Dalla balistica ai bossoli scomparsi, dalle impronte mai cercate fino ai possibili protagonisti rimasti senza nome. Per il giudice ci sono ancora troppe zone d’ombra sulla strage di via Fani. La Procura di Roma dovrà tornare a indagare: Dark Side svela nei dettagli quali saranno gli elementi su cui lavoreranno gli inquirenti.

Aldo Moro.
Per quasi cinquant’anni la strage di via Fani è stata raccontata come una vicenda giudiziariamente definita. Ma un’ordinanza del GIP del Tribunale di Roma rimette in discussione questa certezza, almeno per quanto riguarda l’omicidio dei membri della scorta di Aldo Moro (Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera) la mattina del 16 marzo 1978.
Il giudice ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura e ha disposto 180 giorni di nuove indagini, sostenendo che il fascicolo presenta ancora interrogativi che non possono essere liquidati come definitivamente risolti. Non significa riscrivere la storia della strage, ma significa riconoscere che alcune verifiche investigative, nonostante decenni di processi, commissioni parlamentari e inchieste, non sono mai state esaurite.
Il cuore dell’ordinanza è proprio questo: prima di archiviare bisogna accertare ciò che è ancora accertabile.
Le armi: tutti gli spari arrivano davvero dai brigatisti già condannati?
Uno dei punti più delicati riguarda la ricostruzione balistica dell’agguato. Il GIP nella sua ordinanza dispone nuovi accertamenti sulla compatibilità tra il caricatore da 40 colpi sequestrato in via Fani, il mitra FNAB attribuito a Valerio Morucci e i proiettili recuperati dai corpi delle vittime e dalle vetture della scorta.
Una richiesta che nasce da una domanda precisa: la ricostruzione balistica finora accolta spiega davvero tutti i colpi esplosi quella mattina? Se la risposta fosse negativa, come la logica vuole (la stima dei colpi esplosi è parziale, così come quella dei bossoli, molti dei quali dispersi o calpestati, come dimostra lo storico video di Paolo Frajese della Rai, che si accorge di averne spostato uno), la dinamica dell’azione (un’operazione militare sofisticata, con tanto di bonifica e chiusura della zona) richiedono, finalmente, ulteriori approfondimenti.
Il caricatore mai esaminato fino in fondo
C’è poi un particolare che colpisce. Il giudice dispone che il caricatore trovato in strada via Fani venga finalmente sottoposto a nuovi esami dattiloscopici per verificare l’eventuale presenza di impronte papillari ancora utilizzabili, da confrontare sia con quelle dei brigatisti già identificati sia con le banche dati oggi disponibili. È uno degli aspetti più significativi dell’ordinanza: la tecnologia investigativa è cambiata profondamente rispetto agli anni Settanta e il GIP ritiene che strumenti oggi disponibili possano consentire verifiche allora impossibili o comunque non effettuate. Una cosa incredibile se si tiene conto che dai fatti sono passati quasi 50 anni
I 93 bossoli e quelli che potrebbero mancare
Un altro passaggio mette in discussione uno degli elementi considerati più consolidati della ricostruzione dell’agguato. Sulla scena furono repertati 93 bossoli. Ma il GIP osserva che nessuno può affermare con assoluta certezza che rappresentino tutti quelli esplosi. L’area dell’eccidio, ricorda il giudice, venne rapidamente invasa da soccorritori, curiosi e appartenenti alle forze dell’ordine. Una contaminazione della scena del crimine che potrebbe aver determinato la dispersione di parte del materiale balistico. Se anche solo alcuni bossoli fossero andati perduti, la ricostruzione del numero delle armi impiegate e della posizione dei tiratori potrebbe risultare incompleta.
Quanti erano davvero gli uomini del commando?
L’ordinanza affronta anche uno dei temi più controversi della vicenda Moro: il numero reale dei partecipanti all’azione di via Fani. Il GIP richiama testimonianze e atti processuali che nel corso degli anni hanno indicato la possibile presenza di soggetti mai identificati, compreso almeno uno degli occupanti della Honda comparsa durante l’agguato e che il testimone Moschini vede ferma davanti al bar Olivetti prima dell’agguato. Il giudice non afferma che vi fossero certamente altri esecutori. Afferma però che questo profilo non può essere considerato definitivamente chiarito e che merita ulteriori verifiche, pur riconoscendo le enormi difficoltà investigative dovute al tempo trascorso.
La pista De Vuono non è chiusa
Tra gli approfondimenti richiesti compare anche il nome di Giustino De Vuono, il legionario calabrese, criminale a cavallo tra la n’drangheta e le Brigate Rosse, più volte evocato nel corso degli anni come possibile partecipante all’operazione. L’ordinanza non accredita questa ipotesi, ma evidenzia che le informazioni disponibili richiedono ulteriori riscontri prima di poter essere definitivamente accantonate, prima fra tutte quella della sua latitanza in Paraguay, all’epoca Paese governato da una dittatura di destra.
L’informatore dei servizi e la telefonata del 5 maggio
Il GIP dispone inoltre l’acquisizione di ulteriori atti e l’audizione di un ex informatore dei servizi di sicurezza che avrebbe operato come infiltrato nelle Brigate Rosse. Non solo. Tra gli accertamenti ordinati compare anche la verifica sulla misteriosa utenza telefonica riservata 3111 dalla quale, il 5 maggio 1978, partì la chiamata che indicò a don Antonello Mennini dove recuperare l’ultima lettera di Aldo Moro destinata alla moglie. Il giudice vuole sapere chi disponesse realmente di quella linea e per quale motivo fosse coperta da riservatezza. Una linea che si ritrova anche in altri casi irrisolti della nostra storia, dalla strage di Bologna a l’Anello.
Non una nuova verità, ma il dovere di cercarla
Il passaggio più significativo dell’ordinanza è forse quello in cui il GIP ammette che molte delle verifiche richieste potrebbero non produrre risultati definitivi. Eppure, proprio perché si tratta di uno dei delitti più gravi della storia repubblicana, il giudice ritiene che l’archiviazione non possa arrivare finché restano accertamenti concretamente praticabili. È una decisione che non ribalta le sentenze passate e non cancella le responsabilità già accertate. Ma incrina l’idea, cara non solo agli ex BR, che tutto ciò che era possibile sapere sia già stato chiarito.




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