La parabola di Pietrino Vanacore è quella di un uomo semplice travolto da un enigma più grande di lui. Portiere in uno stabile della Roma “bene”, diventa il bersaglio di sospetti, depistaggi e verità mai chiarite legate all’omicidio di Simonetta Cesaroni. Dopo trent’anni passati a difendersi, la sua morte apre nuovi interrogativi: suicidio o un’ombra ancora più inquietante?

Pietrino Vanacore con la moglie.
9 marzo 2010, spiaggia di Torre Ovo, frazione di Torricella, 32 chilometri a sud di Taranto. Un’auto, una vecchia Citroen grigia, è parcheggiata a bordo strada. A riva, abbandonato, c’è un apparecchio dentario e si vede una corda tesa fra un albero, un pino, e la caviglia di un cadavere, rinvenuto pochi metri più in là. È di Pietrino Vanacore. Se ne è andato così uno dei protagonisti più controversi del giallo di via Poma: morto annegato in meno di un metro d’acqua.
Il portiere dello stabile in cui venne uccisa Simonetta Cesaroni, il 7 agosto di 35 anni fa – prima sospettato dell’omicidio, fermato, poi rilasciato, indagato di nuovo per concorso e infine prosciolto -, si sarebbe suicidato “perché non sopportava più l’invadenza del caso di via Poma nella propria vita privata”. Lo avrebbe fatto “di sua spontanea volontà”. Almeno secondo quanto scritto nel fascicolo dell’inchiesta, aperta con l’ipotesi di reato di “aiuto o istigazione al suicidio” e archiviata l’anno seguente, l’8 marzo 2011. Eppure, non mancherebbero gli elementi incompatibili con la conclusione degli inquirenti.
La morte sospetta
Quella mattina, prima di mettere in atto il suo piano suicidario studiato nel dettaglio – dalla corda da agganciare per farsi trovare ai ben tre biglietti da posizionare nell’auto parcheggiata per spiegare il suo gesto -, Pietrino Vanacore avrebbe comprato le sigarette dal tabaccaio, preso un caffè al bar con gli amici, fatto il pieno di benzina e mangiato un dolce comprato alla pasticceria di Torre Ovo. Tutto prima di lasciarsi annegare in quel preciso tratto di mare.
A non convincere – ha sottolineato Massimo Sarcinella, il medico legale che eseguì l’autopsia su Vanacore, escludendo tramite esame tossicologico l’ingerimento di un anticrittogamico, come ipotizzato inizialmente – sarebbe proprio il luogo scelto per togliersi la vita. “In quel punto – dichiarò il medico in diverse interviste – l’acqua è davvero bassa, arriva quasi a sfiorare gli scogli. Tanto che sarebbe stato sufficiente afferrare una roccia con una mano per mettersi in salvo. Di solito, una persona che intende suicidarsi preferisce non correre il rischio di non portare a termine il suo tragico progetto e cerca in qualche modo di prevenire l’istinto di conservazione, quello alla sopravvivenza: quindi è strano che sia stata individuata proprio quella zona”.
Ma i dettagli inspiegabili non sarebbero finiti: perché Vanacore avrebbe deciso di uccidersi a ridosso di una strada molto trafficata e in pieno giorno, quando da lì passava tanta gente che sarebbe potuta intervenire per fermarlo? Dubbia anche la lucidità non comune mostrata dall’ex portiere di via Poma nel predisporre il proprio suicidio. Tale da portarlo a legarsi la caviglia a una fune agganciata a un albero, per essere sicuro di essere trovato. In più, l’annegamento, accertato in sede autoptica, potrebbe essere accidentale o suicidario, ma – come suggerito dal medico legale – anche indotto da terzi. Quello di Pietrino potrebbe essere dunque l’ennesimo caso di morto “suicidato”? Non sarebbe da escluderlo.
L’enigma della confessione
I dubbi non verrebbero fugati nemmeno dalla “pistola fumante”: i biglietti lasciati da Vanacore per spiegare il suo gesto. “Sono molto grandi, troppo visibili. In casi di questo genere di solito non è così”. Poi, perché scriverne addirittura tre? Un cartello di colore marrone, con la scritta “Vent’anni di calvario senza nessuna colpa portano al suicidio”, lo appoggiò sopra il bagagliaio. Sul cruscotto, ne mise un altro, bianco, che ribadiva: “20 anni perseguitati senza nessuna colpa”. E sotto a questo, su un altro foglio, sempre bianco, in formato A4 con l’intestazione della compagnia assicurativa Generali, vergò in corsivo: “Senza nessuna colpa ne mia ne della mia famiglia – ci anno distrutti nel imorale, nell’imagine e tutto il resto. Lo porteranno sulla coscienza tutti coloro. firmato Vanacore Pietrino”.
