L’ex Supervisory Special Agent della Behavioral Analysis Unit dell’FBI parla per la prima volta a Darkside Italia. Risponde mentre lavora ancora a un caso aperto. Va dritto al punto, senza edulcorare. E dice cose che, in Italia, nessuno gli aveva ancora chiesto.

Jim Clemente.
Chi è davvero Jim Clemente
James T. Clemente non è un volto da talk-show. È stato per ventidue anni Special Agent dell’FBI, dal 1987 al 2009. Prima era procuratore nello Stato di New York. Poi, a Quantico, è diventato profiler della Behavioral Analysis Unit: serial killer, predatori sessuali, omicidi, rapimenti, corruzione. Nato a San Mateo, in California, cresciuto a New York, si è laureato in chimica a Fordham e ha preso il Juris Doctor alla Fordham Law School. In Bureau ha lavorato sotto copertura, dal mendicante di strada al broker al New York Mercantile Exchange a Wall Street.
È considerato uno dei riferimenti internazionali su vittimizzazione sessuale dei minori, omicidio sessuale e rapimento. Oggi è writer e producer di Criminal Minds, fondatore di X-G Productions e co-host, insieme a Laura Richards, del podcast Real Crime Profile. Il legame con la serie non è un cameo. Quando Mandy Patinkin doveva costruire Jason Gideon, andò a Quantico e chiese «qualcuno con una personalità». Gli presentarono Clemente. Da lì: consulente tecnico dalla prima stagione, scrittore freelance dalla seconda, producer dal 2015 fino alla fine della serie originale.
Ha firmato, tra gli altri, Lessons Learned e Risky Business, e ha fatto cameo non accreditati negli episodi che scriveva. Su IMDb risulta in 126 episodi (2010–2023) come additional crew e technical advisor, più il ruolo di producer su Criminal Minds: Suspect Behavior. Non è «il tipo che ha ispirato un personaggio». È uno degli uomini veri dietro la BAU in televisione. Quando un uomo con questo curriculum accetta di rispondere a un giornalista , il materiale non si spreca. Gli ho portato casi, metodi e contraddizioni. Lui ha risposto da investigatore.
Come si legge un crimine, secondo la BAU
Federico Carbone: Partiamo dal metodo, non dal mito. Nella Criminal Investigative Analysis si parte dalla vittima, non dall’autore. Fuori dagli Stati Uniti, su un delitto di mafia già attribuito, quali principi della BAU restano operativi e quali invece diventano inutili?
Jim Clemente: Partiamo dalla vittimologia, lo studio della vittima. La scelta della vittima può rivelare moltissimo sull’autore o sugli autori. Poi guardiamo il luogo del crimine, il comportamento sulla scena e ogni comportamento noto precedente o successivo al reato. Tutto questo resta valido.
F.C.: Quindi il profiling non è un identikit psicologico. È ingegneria inversa del comportamento. Se l’omicidio è già firmato da un’organizzazione, il valore si sposta: non «chi è», ma «cosa voleva far capire».
J.C.: Se sai già che il crimine è stato commesso da membri della mafia, allora il profiling potrebbe non essere di grande aiuto. Il profiling fa ingegneria inversa del crimine: interpreta il comportamento e risale al tipo di persona che lo ha commesso. Se il crimine è stato commesso per «mandare un messaggio», allora forse i profiler possono aiutare a capire quale sia quel messaggio.
Non è una battuta. È il confine tra due mestieri. Il profiler non sostituisce l’antimafia. Legge il comportamento per risalire al tipo di autore. Quando l’autore è già un’organizzazione, il valore si sposta.
Come si fa parlare chi non vuole parlare
F.C.: In BAU avete visto ogni tipo di reticenza: sospetti, testimoni, affiliati. Quale tecnica di interrogatorio ha tenuto, nella pratica, quando la pressione cieca fallisce?
J.C.: Chiaramente il metodo migliore è l’interrogatorio basato sul rapporto, insieme a una dichiarazione ferma e sicura di colpevolezza.
F.C.: Rapporto, prima. Poi una dichiarazione di colpevolezza ferma, senza tremare. Sul crimine organizzato, però, il profilo generico del «tipo mafioso» serve poco. Serve la leva su quell’uomo, in quella stanza. Come cambia l’approccio quando il crimine non è di un singolo, ma di un’organizzazione strutturata, come le stragi che ho documentato?
