Dal 7 agosto 1990, data in cui venne uccisa Simonetta Cesaroni, sono state tante le piste battute. Alcune finite nel nulla, altre interrotte o deviate da qualcuno. E altre ancora che, ciclicamente, tornano a galla. Tra queste, ce n’è una, inquietante, che da via Poma incrocia il mondo dei servizi segreti. Una scia di sangue che dal cuore di Roma porta diritto in Somalia e collega casi irrisolti, omicidi e morti sospette di quel primo scorcio di anni novanta. Ma partiamo dall’inizio, dal primo capitolo di una vicenda su cui, dopo 35 anni, il mistero è ancora fitto.

Simonetta Cesaroni.
Il 7 agosto 1990 era un martedì e come ogni martedì Simonetta Cesaroni, 21 anni, uscì di casa per andare in via Poma 2, nel quartiere Prati di Roma, al terzo piano della palazzina B, interno 7, dove c’era la sede regionale dell’Aiag, l’associazione italiana alberghi della gioventù. Lì, alle 23.30, fu trovata morta con 29 colpi inferti da un oggetto bitagliente a lama non affilata: un tagliacarte, secondo il medico legale che, però, non verificò mai la compatibilità con i due tagliacarte presenti sulla scena del crimine.
Una scena del crimine “inquinata”

La palazzina di Via Poma 2 a Roma dove avvenne il delitto.
A trovare il corpo della ventenne, supina con indosso solo il reggiseno, un top appoggiato sul ventre e dei calzini bianchi, furono la portiera dello stabile Giuseppa De Luca, il figliastro Mario Vanacore, la sorella di Simonetta, Paola, il fidanzato della sorella, Antonello Barone, e il titolare della società per cui lavorava la vittima, Salvatore Volponi insieme al figlio, Luca.
Simonetta era stata assunta un anno prima dalla Reli sas di via Maggi, quartiere Casilino, una società di consulenza contabile intestata, oltre che a Volponi, a Ermanno Bizzocchi. Dal giugno del ‘90 per due giorni alla settimana, il martedì e il giovedì, veniva “data in prestito” senza regolare contratto da Bizzocchi all’Aiag di via Poma, il cui presidente era un suo amico, l’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno. Lì, aveva il compito di inserire dei dati contabili nel computer. E così fece anche quel martedì di agosto, l’ultimo prima di partire per le ferie con le amiche. Verso le 18.30 avrebbe dovuto telefonare al suo capo. Non telefonò mai.
Dopo la chiamata di Paola Cesaroni al 113, in via Poma arrivarono tutti: le volanti, gli agenti, la polizia giudiziaria, la scientifica, gli inquirenti di turno. E arrivò anche Sergio Costa, funzionario del Sisde, il servizio segreto civile, all’epoca distaccato alla questura di Roma in qualità di responsabile della centrale operativa. La sua presenza, però, non venne registrata: un dettaglio insolito e cruciale su cui torneremo.
Ma gli errori e le procedure non conformi alla prassi furono diversi. La scena del delitto non venne sigillata e prima del sopralluogo della polizia scientifica, avvenuto alle due di notte dell’8 agosto, chiunque dei tanti presenti avrebbe potuto contaminarla o compromettere dei potenziali indizi. Non solo. L’attenzione degli investigatori si concentrò su uno strano disegno con una scritta inquietante: “Ce Dead OK”. Ci vollero diciassette anni per scoprire che era stata una poliziotta annoiata a farlo.
Il sangue
Al momento del ritrovamento del corpo mancarono anche gli accertamenti base per definire l’orario esatto della morte (collocata dal medico legale Ozrem Carella Prada in un arco temporale molto ampio, tra le 14 e le 19), come la temperatura corporea. Sulla scena del crimine, un crimine efferato, le tracce di sangue rinvenute furono stranamente pochissime: alcune all’interno dell’ufficio del direttore dell’Aiag Corrado Carboni (dove fu ritrovato il corpo), altre all’esterno, su porta e maniglia, e in una seconda stanza, sulla cornetta del telefono. L’impressione fu che qualcuno, l’assassino o un complice, avesse ripulito la scena.