Gli evidenti e ripetuti errori ortografici uniti alla scelta di firmare con il cognome prima del nome – inusuali rispetto alle abitudini del portiere – sarebbero gli ulteriori tasselli oscuri di una verità, quella del suicidio, che continua a non convincere la famiglia Vanacore.
Il movente mancante
Quale motivo avrebbe avuto per uccidersi? Parenti, amici, conoscenti, tutti all’epoca ribadirono che Pietrino “sembrava sereno e tranquillo”. Fermo nella sua decisione di testimoniare, il 12 marzo, davanti alla Corte di Assise di Roma nel processo contro Raniero Busco, l’ex fidanzato di Simonetta Cesaroni. Che in un’intervista, rilasciata poco tempo prima, lo aveva evocato, gridando: “Salvami! Tu sai che sono innocente”. Vanacore, nonostante potesse avvalersi della facoltà di non rispondere, aveva scelto di andare in aula, di parlare.
In fondo sarebbe stato un suo diritto chiamarsi fuori, data la duplice incriminazione per il delitto di via Poma. La prima nell’agosto del 1990, quando venne fermato e rilasciato, in seguito all’esito negativo dell’incidente probatorio: il sangue sui pantaloni non era della vittima, ma suo, dovuto a problemi emorroidali. La seconda nell’aprile del 1992, per favoreggiamento, con Federico Valle, nipote dell’architetto Cesare Valle, inquilino e progettista del palazzo di via Poma. Gli investigatori ipotizzarono che il portiere avesse ripulito la scena del crimine allertato dall’architetto, da cui si sarebbe rifugiato il giovane Valle dopo aver ucciso Simonetta. Furono entrambi prosciolti da ogni accusa nel 1995.
“Non c’erano ombre – come precisato da Antonio De Vita, legale di Vanacore -. Pietrino è stato assolto due volte”. Non aveva nulla da dimostrare, eppure decise comunque di dire tutto quello che sapeva. Aveva già organizzato il viaggio a Roma, insieme al figlio. Poi, tre giorni prima di vuotare il sacco, cambiò idea, lasciandosi annegare in meno di un metro d’acqua. Un mutamento improvviso, inconciliabile con la freddezza e la meticolosità dimostrate nel pianificare il suicidio. Magari, anche gli strafalcioni disseminati nei biglietti (autografi secondo la perizia calligrafica, ndr) non furono delle semplici disattenzioni, comprensibili in chi, sopraffatto da un peso inconfessabile, stava per togliersi la vita. Ma furono, invece, il tentativo estremo di un uomo che sapeva troppo di smentire quel suo “strano” suicidio, suggerendo tra le righe una verità ancora più inquietante. La stessa verità che, forse, qualcuno cercò di affogare con lui a Torre Ovo.





Un testimone non può avvalersi della facoltà di non rispondere, poiché è obbligato a comparire e a rispondere secondo verità a tutte le domande, a meno che non si tratti di fatti che potrebbero incriminare se stesso, o che siano coperti da segreto professionale, di Stato o d’ufficio.
Ancora oggi – e Lei ne fornisce un’ottima rappresentazione – non c’è alcuna adeguata strategia per la ricostruzione dell’omicidio della povera Simonetta,e per tutto ciò che accadde all’interno di una galassia di fatti, circostanze, conseguenze e processi, rimasta incompresa, e quindi come inesplorata. Da vecchio Avvocato mi sento di dire solo una cosa. Non c’è elemento che possa assurgere ad indizio, se prima non è filtrato alla luce di tutti gli altri. Ciascuno formula impressioni suggestive, spesso velleitarie. Ma se si scremassero solo i fatti, gli elementi degni di avere una e una sola specifica convergenza, forse sarebbe possibile risalire al movente. E dal movente, all’assassino. Non il contrario. Qui l’obiettivo è chiaro: trovare il colpevole. La domanda iniziale, dunque dovrebbe essere: quali e quanti sono i possibili (più verosimili) moventi? Quali sono, tra questi, quelli rispetto ai quali vi è maggiore coerenza di indizi? La scena del crimine, come è stata raccontata da molti autorevoli cronisti, è uno degli elementi. Ma forse non è quello da cui partire