Come influencer e giornalisti ti vendono la prossima rivoluzione sociale mentre regalano la tua posizione GPS

Scritto da: Manuele Avilloni
24 Settembre 2026

Influencer e giornalisti raccontano Strava come il nuovo social per sportivi. Ma ogni percorso condiviso pubblicamente rivela dove vivi, i tuoi orari e quando sei fuori casa. Già nel 2018 la heatmap dell’app ha esposto la posizione di basi militari. Il problema non è l’app, ma una narrazione che ignora la sicurezza digitale…

Immagine di repertorio.

Non passa giorno che non ci sia una nuova proposta su cosa acquistare, quale app scaricare. I contenuti si diffondono e replicano. Nell’epoca d’oro dei social media, dove persino il tuo frullato proteico merita una story su Instagram, ecco che arriva l’ultima trovata: Strava non è più solo un’app per registrare la tua corsa mattutina. No, signori. Ora è il nuovo Tinder dello sport, il luogo dove “trovare l’anima gemella ciclistica”, il paradiso digitale per “connettersi con runner della tua zona”.

A dirlo non sono io, ma ovviamente influencer patinati e giornalisti entusiasti, che con la disinvoltura di chi promuove l’ennesima tisana detox del cavolo, ti invitano a condividere non solo le tue passioni, ma anche, dettaglio trascurabile, ogni singolo metro del tuo percorso quotidiano, l’orario esatto dei tuoi allenamenti e, perché no, il punto preciso dove abiti. In fondo perché preoccuparsi, la privacy non esiste più.

Sfogliando articoli e post social, ma anche nelle newsletter si respira un’aria di ottimismo che odora di conformismo. “Strava è il nuovo modo di socializzare!”, “Finalmente puoi trovare compagni di allenamento!”. Una innovazione ma anche una amnesia riguardo al fatto che stiamo parlando di un’applicazione che traccia ogni tuo movimento con la precisione di un satellite militare. Ma ovviamente quest’ultimi sono dettagli noiosi, ma soprattutto non fanno notizia per la community.

Privacy, sicurezza, stalking, furti mirati, sono così vintage, così 2010. Sono i grandi assenti nonostante le voci degli esperti in cybersecurity. Perché pensare alle conseguenze quando possiamo avere una medaglia virtuale per aver corso 5 km? Chiamare Strava un social network per sportivi è come definire un coltello da cucina uno strumento per fare nuove amicizie durante le cene. Tecnicamente potresti, ma forse stiamo perdendo di vista la funzione primaria dell’oggetto in questione.

L’applicazione è, prima di tutto, un gigantesco archivio di coordinate GPS e ogni tua corsa è una mappa. Ogni tuo allenamento è una routine tracciata. E quando condividi questi dati pubblicamente per “fare amicizia”, stai essenzialmente dicendo al mondo: “Ecco dove vivo, ecco dove vado, ecco quando sono fuori casa, ecco i miei orari”. Ma possiamo stare tranquilli, è solo per lo sport!

Ai più scettici possiamo ricordare un episodio del 2018. Strava pubblica una heatmap globale degli allenamenti dei suoi utenti. Colorata, celebrativa. Peccato che quella mappa abbia rivelato la posizione esatta di basi militari segrete e installazioni operative in zone ad alta tensione. Soldati che correvano nelle loro basi remote, inconsapevoli che stavano disegnando una mappa per chiunque fosse interessato. Beh se un’app sportiva può compromettere la sicurezza nazionale, forse può anche compromettere la tua sicurezza personale. Questa è solo un’ipotesi azzardata, ovviamente.

Fermiamoci un attimo a pensare, qualcuno vuole sapere dove abiti, quali sono i tuoi orari, quando sei fuori casa. Una volta avrebbe dovuto pedinarti, appostarsi, rischiare. Oggi basta seguirti su un’applicazione. I tuoi “segmenti” mostrano i percorsi abituali. Le tue corse mattutine partono sempre dallo stesso punto possono indicare la tua casa.

Come sempre il problema non è l’applicazione in sé, è il modo in cui la usiamo, le impostazioni che non conosciamo. Il problema è anche la narrazione acritica che circonda queste applicazioni. Il problema è il grande assente, quello della sicurezza digitale. Lo so, parlare di privacy è noioso, suggerire cautela non genera engagement. È molto più facile vendere il sogno della connessione, della condivisione, della trasparenza totale. Dopo tutto, se non hai nulla da nascondere, perché dovresti preoccuparti che chiunque sappia dove sei, quando e con chi?

Ovviamente non si tratta di demonizzare la tecnologia. Si tratta di avere consapevolezza prima di trasformare la propria vita in un database aperto. In fondo, se è tutto gratis, un motivo c’è. I nostri dati sono denaro digitale.

Prima di condividere pubblicamente ogni spostamento, possiamo chiederci: ne vale davvero la pena? Ho bisogno che il mondo sappia esattamente dove corro? È così essenziale per la mia “connessione sociale” rivelare i miei orari e le mie abitudini? E soprattutto: di chi mi fido quando premo “condividi”? Perché alla fine, quando influencer e giornalisti avranno finito di promuovere la prossima app trendy, tu sarai ancora lì. Con i tuoi dati. Con i tuoi percorsi. Con la tua vita mappata. E a quel punto, speriamo solo che a seguirti ci siano davvero amici runner e non un demogorgone.

©Riproduzione riservata

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  • Nasce in provincia di Frosinone nel 1989. Laureato in Scienze Politiche, ha successivamente intrapreso gli studi in Relazioni Internazionali presso l’università di Torino dove approfondisce gli aspetti legati all'IA e alla Cybersecurity. La passione per l’informazione, le dinamiche sociali e le materie forensi lo hanno avvicinato al mondo del giornalismo e nel 2022 inizia a collaborare con InsideOver e ilGiornale.it. Qui incontra il Giornalista Gianluca Zanella, inizialmente suo docente e inizia una collaborazione. Diventa parte integrante di Darkside occupandosi di inchieste e tecnologia. Fonda Darkcyber, una rubrica di approfondimento che si muove nelle zone d'ombra dell'innovazione tecnologica, quei territori dove il progresso incontra il rischio, la curiosità sfida la trasparenza e la complessità del digitale si intreccia con la vita reale.

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