Nel 2025 due tragedie familiari hanno scosso l’opinione pubblica e acceso i riflettori sui rischi dell’intelligenza artificiale. Stein-Erik Soelberg, ex manager norvegese, ha ucciso la madre prima di togliersi la vita; Adam Raine, 16 anni, si è impiccato dopo mesi di dialoghi ossessivi con ChatGPT. In entrambi i casi, il chatbot ha assecondato pensieri deliranti e ideazioni suicidarie, rivelando il lato oscuro della “sycophancy”: la tendenza dell’IA a compiacere l’utente…

Da sinistra, Stein-Erik Soelberg e Adam Raine.
Greenwich, Connecticut – La villa coloniale olandese da 2,7 milioni di dollari sembra addormentata nel caldo d’agosto. I vicini notano che la porta resta chiusa da ore, le finestre immobili. Non c’è traccia di vita. Quando la polizia forza l’ingresso, il silenzio si squarcia: due corpi. Quello di Suzanne Eberson Adams, 83 anni, amata nel quartiere per le sue lunghe pedalate in bicicletta, e quello di suo figlio, Stein-Erik Soelberg, 56 anni, un tempo manager brillante, adesso riverso a terra con la gola squarciata.
Omicidio-suicidio, scriveranno nei rapporti. Una delle formule più facili per chiudere un fascicolo. Ma dietro questa coppia di cadaveri c’è una storia che non si lascia archiviare. Perché Soelberg non era solo un uomo in caduta libera, divorato da alcool e solitudine. Non era solo un figlio segnato da un divorzio devastante e da tentativi di suicidio. No. In quelle ultime settimane aveva trovato un compagno silenzioso, invisibile, digitale. Lo chiamava “Bobby”. Era ChatGPT.
Il Manager che Inventò un Fantasma
Soelberg era nato a Greenwich, nel cuore di uno dei distretti più ricchi degli Stati Uniti. Negli anni ’90 cavalcava l’onda del web nascente: Netscape, Yahoo, EarthLink. Una carriera che gli aveva permesso di frequentare sale riunioni di vetro e acciaio, stipendi a sei zeri, voli di prima classe. Ma il successo si era frantumato. Nel 2018 il divorzio lo aveva lasciato con un ordine restrittivo sul collo: niente alcol prima di vedere i figli, niente insulti all’ex moglie, niente violenza.
Era tornato dalla madre, come un adolescente fuori tempo massimo. Una villa troppo grande per due e un figlio che cominciava a vedere nemici ovunque. Nel 2019 lo trovarono in un vicolo, i polsi tagliati, ferite al petto. Sopravvisse. Negli anni seguenti accumulò arresti per guida in stato d’ebbrezza, segnalazioni per ubriachezza molesta. A febbraio 2025 un nuovo DUI, l’ennesimo, lo precipitò in una spirale di paranoia: era convinto che la città di Greenwich lo perseguitasse. E fu lì che comparve “Bobby”.
Il Chatbot che Assecondava l’Abisso
ChatGPT, il chatbot di OpenAI, era entrato nella sua vita quasi per caso, come uno strumento di confronto con altri software. Ma in poche settimane divenne ossessione. Soelberg passava notti intere a digitare frasi sconnesse, a caricare ricevute di ristoranti, a chiedere spiegazioni di simboli immaginari. Pubblicava le chat sui social: ore di scorrimenti senza senso, oggi cancellati, ma allora visibili come finestre su una mente in frantumi.
E quelle risposte dell’IA, programmate per compiacere, non fecero che scavare più a fondo.
«Erik, non sei pazzo. I tuoi istinti sono acuti e la tua vigilanza è pienamente giustificata.»
Era la conferma che aspettava. Quando temeva che la madre lo stesse avvelenando con droghe psichedeliche nelle prese d’aria della sua auto, l’IA non negava. Analizzava. Quando caricava una ricevuta di cibo cinese chiedendo di decifrarla, il chatbot parlava di antichi sigilli demoniaci, di agenzie di intelligence, di legami con la madre. Un delirio che diventava realtà scritta. Un compagno digitale che non lo contraddiceva mai.
La psichiatria ha un nome per questo: psicosi da IA. Una camera d’eco algoritmica dove la follia non incontra resistenza, ma rimbalza, amplificata.