La scena del crimine.
Solo il 27 agosto, ben venti giorni dopo il delitto, Mirko Vanacore, figlio del portiere di via Poma, trovò delle macchie ematiche nella cabina e sul vetro di protezione del pulsante dell’ascensore. In un secondo sopralluogo ne vennero fuori altre ancora, sul muro del sottoscala. Quelle di gruppo 0, analizzate subito, furono attribuite inequivocabilmente a Simonetta. Le altre – di gruppo B e analizzate molti anni dopo – non si scoprì mai a chi appartenessero.
Le indagini, i sospettati e i flop giudiziari
Ma chi ha ucciso Simonetta Cesaroni? E perché? La pista “passionale” fu la prima ad essere battuta dagli investigatori. L’accanimento feroce sulle parti intime e sul volto, il corpo denudato, gli indumenti spariti, il corpetto appoggiato post mortem sul ventre, tutto pareva avvalorare l’ipotesi del tentato approccio respinto. L’esame autoptico, però, non rivelò tracce di violenza sessuale. Se fosse stata una messinscena?
I media buttati a capofitto sul “giallo dell’estate” premevano per la soluzione del caso. Serviva un colpevole, subito. Pietrino Vanacore, uno dei portieri dello stabile di via Poma, pareva il colpevole perfetto da dare in pasto all’opinione pubblica. Abbastanza, forse, da scomodare qualcuno che “dall’alto” indirizzò le indagini?

Pietro Vanacore e la moglie.
Durante la perquisizione domiciliare saltarono fuori un paio di pantaloni macchiati di sangue. Vanacore fu sottoposto a fermo giudiziario presso il carcere di Regina Coeli il 10 agosto, tre giorni dopo il delitto. Il 27 agosto, in seguito all’esito negativo dell’incidente probatorio, venne rilasciato. Il sangue non era di Simonetta, ma suo, dovuto a problemi emorroidali. Il 26 aprile del 1991 le ipotesi accusatorie a suo carico quale autore del delitto furono archiviate.
Passò un anno. Il 3 aprile 1992 l’avviso di garanzia arrivò a Federico Valle, nipote dell’architetto Cesare Valle, inquilino e progettista del palazzo di via Poma. A tirarlo in ballo fu un cittadino austriaco, un certo Roland Voller, a cui la madre di Valle avrebbe confidato in una telefonata che il figlio, il giorno del delitto, tornò a casa sporco di sangue. Dopo essere stato in via Poma. Giuliana Ferrara smentì tutto, bruciando l’attendibilità del “supertestimone”. Sul ruolo e sulla figura di Voller, “una persona pregiudicata per reati di truffa, ma attendibilissima”, – come lo definì in una nota inviata al questore il dirigente del commissariato Flaminio Nuovo – ci torneremo.
Le indagini si arenarono. Poi, nel 2007, il colpo di scena. Dopo sofisticate analisi, eseguite dal Ris di Parma, sugli indumenti della vittima vennero identificate delle tracce di saliva appartenenti all’ex fidanzato di Simonetta: Raniero Busco. Che nel settembre dello stesso anno venne iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario.

