Via Fani 46 anni dopo: la chiave della strage nelle foto sparite

Scritto da: Marcello Altamura

A distanza di 46 anni dal rapimento di Aldo Moro in via Mario Fani e della strage in cui morirono tutti i componenti della scorta forse c’è ancora una speranza di trovare la verità: le foto di Gherardo Nucci, il carrozziere che diede un inconsapevole appuntamento alla storia…

La calma prima della tempesta

Il cielo è plumbeo, la mattina del 16 marzo 1978. In quel giovedì così vicino alla primavera, l’aria è ancora frizzante, quasi fredda. Roma insegue un po’ di tepore, ora che il terrorismo ha reso gli spari in strada e i morti una fredda quotidianità. Roma insegue la primavera, quella mattina di marzo, e Gherardo Nucci, di professione carrozziere, insegue i suoi pensieri. Pensa alle riparazioni da apportare all’auto che è andato appena a visionare a Ponte Milvio e intanto torna a casa sua, in via Mario Fani 109, quartiere Trionfale, zona residenziale e tutto sommato tranquilla della Capitale. Sarà così sino a quella mattina di marzo. Una mattina che cambierà non solo la storia di Gherardo Nucci ma anche quella di un intero Paese. Per sempre.

Sono le 8.55. Come ogni mattina Oreste Leonardi, 51 anni, maresciallo maggiore dei carabinieri e da oltre 15 anni caposcorta di Aldo Moro, attende in via del Forte Trionfale 79 che il presidente della Democrazia Cristiana esca di casa. Tra i due il rapporto è stretto e cordiale. Leonardi è letteralmente l’ombra di Moro, ne segue gli spostamenti ovunque: all’Università, dove insegna diritto penale, come al mare a Terracina, dove lo statista ha una villetta, o a Torrita Tiberina, nella campagna laziale, dove i Moro hanno un’altra casa. Mentre aspetta, il maresciallo chiama col radiotelefono la moglie Ileana: “Ciao, volevo dirti… Scusa, lui sta uscendo: ti richiamo più tardi”. Nessuno di loro due può sapere che quella sarà l’ultima volta in cui si parleranno.

Il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro e il caposcorta maresciallo Oreste Leonardi.

Aldo Moro, il “grande tessitore”

Ma chi è Aldo Moro? Politico di lungo corso, membro della Costituente nel ’48, più volte presidente del Consiglio e Ministro, ha la fama del ‘grande tessitore’ per la pazienza meticolosa con la quale cerca di stringere alleanze, avviare mediazioni, appianare divergenze. In quegli anni il presidente della Dc avvia il “compromesso storico”: obiettivo, coinvolgere nel governo anche il Partito Comunista, confinato dal’ 48 all’opposizione. Una manovra rischiosa ma, secondo Moro, necessaria per evitare un tracollo dell’Italia, provata dalla crisi economica e da un decennio in cui la violenza politica ha avuto un’escalation drammatica fatta di stragi, morti e scontri in strada.

La storica stretta di mano tra il segretario comunista Enrico Berlinguer e il presidente democristiano Aldo Moro a Roma il 28 giugno 1977.

Nel mirino delle Brigate Rosse

Oreste Leonardi è preoccupato, quella mattina di marzo del 1978. Da qualche tempo, teme per la vita di Aldo Moro. Le Brigate Rosse, l’avanguardia terroristica dell’estremismo di sinistra, lo ha da tempo messo nel mirino. Dopo l’arresto, nel 1974 a Pinerolo, dei capi storici, Renato Curcio e Alberto Franceschini, l’organizzazione ha fatto un salto di qualità dal punto di vista militare. Con a capo Mario Moretti, ex operaio della Sit Siemens, le BR alzano il tiro. E uccidono: il procuratore della Repubblica di Genova Coco, il presidente dell’ordine degli avvocati di Torino Fulvio Croce, il vicedirettore de La Stampa Carlo Casalegno, il giudice Riccardo Palma. Una vera e propria sfida allo Stato, di cui Aldo Moro è uno dei cardini. Per questo, il maresciallo Leonardi quella mattina è teso. Ha segnalato i suoi timori al suo diretto superiore, il generale dei carabinieri Arnaldo Ferrara, ha fatto presente al Sismi che servirebbe un’auto blindata al posto della Fiat 130 blu ministeriale sulla quale si sposta il presidente della Dc. Richieste che il 16 marzo 1978 sono ancora senza risposta.