J.C.: Come ho detto sopra, se sai già che si tratta di un omicidio di crimine organizzato, allora il profiling potrebbe non essere lo strumento migliore. Tuttavia, tecniche di interrogatorio basate sulla personalità possono aumentare al massimo la probabilità di ottenere una confessione.
Tradotto: sul crimine organizzato il profiler non è l’arma principale. Lo è l’interrogatorio costruito sulla personalità.
L’errore che uccide le indagini
F.C.: Chi applica il profiling senza formazione, soprattutto nei media, commette sempre lo stesso errore: mette l’emozione prima della scena. Quali sbagli vede più spesso?
J.C.: È di importanza fondamentale che emozioni e pregiudizi non entrino in nessuna indagine. Credo che il caso Meredith Kercher sia un esempio lampante di come emozioni e pregiudizi abbiano deviato l’indagine, portando all’arresto e alla condanna ingiusti di Amanda Knox.
F.C.: Conosce il caso italiano dell’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco, nel 2007? Scena discussa, catena di custodia, più sospetti, una lunga sequenza di gradi di giudizio. Se sì, che idea si è fatto della dinamica e della gestione investigativa?
J.C.: Non conosco questo caso.
F.C.: Onesto. Un profiler serio non improvvisa su un fascicolo che non ha visto. Allora restiamo su Perugia, che lei invece ha letto. Lì quali errori procedurali, a suo giudizio, hanno compromesso la tenuta delle prove?
J.C.: Posso parlare solo del caso Meredith Kercher, in cui: sono state fatte assunzioni basate sul pregiudizio già sulla scena del crimine; non è stata preservata la scena; c’è stata contaminazione forense delle prove; leak fuorvianti alla stampa; una manipolazione oltraggiosa dei fatti per tentare di togliere la responsabilità all’unico killer, nello sforzo di condannare qualcun altro.
Sulla scena di Perugia quei rilievi non sono nuovi. Esperti indipendenti e parte della letteratura forense hanno contestato raccolta e catena delle prove: il gancetto del reggiseno trovato dopo settimane, il DNA sul coltello considerato troppo esiguo, le procedure di campionamento. Resta un caso-laboratorio su come bias e gestione della scena possano deviare un’intera macchina giudiziaria. Clemente lo usa come specchio: non per chiudere Garlasco, che non ha studiato, ma per dire dove un’indagine muore. Muore quando l’emozione precede la prova.
Epstein: «Le agenzie non hanno dato un bel niente alle vittime»
F.C.: Lei ha già lavorato pubblicamente sul profilo comportamentale di Jeffrey Epstein, anche con strumenti come il PCL-R. Non le chiedo il copione da podcast. Le chiedo la struttura di personalità: cosa, nel suo comportamento, le è parso decisivo?
J.C.: Epstein sapeva come manipolare il sistema. Facendosi amici, filmando di nascosto e intrappolando persone ricche e politiche, soprattutto di altri Paesi, è riuscito a far sì che le agenzie di intelligence americane usassero le «ragioni di sicurezza nazionale» per tirarlo fuori dai guai. Il fatto che quelle agenzie di intelligence non abbiano dato alcun peso alle centinaia di vittime è sconvolgente.
F.C.: Quindi non è solo un predatore di successo. È un operatore di ricatto che ha trasformato il compromesso altrui in scudo istituzionale. Con i file Epstein tornati al centro, quella rete si sarebbe potuta smontare prima, con un approccio investigativo o di intelligence più efficace?
J.C.: Assolutamente. Ma ha usato le agenzie di intelligence per offuscare l’indagine e il primo tentativo di perseguimento. Probabilmente ha offerto alle agenzie prove video di funzionari stranieri in situazioni compromettenti o illegali, così che le agenzie potessero usarle contro quei funzionari. È stato fermato nel 2006. L’FBI aveva circa 60 vittime identificate pronte a testimoniare. Ma la «sicurezza nazionale» è stata usata per cancellare le accuse e lui non ha mai scontato un giorno di carcere vero. Poi un giornalista ha continuato a scrivere sull’ingiustizia e alla fine è stato portato in giudizio.
