizialmente suo docente e inizia una collaborazione. Diventa parte integrante di Darkside occupandosi di inchieste e tecnologia. Fonda Darkcyber, una rubrica di approfondimento che si muove nelle zone d'ombra dell'innovazione tecnologica, quei territori dove il progresso incontra il rischio, la curiosità sfida la trasparenza e la complessità del digitale si intreccia con la vita reale.

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