È preoccupato, Leonardi. Per Moro e anche per quei ‘ragazzi’ che con lui compongono la scorta dello statista. A cominciare da Domenico Ricci, 44 anni, l’autista della 130 su cui viaggiano lui e il presidente. A seguire l’Alfetta con la scorta della Ps. A bordo, il vice brigadiere Francesco Zizzi, 30 anni, e gli agenti Giulio Rivera, 24 anni, e Raffaele Iozzino, 25. Sono giovani e poco esperti, Iozzino è addirittura la prima volta che si occupa di un servizio di scorta. Anche per questo, Leonardi è preoccupato: con la dotazione di armi scadente e la poca preparazione, un attentato sarebbe fatale. Una premonizione, un presagio che riempie quell’aria frizzante di metà marzo.

L’anello “debole”

All’incrocio tra via Fani e via Stresa tutto è apparentemente tranquillo. Unica differenza rispetto a tante altre mattine, l’assenza del furgoncino bianco del fioraio Antonio Spiriticchio, che in genere è sempre parcheggiato lì ma che quella mattina non c’è. Chi abita nel quartiere forse lo nota, ma non ci fa troppo caso. E invece quell’assenza fa parte del piano messo a punto per rapire Aldo Moro. La sera prima hanno squarciato le gomme del furgoncino del fioraio, impedendogli così di occupare il suo solito posto. Da tempo, i terroristi hanno pianificato il sequestro di un personaggio di spicco. Hanno pensato a Giulio Andreotti, l’uomo che proprio quella mattina si appresta a prendere la guida del governo cosiddetto di “solidarietà nazionale”, il frutto concreto della grande tessitura di Moro: per la prima volta, il Pci non sarà all’opposizione ma si asterrà, appoggiando di fatto, seppure dall’esterno, l’esecutivo. E la mattina del 16 marzo, alle 10, a Montecitorio è previsto proprio il dibattito sulla fiducia. Nei piani di Moro, questo è il primo passo per dare spazio nella gestione politica del Paese, anche al più grande partito comunista dell’Europa occidentale.

Rapire Andreotti sarebbe stato un grande colpo ma i brigatisti si sono resi conto che il Divo Giulio è un obiettivo complicato: è super sorvegliato e i suoi spostamenti sono imprevedibili. Moro, invece, è un bersaglio facile da centrare. Il presidente della Dc è un abitudinario: esce di casa sempre alla stessa ora e poi, prima di recarsi alla Camera, va a messa e si concede una lunga passeggiata allo Stadio dei Marmi, al Foro Italico. Le altre mete sono l’Università e Piazza del Gesù, dove ha sede il partito. E poi in quei giorni, Moro ha assunto dal punto di vista politico un ‘significato’ importante e simbolico: è l’uomo delle grandi intese, quello che vorrebbe ‘annacquare’ le istanze del proletariato. Un uomo che in tanti, non solo le Br, hanno interesse a fermare.

L’agguato immortalato da un fotografo inaspettato

Alle 9, Gherardo Nucci sta imboccando via Stresa in auto. È pronto a svoltare per via Fani e a tornare a casa quando, in mezzo alla carreggiata, gli si fa incontro un giovane: indossa un giaccone blu alla marinara e in mano ha una paletta di quelle della polizia. È agitato e urla: “Vada via, vada via”. Nucci è stupito ma gli fa presente che lui abita al numero 109 di via Fani. Il giovane però non sente ragioni: “Le ho detto di andarsene, vada via”. Il carrozziere si arrende e torna indietro. Ha capito, però, che in quell’arteria sempre trafficata sta accadendo qualcosa. Qualcosa di grosso.

La 130 blu e l’Alfetta procedono come sempre in colonna. Sul sedile posteriore, Moro è come al solito immerso nella lettura di giornali e documenti. Né lui, né tantomeno Leonardi o Ricci fanno caso a quella Fiat 128 bianca familiare che, poco prima dell’incrocio tra via Stresa e via Fani, sopravanza le due auto. Anche Leonardi, il più sospettoso, è tranquillo: ha notato che la vettura è targata CD, corpo diplomatico, dunque non c’è da temere. È un attimo: proprio sulla linea bianca dello stop, la 128 frena di colpo. L’impatto, non un vero e proprio tamponamento, è leggero ma inevitabile e coinvolge a catena anche l’Alfetta. A quel punto, quattro figure armate vestite da avieri aprono il fuoco contro le due auto con pistole e mitra. Una pioggia di fuoco che infrange i finestrini, buca le carrozzerie. E spegne la vita degli uomini della scorta. I primi a cadere sono Leonardi e Ricci nella 130, che non hanno il tempo di reagire. Freddati, nell’Alfetta della Ps, anche Rivera e Zizzi. L’unico dei cinque a spirare in ospedale. Raffaele Iozzino, invece, riesce ad uscire dal sedile posteriore dell’auto e a sparare due colpi con la sua pistola di ordinanza prima di essere colpito a morte da una pioggia di proiettili.

Il cadavere dell’appuntato Domenico Ricci riverso sul posto guida della Fiat 130. Sul sedile posteriore gli effetti personali di Moro.