I documenti pubblici dicono qualcosa di vicino, non identico. Tra il 2006 e il 2007 l’FBI arriva a decine di vittime: circa 35 intervistate, poi 34 minori confermati più altri potenziali. L’accordo di non perseguibilità federale (NPA) del 2007-2008 spezza l’inchiesta: Epstein patteggia due reati statali, ottiene immunità federale per sé e per i co-cospiratori e 18 mesi, di cui ne sconta 13, con work release. Le vittime, per anni, non vengono informate. Clemente sintetizza: «non ha mai scontato un giorno di carcere vero.» Tecnicamente scontò mesi in un’ala riservata, uscendo quasi ogni giorno. Sostanzialmente, per un predatore con decine di minori identificati, fu l’impunità.
Sui legami con l’intelligence il quadro resta aperto e litigioso. L’ex procuratore Alexander Acosta è stato citato, da fonte anonima, per la frase «apparteneva all’intelligence». Sotto giuramento ha poi negato. Nessun documento pubblico certifica oggi un rapporto formale CIA o Mossad. Clemente, da ex insider, non parla per sentito dire da talk-show: parla di riprese compromettenti su funzionari stranieri usate come merce di scambio. È la sua tesi. Va trattata come tale. Non è una sentenza. È una testimonianza di peso.
Come si diventa intoccabili
F.C.: Ultimo punto, da criminologo. Quanto è comune un «psicopatico di successo» che gira per anni nei salotti senza essere toccato? E quali segnali, nei circoli d’élite, tendono a essere ignorati?
J.C.: È stato individuato vent’anni fa. Ma era così ricco da riuscire a isolarsi con i soldi e ricattando persone al potere che potevano aiutarlo a proteggersi. E il punto è che si è arricchito ricattando un uomo molto ricco e costringendolo a dargli una casa da 75 milioni di dollari a Manhattan.
Qui Clemente rovescia il mito del predatore invisibile. Epstein non era invisibile. Era protetto. Rilevato, già allora. Poi isolato dal denaro e dal ricatto. La casa di Manhattan, nella sua versione, non è un acquisto: è il bottino di un’estorsione.
I registri dicono di più e di meno. La mansion di 9 East 71st Street, stimata intorno ai 77 milioni, arriva a Epstein da Leslie Wexner. Acquisto Wexner 1989 per 13,2 milioni; poi passaggio a una società riconducibile a Epstein, con ricostruzioni che parlano di circa 20 milioni a rate, e nel 2011 trasferimento interno per zero dollari. Come abbia davvero ottenuto il controllo della casa resta una delle zone grigie del dossier. Clemente la chiama estorsione. I documenti pubblici, per ora, la chiamano ancora mistero patrimoniale.
Cosa resta, per noi
Tre cose restano, e nessuna è da copertina facile. Uno. Se il delitto è già firmato, il profiler non è un oracolo. È un lettore di messaggi. Sulle stragi, sulle donne uccise per far capire qualcosa a uno Stato o a un clan, quella lettura conta più di qualsiasi identikit psicologico.
Due. Emozioni e pregiudizi sulla scena del crimine non sono un vezzo italiano. Sono il modo più rapido per condannare la persona sbagliata. Clemente non ha studiato Garlasco. Ha studiato Perugia. E ha descritto, punto per punto, come si distrugge un’inchiesta: pregiudizio, scena non protetta, prove contaminate, stampa usata come arma, fatti piegati per salvare il colpevole vero.
Tre. Su Epstein, un ex capo profiler FBI dice ad alta voce che le vittime sono state sacrificate a una logica di Stato. Che le agenzie avrebbero usato la sicurezza nazionale per chiudere gli occhi. Che un uomo già individuato vent’anni fa ha comprato tempo, case e impunità con il ricatto.
A Darkside questo scambio non chiude nulla. Apre un metodo. E, su Epstein, una domanda che gli Stati Uniti ancora non hanno smesso di eludere: quante vite si possono scambiare con un file classificato?




Grazie,una riflessione sulla Ragione di Stato che meriterebbe un dibattito molto ampio. Quali limiti pone la nostra società alla Ragione di Stato ? Quante vittime rappresentano un limite ? Forse i limiti emotivi e mediatici hanno maggiore peso ?