Uno Bianca: il reclutatore senza nome e l’ombra dei servizi segreti

Scritto da: Federico Carbone
23 Giugno 2026

Un ex poliziotto racconta di un tentativo di arruolamento nel Sisde mediato da Roberto Savi: un appartamento privato, un funzionario corpulento senza nome, un identikit mai chiuso. La procura di Bologna, guidata da Paolo Guido con i sostituti Russo e De Feis, indaga su una casa a circa un chilometro da via Lame, ex sede di una società di copertura del servizio segreto civile. Dietro la testimonianza, il sospetto che la banda non abbia agito solo per denaro…

Roberto Savi.

Il cancello è sempre quello, con la stessa grata a rombi di trent’anni fa. Cambiano le targhe, i nomi sui campanelli, i negozi al piano terra: oggi panini con la mortadella, un centro estetico specializzato in epilazione laser, lo sportello affollato della Tper. La routine innocua di via Lame, periferia bolognese, ha coperto per decenni uno dei crocevia più inquietanti dei misteri italiani: il punto in cui la banda della Uno Bianca incrocia i Servizi segreti, e dove le rapine e gli omicidi di provincia rischiano di trasformarsi – col senno di poi – in qualcosa che somiglia più al terrorismo che al crimine comune.

Dietro quell’ingresso, fino al 1993, aveva sede la “Gattel srl”, una società di copertura del Sisde, il vecchio servizio segreto civile. Un nome che ritorna nelle inchieste sui covi dei Servizi e persino nella vicenda della prigione di Aldo Moro in via Gradoli, a Roma, un altro indirizzo che non compare mai a caso nelle mappe della storia repubblicana. È qui che, nel 1996, Roberto Savi indica a un cronista del Resto del Carlino il luogo dove, a suo dire, consegnava le armi “a quelli dei servizi” per le azioni di sangue.

Quella pagina ingiallita di giornale è il fotogramma di un dialogo mai davvero chiuso: il capo di una banda di poliziotti killer che parla di un “covo” dei Servizi in via Lame, e lo Stato che, per anni, si comporta come se quelle parole fossero solo scorie di un interrogatorio o di un’intervista troppo spregiudicata.

L’ex amico, il Sisde e la casa a un chilometro

Il cerchio si riapre nel modo più banale: con un’amicizia di caserma e la voglia di “uscire dalla routine dei servizi quotidiani”, come la definisce un ex poliziotto oggi in pensione. L’uomo, che negli anni delle rapine – tra il 1987 e il 1994 – frequenta abitualmente Roberto Savi al punto da regalargli due pistole, si presenta ai magistrati di Bologna con un racconto che somiglia più alla trama di un romanzo di spionaggio che a una memoria di servizio.

La guerra la puoi fare anche a Bologna, ma in maniera diversa.

Spiega di avere confidato a Savi il desiderio di arruolarsi nella Legione straniera. Savi lo ascolta, lo studia per qualche tempo e poi gli offre un’alternativa: “La guerra la puoi fare anche a Bologna, ma in maniera diversa”. È il preludio a un incontro che oggi la procura considera un tassello chiave.

Un giorno Savi lo porta in un appartamento privato, a circa un chilometro dal palazzo di via Lame dove fino al ’93 aveva sede la Gattel. Non è più l’ufficio di copertura, smantellato prima ancora dell’arresto dei fratelli Savi, ma un’altra casa, più appartata, dove ad attenderlo c’è un uomo descritto come di mezza età, corporatura robusta, modi da funzionario. Secondo il testimone, quell’uomo lo invita a lavorare per il Sisde. Un tentativo di reclutamento vero e proprio, che però non va in porto.

Per la procura, guidata da Paolo Guido, e per i sostituti Lucia Russo e Andrea De Feis, l’interesse non è solo nel racconto, ma nei dettagli: la posizione della casa, la descrizione fisica del reclutatore, la sovrapposizione possibile con un vecchio identikit di uno dei complici mai identificati della Uno Bianca, visto in azione con i Savi durante una rapina a Santarcangelo di Romagna nel 1991. È su quell’appartamento che oggi si concentrano le indagini, nel tentativo di dare finalmente un nome al funzionario senza volto

Savi come “antenna” dei Servizi dentro la questura

Secondo l’ex poliziotto, Savi non era solo in contatto con i servizi segreti: era una sorta di antenna interna alla questura, un punto di raccolta di uomini “interessanti” da segnalare al Sisde. Il capo della Uno Bianca, per anni, avrebbe osservato colleghi e sottoposti per capire chi fosse pronto a “uscire dalla routine”, chi fosse manipolabile, chi desiderasse un salto di carriera o un’avventura fuori dagli schemi.