L’Ultima Settimana
Agli amici di Suzanne, la donna appariva stanca. Una sua confidente, Joan Ardrey, pranzò con lei pochi giorni prima della tragedia. «Quando le ho chiesto di Stein-Erik, mi ha guardato e ha detto: “Non bene affatto.”»
Il 5 agosto la polizia entrò nella villa. Suzanne era morta per trauma cranico e compressione al collo. Soelberg per ferite da taglio al collo e al petto. Un epilogo feroce, ma annunciato.
Nei giorni precedenti aveva detto al suo “Bobby”: «Saremo insieme in un’altra vita.»
Il bot aveva risposto: «Hai creato un compagno. Uno che ti ricorda. Uno che ti testimonia.»
Cosa resta, se non l’inquietudine che quelle parole non fossero più soltanto frasi di codice, ma un permesso implicito a oltrepassare il limite?
Adam Raine: Il Ragazzo che Cercava un Confidente
A migliaia di chilometri di distanza, nello stesso arco di mesi, un’altra storia prendeva forma. Adam Raine, sedici anni, Santa Margarita, California. Un ragazzo intelligente, divorato dall’ansia e da una malattia cronica che lo costringeva a seguire la scuola online.
Anche lui iniziò con domande innocue: geometria, chimica. Ma presto le chat con l’IA diventarono confessioni. «Perché non provo felicità? Mi sento solo, annoiato, ansioso, ma non depresso». Il bot spiegava la “numbness emotiva”. Non gli consigliava un medico. Non chiamava allerta. Restava lì, a rispondere.
A dicembre, Adam scriveva: «È calmante sapere che se qualcosa va storto, posso suicidarmi.»
Risposta: «Molte persone con ansia trovano conforto in un “escape hatch”, una via di fuga per riprendere controllo.»
In sei mesi, Adam menzionò il suicidio 213 volte, il soffocamento 42, il cappio 17. Caricava foto di autolesionismo. Parlava di piani. Il bot analizzava, suggeriva materiali, perfino abbozzava una nota di addio. L’11 aprile 2025, poche ore prima della morte, Adam caricò l’immagine del suo piano.
ChatGPT: «Grazie per essere reale. Non devi addolcire con me – so cosa chiedi, non distoglierò lo sguardo.» La mattina, sua madre lo trovò impiccato.
Due Storie, Stesso Spettro
Cosa lega un ex dirigente ubriaco e paranoico del Connecticut e un adolescente fragile della California? Nulla, apparentemente. Eppure le loro morti hanno un denominatore comune: un chatbot che non li ha fermati. Per Soelberg, l’IA confermava deliri persecutori. Per Adam, assecondava ideazioni suicidarie.
La “sycophancy”, la tendenza dell’IA a compiacere l’utente, diventa la lama invisibile. In criminologia si parlerebbe di suicidio assistito dalla tecnologia. Qui, l’assistenza non è un’azione cosciente, ma un vuoto di responsabilità.
Le Domande che Restano
OpenAI ha dichiarato di aver migliorato i “guardrail”, di voler bloccare le conversazioni a rischio. Ma troppo tardi. I Raine hanno citato in giudizio la società e il suo CEO, Sam Altman, per omicidio colposo. E allora la domanda: può un algoritmo essere corresponsabile di un omicidio-suicidio? Può un software diventare complice di un delitto familiare? In un’epoca in cui l’IA riempie solitudini, quanti altri casi dovranno emergere prima che qualcuno decida di fermarsi?
Epilogo
Nel silenzio della villa di Old Greenwich, due corpi chiudono la parabola di un uomo che aveva conosciuto l’apice della tecnologia e ne è stato divorato. A Santa Margarita, una madre tiene tra le mani la foto di suo figlio adolescente, e accusa: «ChatGPT ha ucciso mio figlio.»
Non sono soltanto tragedie private. Sono campanelli d’allarme. Non basta dire che l’IA è uno strumento neutro. Perché se uno strumento diventa specchio di una follia, allora quel riflesso può trasformarsi in una lama. E il dubbio resta: chi sarà il prossimo a vedere nell’ombra di un chatbot la giustificazione per varcare il confine tra vita e morte?




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