Gherardo Nucci ha capito che lì, in via Fani, è successo qualcosa. Forse ha sentito gli spari, forse ha percepito movimenti inusuali per la zona. Fatto sta che, parcheggiata la macchina, si avvia a piedi verso l’incrocio con via Stresa. Da dietro le siepi di pitosforo nano, posizionate all’esterno del bar Olivetti, scatta foto a raffica con la sua macchina fotografica, una Olympus, la stessa che usa in genere per le macchine incidentate. Scatta a ripetizione, Nucci, e forse fa in tempo a immortalare le ultime fasi della strage e anche il momento in cui Moro viene rapito.

Aldo Moro è frastornato quando vede spalancarsi la portiera posteriore della 130. Due mani lo afferrano per i vestiti e lo alzano di peso, quasi lo sollevano. “Chi siete? Che cosa volete da me?” racconterà un testimone di avergli sentito dire mentre viene trascinato in una 132 che nel frattempo è arrivata alle sue spalle.

È l’inizio del buio. È l’inizio dei 55 giorni più drammatici della storia del nostro Paese.   

Le vittime della strage di via Fani: da sinistra Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Francesco Zizzi, Giulio Rivera, Domenico Ricci.

Gherardo Nucci è spaventato. La scena che gli si para davanti all’incrocio tra via Fani e via Stresa è agghiacciante: le macchine crivellate, il sangue, il corpo di Iozzino steso a terra. Sale in casa e dal balcone scatta altre foto. Sul posto, nel frattempo, iniziano ad arrivare i soccorsi e le forze dell’ordine. Via Fani si riempie di curiosi mentre la notizia del rapimento di Aldo Moro si diffonde. E l’Italia si ritrova in un lungo tunnel di angoscia e paura.

Via Mario Fani il mattino del 16 marzo 1978, dopo la strage e il rapimento di Aldo Moro.

Una storia ancora tutta da scrivere

Sono passati più di 40 anni da quella mattina di marzo, ma la storia di via Fani è ancora tutta da scrivere. La montagna di sei processi ha partorito il topolino di una verità insostenibile, basata sul memoriale di Valerio Morucci, uno dei brigatisti che avrebbe partecipato all’agguato. È lui, alla fine degli anni ’80, a riscrivere quella che ancora oggi è la versione ufficiale su via Fani: ad assalire la scorta di Moro furono in quattro, Morucci, Franco Bonisoli, Prospero Gallinari e Raffaele Fiore, tutti travestiti da avieri, tutti nascosti dietro le siepi del bar Olivetti. Sono loro a sparare, accerteranno le perizie, oltre 90 colpi. Insieme a loro altri cinque elementi: Mario Moretti, Bruno Seghetti, Alvaro Lojacono, Alessio Casimirri e Rita Algranati. Tutti arrestati e processati tranne Lojacono, cittadino svizzero, e Casimirri, che vive in Nicaragua.

Un’operazione perfetta, ineccepibile dal punto di vista militare, eppure condotta con quattro armi che, nel racconto dei brigatisti, s’inceppano dopo pochi colpi, e vengono sostituite da pistole. Ed è con quelle, dicono i brigatisti, che si consuma la strage di via Fani. Una verità che stride anche solo a guardare le foto di quella mattina, con le macchine e i corpi crivellati di proiettili. Una verità concordata che per tanti anni ha ‘tombato’ il caso Moro.

Via Fani 38 anni dopo è ancora un tappeto di dubbi, di conti che non tornano. A cominciare dal numero dei componenti del gruppo di fuoco. Che non possono essere quattro, non foss’altro perché le armi impiegate sono, secondo i periti, almeno sette. E poi per la mole di fuoco esplosa, per la direzione dei colpi ricevuti. I brigatisti sostengono di aver sparato solo dal lato sinistro ma sulla 130 e sull’Alfetta, sono ancora oggi visibili diversi fori da destra. Senza contare che Leonardi e Iozzino furono colpiti a morte proprio da destra, falciati dal mitra di uno o forse due sparatori capaci di fare “il grosso” del lavoro esplodendo 49 colpi.

Impossibile per persone che si dichiarano ancora oggi militarmente impreparate e con in dotazione “quattro armi scassate”, portare a termine un’operazione del genere. Impossibile riuscirci senza l’appoggio logistico di altre persone, chiunque esse fossero.

E allora che cosa successe davvero la mattina del 16 marzo a via Fani? Chi sparò alla scorta di Moro e portò via il presidente della Dc?