Una banda di poliziotti capace di uccidere 24 persone e ferirne un centinaio in sette anni non può avere agito indisturbata senza una qualche forma di copertura degli apparati.

Nella ricostruzione contenuta nel nuovo fascicolo della procura, l’iniziativa arriva ai pubblici ministeri grazie ai legali dell’associazione delle vittime della Uno Bianca, gli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser, che da anni battono sulla stessa ossessione: una banda di poliziotti capace di uccidere 24 persone e ferirne un centinaio in sette anni non può avere agito indisturbata senza una qualche forma di copertura degli apparati.

La protezione – sostengono i legali – sarebbe stata concessa “in cambio di servigi specifici”, una formula che sposta la vicenda fuori dal perimetro del semplice crimine seriale e la avvicina alla zona grigia delle operazioni sporche, dove le linee tra mafia, terrorismo e servizi si fanno sottili.

Via Lame, 1996: quando Savi indica il “covo” dei Servizi

Non è la prima volta che via Lame entra in scena. Nel 1996, in un’intervista allo storico cronista del Carlino Roberto Canditi, Savi parla proprio di quegli uffici al terzo piano, raccontando di essere andato lì a incontrare “le persone a cui dava le armi” per le azioni di sangue. All’epoca, dietro il cancello con la grata a rombi, gli investigatori scoprono una società ombra del Sisde che i poliziotti di Bologna conoscono benissimo: sanno dov’è, sanno che tipo di ufficio è, sanno che non è un indirizzo qualunque.

Le inchieste giornalistiche di allora verificano che in zona Lame esistono davvero immobili riconducibili a società di copertura dei Servizi. Eppure, per anni, quel collegamento resta sullo sfondo, un elemento quasi folkloristico nel racconto della banda di poliziotti rapinatori. La Uno Bianca è raccontata come una deriva criminale interna alle forze dell’ordine, un mostro nato e cresciuto nella pancia dello Stato ma senza mandanti, senza registi esterni, senza “utilizzatori finali” al di là dei fratelli Savi e dei loro complici.

Dalla rapina al terrorismo: la lettura degli avvocati delle vittime

Le nuove carte, secondo Gamberini e Moser, rappresentano invece una specie di chiusura del cerchio: le intuizioni dei legali di parte civile avrebbero trovato il primo riscontro concreto nella testimonianza dell’ex poliziotto e nelle verifiche su via Lame.

Se Savi faceva davvero da reclutatore per il Sisde, se accompagnava colleghi selezionati in appartamenti privati per presentarli a funzionari dei servizi, la domanda diventa un’altra: la Uno Bianca è stata solo una banda di rapinatori omicidi, o in alcuni frangenti si è prestata a compiti che esulavano dalla logica del bottino e rientravano in quella della destabilizzazione?

Omicidi e sparatorie apparentemente inutili, scelte operative sproporzionate rispetto al risultato economico.”

Gli stessi legali sottolineano come una parte delle azioni dei Savi non trovi una spiegazione logica sul piano strettamente criminale: omicidi e sparatorie apparentemente inutili, scelte operative sproporzionate rispetto al risultato economico, dinamiche che richiamano più un atto dimostrativo che un colpo studiato per arricchirsi. In questo schema, la banda – almeno in una fase – si sarebbe prestata “a svolgere attività terroristiche”.

Per un criminologo, la differenza si coglie nei dettagli: il livello di rischio accettato, l’attenzione (o la mancanza di attenzione) alle contromisure, la gratuità della violenza. Una gang motivata solo dal denaro tende a minimizzare la visibilità; una struttura che deve lanciare messaggi – a pezzi di Stato, ad altre organizzazioni, a poteri esterni – può permettersi, o persino cercare, una certa spettacolarità.

