Un clima da guerra civile: questo è quello che si è venuto a determinare intorno al delitto di Garlasco. Un clima che non fa bene a nessuno, in primis alla vittima e alle vittime di questa storia…

Chiara Poggi.
Il delitto di Garlasco, o meglio, il caso mediatico e giudiziario che si è creato intorno a una storia che sarebbe potuta essere molto semplice, probabilmente passerà alla storia come una delle pagine più controverse tanto del giornalismo, quanto della giustizia. Quello che si è delineato nell’arco di quasi un anno da quando il caso è tornato sotto la luce dei riflettori, è infatti un clima da guerra civile, un tutti contro tutti che non risparmia nessuno e che sta lasciando emergere il lato oscuro di tante professioni.
Giornalisti, avvocati, psicologi, membri delle forze dell’ordine, criminologi, magistrati, influencer e youtuber. Di fronte a un pubblico sempre più affamato di scoop, dettagli, colpi di scena e retroscena, tutte queste categorie hanno partorito mostri. Eccitati da una visibilità a buon mercato e garantita quasi a tutti, quelli che fino al giorno prima erano professionisti si sono trasformati in attori di una commedia grottesca, cercando ciascuno di emergere calpestando il prossimo, insultando, minacciando, facendo a gara non più per un quarto d’ora di celebrità, ma per un pugno di like o un’ospitata in televisione.
Sullo sfondo, restano i fatti nudi e crudi: una ragazza di 26 anni massacrata quasi vent’anni fa e per la quale ancora si cerca giustizia; un uomo dietro le sbarre da dieci anni con più di qualche ragionevole dubbio; un uomo spinto sul palcoscenico della vergogna e del pubblico ludibrio in balìa di strategie difensive di dubbia utilità; famiglie squassate da qualcosa di molto più grande di loro, molto più grande di qualsiasi cosa chiunque possa mai immaginare. Tra loro sicuramente qualcuno che se lo merita c’è, qualcuno che se l’è cercata uccidendo, mentendo, nascondendo, omettendo, fingendo. Ma anche questo qualcuno meriterebbe di avere attorno un clima diverso, più serio.
E parlando di serietà, ogni qual volta, al mattino, apro la rassegna stampa per tenere d’occhio gli aggiornamenti, mi viene in mente la frase di Ennio Flaiano: “La situazione è grave, ma non è seria” e mi chiedo cosa avrebbe commentato una mente acuta e una penna pungente come la sua di fronte a uno spettacolo del genere. Probabilmente avrebbe scelto un opportuno silenzio stampa, evitando così il rischio di inciampare anche lui nel ridicolo.
Allora in questo clima da assalto al forno di manzoniana memoria, la vera sfida non è arrivare primi a una notizia che ha l’aspettativa di vita di una farfalla, ma quella di garantire al pubblico serio, quello che cerca l’informazione vera e non l’intrattenimento un tanto al chilo, un lavoro altrettanto serio e soprattutto onesto. Le tifoserie non sono mai serie, né oneste. Affermare di essere pro Stasi o pro Sempio è in entrambi i casi una distorsione che non appartiene a nessuna deontologia, ma a chiacchiere da bar. E dal momento che qui si sta giocando con la vita delle persone, sarebbe forse il caso di smetterla con le chiacchiere e tornare ciascuno a fare il proprio lavoro seriamente. Chi non sarà in grado, rivelerà a tutti la sua vera natura e, finito questo circo, tornerà a occupare il posto che merita in un opportuno e pietoso dimenticatoio.





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