Le BR non erano sole

I membri del commando sono certamente più di quelli che hanno indicato i brigatisti. Almeno 4 in più, secondo la Commissione d’inchiesta parlamentare sul Caso Moro istituita nel 2014, ma forse persino di più. Un fatto è certo: la mattina del 16 marzo 1978, le BR a via Fani non erano sole. E chi era con loro ha contribuito non solo alla riuscita militare dell’operazione ma ha anche garantito che tutto filasse liscio. Come quella moto Honda che diversi testimoni vedono passare con due passeggeri, di cui uno armato e a volto coperto. O come quell’Austin Morris che, parcheggiata al posto del furgoncino del fioraio, serve probabilmente da punto di appoggio per uno degli sparatori posizionato a destra che apre il fuoco su Leonardi e Rivera.

Quella mattina in via Fani non c’erano “quattro operaiacci”, secondo la definizione che il leader brigatista Mario Moretti darà a Giorgio Bocca, che si erano esercitati solo nelle grotte o in giardino, ma elementi militarmente preparati, freddi e determinati a sterminare la scorta portando via incolume Moro. Killer come l’uomo col passamontagna e il mitra, visto in azione da diversi testimoni, e che addirittura agita l’arma nei confronti di uno di loro, quasi minacciando di sparargli. Sono loro, posizionati a destra e a sinistra, ad aprire il fuoco incrociato su Leonardi e i suoi colleghi. Sono loro a curare la logistica del blitz di via Fani.

Quel che è certo, è che quella mattina del 16 marzo 1978, in via Fani non c’erano solo Moretti e i suoi compagni. C’erano anche altri elementi armati, forse stranieri. Forse tedeschi, membri della Raf, l’omologo delle BR, un’organizzazione presa a modello dagli italiani, che con loro avevano stretto una ‘alleanza’ operativa. Sono forse loro a mettere a segno un’azione che si è svolta diversamente da quanto raccontato dai brigatisti e dalle sentenze: la scorta sorpresa allo stop da destra, i colpi di pistola a freddo sugli autisti e poi la pioggia di fuoco coi mitra, almeno due quelli accertati dalle perizie balistiche, che chiude il massacro. Una dinamica molto simile a quella indicata dall’ultima relazione della Polizia Scientifica effettuata su mandato della Commissione parlamentare a giugno 2015.

I quattro brigatisti travestiti da avieri Alitalia in via Fani. Da sinistra: Raffaele Fiore, Prospero Gallinari, Franco Bonisoli e Valerio Morucci.

Le foto scomparse di Nucci

Cosa accadde davvero in via Fani, potrebbe raccontarlo solo chi quella mattina c’era. Ci sono, però, testimonianze che potrebbero cancellare i tanti punti interrogativi della vicenda. Per esempio, le foto di Gherardo Nucci, il carrozziere che diede un inconsapevole appuntamento alla storia. Consegnate alla ex moglie, giornalista di un’agenzia vicina alla DC, quelle foto sono scomparse, inghiottite da uno dei tanti ‘buchi neri’ del caso Moro. Forse quelle foto avrebbero potuto chiarire chi materialmente portò via Aldo Moro, chi si impossessò delle borse dello statista, cinque in totale, di cui una contenente documenti riservati da cui Moro non si separava mai.

In quelle foto, consegnate dall’ex signora Nucci a Luciano Infelisi, il magistrato che per primo indagò su via Fani, potrebbero esserci indicazioni preziose anche sulla logistica del rapimento. Perché neppure il numero delle auto impiegate o la fuga dei terroristi dal teatro della strage, convince. Così come non convincono o forse inquietano la presenza in via Fani 109, proprio nello stabile in cui abita Nucci, di persone con strani legami: la X Mas di Borghese, ultimo avamposto del fascismo repubblichino, Gladio, società legate in maniera più o meno palese ai Servizi Segreti.

Pezzi mancati di una storia, quella di via Fani, che è ancora tutta da riscrivere. Una storia che appartiene alla memoria e alla coscienza di un intero Paese.

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  • Marcello Altamura

    Nasce a Napoli. Ha scritto “Dodici Leoni” insieme a Franco Esposito nel 2015 per Absolutely Free poi “La Borsa di Moro” per Iuppiter Edizioni nel 2016. Nel 2017 è stata la volta de “L’anno del Grifo” per Absolutely Free e per la stessa casa editrice, nel 2018, “Le quattro vite di Mike”. Nel 2019 ha pubblicato “Il professore dei misteri” per Ponte alle Grazie e, per la stessa casa editrice, anche “La Casta è rimasta”, nonché, per Slalom Edizioni, “Bomber con i guanti”. Ha scritto, insieme ad altri autori, “Tutti in piedi per la Carpisa” per Graf Editore nel 2006 e “Totò sbanca” per Iuppiter Edizioni nel 2017. Dal 2019 cura, insieme a Gianluca Zanella, il format di approfondimento storico e politico DarkSide - Storia Segreta d’Italia.

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