“Andavo una volta alla settimana a Roma”: i messaggi di Savi

Negli ultimi mesi, Roberto Savi è tornato a parlare pubblicamente in una trasmissione televisiva, Belve Crime, dove ha dichiarato: “Andavo almeno una volta alla settimana a Roma per incontrare quelli dei servizi”. Una frase che, presa alla lettera, appare poco credibile sul piano logistico – come osservano gli stessi legali – ma che, letta con la lente di chi studia il comportamento dei criminali seriali, ha il sapore della provocazione calibrata.

Savi sembra voler ricordare a qualcuno che lui certe cose le sa e può raccontarle.

Gamberini e Moser, da una parte, e i familiari delle vittime dall’altra, leggono in quelle parole un messaggio in codice: Savi sembra voler ricordare a qualcuno, dall’altra parte della barricata, che lui certe cose le sa e può raccontarle. Poi, quando si siede davanti ai magistrati per l’interrogatorio, sceglie la strada opposta: si avvale della facoltà di non rispondere.

“Con la sua scelta di non parlare ha confermato ciò che sospettavamo: che con le dichiarazioni in televisione ha voluto lanciare dei messaggi a qualcuno. Adesso non parla. Forse perché è in attesa di una risposta prima di decidere come muoversi?”, si chiede Ludovico Mitilini, fratello del carabiniere Mauro ucciso al Pilastro. È il sospetto, neppure troppo implicito, che dietro i silenzi ci sia una trattativa, un gioco di pesi e contrappesi che riguarda non solo la posizione carceraria di Savi, ma anche i segreti accumulati in anni di contatti con uomini dei Servizi.

Il reclutatore senza nome e il problema della verità parziale

Resta lui, il funzionario corpulento di mezza età, protagonista di almeno un’azione con la banda secondo alcune testimonianze, e forse identico a quel volto disegnato in un identikit mai chiuso. Non ha un nome nei fascicoli, ma incombe su tutta la vicenda come la personificazione di un nodo irrisolto: chi, nei Servizi, ha ritenuto utile agganciare un gruppo di poliziotti già fuori controllo?

Nel linguaggio delle agenzie di intelligence, figure del genere sono “case officer”, gestori di risorse umane. Nella storia italiana, spesso, diventano fantasmi: appaiono nei racconti dei pentiti, nelle carte di processi finiti male, negli anfratti dei depistaggi. Il reclutatore di via Lame, se verrà identificato, potrà confermare o smentire un punto decisivo: se la banda ha agito ogni volta per conto proprio o se, almeno in alcuni passaggi, ha ricevuto indicazioni, coperture, forse obiettivi.

Per ora, la procura lavora su pochi elementi solidi: l’indirizzo della casa, la possibilità di incrociare registri, archivi immobiliari, vecchi elenchi di coperture del Sisde, e la memoria di un testimone che porta addosso sia il peso della vicinanza con Savi, sia il ritardo con cui ha deciso di parlare. È poco, ma molto più di quanto si potesse immaginare solo qualche anno fa, quando Uno Bianca era considerata una storia “chiusa”.

Nessun beneficio ai killer: il nodo etico

Di fronte a questo scenario, i familiari delle vittime lanciano un appello netto: nessun beneficio per i killer finché la verità resterà a metà. Per chi ha visto morire un parente in una rapina all’ipermercato o in una sparatoria di strada, l’idea che la banda possa avere agito anche in nome di qualche “ragion di Stato” è una seconda condanna: non solo le vittime sono state scelte a caso, ma potrebbero essere state sacrificate in una partita più grande, di cui non erano neppure comparse consapevoli.

Qui la criminologia incontra l’etica pubblica. Lo Stato ha bisogno della verità integrale per disinnescare la sfiducia che scava sotto la superficie dei processi; ma la verità, quando tocca gli apparati, è sempre la più difficile da ottenere. Ogni reticenza, ogni silenzio tattico, ogni memoria selettiva – di Savi come di chiunque abbia frequentato quel terzo piano in via Lame – diventa un pezzo di complicità.

L’immagine del cancello a rombi, rimasto identico mentre tutto intorno cambiava, è allora più di un dettaglio urbano: è il simbolo di un accesso mai davvero varcato dall’opinione pubblica. Dietro quel ferro lavorato non c’era solo la sede di una società di copertura, ma forse il laboratorio in cui si è sperimentata, ancora una volta, la miscela più tossica della storia italiana: crimine, servizi segreti e una verità che, per quasi quarant’anni, qualcuno ha preferito non vedere.

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Autore

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  • Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

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