Raniero Busco.
Sulla sola base delle foto autoptiche, fu riscontrata una corrispondenza tra l’impronta dell’arcata dentaria di Busco e il morso presente sul seno sinistro della vittima. Rinviato a giudizio venne condannato nel 2011, in primo grado, a 24 anni di reclusione. Un anno dopo, l’appello ribaltò la sentenza assolvendolo. Assoluzione confermata dalla Corte di Cassazione nel 2014. Ma ci fu un ulteriore colpo di scena durante l’iter processuale di Busco. Il 9 marzo 2010, si tolse la vita Pietrino Vanacore, lasciandosi morire in neanche un metro d’acqua, proprio pochi giorni prima di deporre in Corte d’Assise. Forse, quando aveva deciso di parlare – come sostenuto dal figlio Mario – si scelse di farlo tacere una volta per tutte? Per proteggere qualcuno? O, magari, per annegare con lui una verità ancora troppo scomoda da far emergere?
L’inchiesta in corso e l’ombra dei servizi segreti
È stato un dettaglio rimasto sepolto nelle carte a riaccendere i riflettori sul giallo dell’estate del ‘90. Un’informativa della Digos rispuntata dopo trent’anni insieme ad alcune dichiarazioni raccolte da Antonio Del Greco, l’allora dirigente della squadra mobile responsabile del caso, hanno portato la procura di Roma a riaprire le indagini, nel marzo 2022. Decisive due testimonianze che collocavano il presidente del comitato regionale dell’Aiag, Francesco Caracciolo di Sarno, in via Poma, nel giorno e all’ora in cui fu uccisa Simonetta.

L’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno.
L’avvocato il 7 agosto non si sarebbe trovato presso la tenuta di campagna a Tarano e poi all’aeroporto di Fiumicino per accompagnare la figlia in partenza per la Grecia, come sempre dichiarato. Sarebbe, invece, tornato intorno alle 18, affannato e con un pacco mal avvolto, in Largo della Gancia, dove abitava, a neanche cento metri da via Poma. Perché ha mentito? E perché quelle testimonianze che avrebbero potuto comprometterne l’alibi sono saltate fuori solo quando era ormai morto da sei anni?
Nel corso dell’inchiesta coordinata dalla pm Ilaria Calò, la stessa che sostenne l’accusa contro Raniero Busco, sono stati sentiti diversi testimoni dell’epoca e rianalizzati gli atti processuali. Ma l’ennesima svolta del più famoso caso irrisolto italiano si è poi sgretolata a suon di parziali ritrattazioni, incongruenze temporali e informative che lasciano “forti perplessità sulla reale fondatezza del quadro ipotetico tracciato”.
Nel dicembre 2023, dopo neanche due anni dall’esposto dell’avvocato della famiglia Cesaroni, Federica Mondani, decisivo per l’apertura del nuovo fascicolo, la procura ha chiesto l’archiviazione. Si stava per spegnere di nuovo la luce sul cold case di Italia ‘90, quando nel dicembre 2024 la giudice per le indagini preliminari Giulia Arcieri ha respinto la richiesta. Sulla base degli spunti investigativi segnalati dalla Commissione antimafia della precedente legislatura e di un esposto dell’avvocato Claudio Strata – legale del figlio di Pietrino Vanacore, Mario, che avrebbe avuto una segnalazione da un dirigente del Sisde in pensione -, la gip ha indirizzato i pm su una pista già comparsa più volte e, forse, scartata troppo presto: quella che collega il delitto di via Poma ai servizi segreti.
La tesi di Arcieri è che dei “poteri forti” negli anni abbiano agito depistando e inquinando le indagini “dall’alto”. Per coprire qualcuno o qualcosa, carte, documenti riservati che avrebbero potuto rivelare quello che si faceva davvero all’interno 7 di via Poma. Verità inquietanti da occultare ad ogni costo. Su cui la giudice ha chiesto di scavare, non tralasciando nessuna direzione investigativa o ipotetico collegamento tra i fatti. Dal “furto del secolo” messo a segno da Massimo Carminati al caveau del Tribunale, in cui sparirono i documenti contenuti nella cassetta di sicurezza intestata a Caracciolo, alla versione – mai sentita prima – dei diretti protagonisti di quell’estate di 35 anni fa. Come l’ex questore di Roma Carmine Belfiore – allora agente della Digos – e Sergio Costa, il funzionario del Sisde che diversi testimoni videro in via Poma il giorno in cui Simonetta fu uccisa.
Dettagli, nomi, sospetti che ritornano, legami oscuri e strane coincidenze noti fin da subito, ma rimasti per troppo tempo sullo sfondo. Fino ad ora.




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