C’è un corpus documentale di proporzioni non indifferenti presso l’Archivio centrale dello Stato a Roma. In quelle carte, si parla del coinvolgimento del terrorismo armeno nell’attentato a Giovanni Paolo II e nel suo libro “Il papa deve morire”, Ezio Gavazzeni intervista un tale “Mario”, arrestato per essere stato telefonista in un rapimento finito male sul finire degli anni Ottanta. C’entra qualcosa con il caso Orlandi? Noi l’abbiamo trovato e, come noi, potrebbe farlo la Commissione parlamentare d’inchiesta.

Papa Giovanni Paolo sorretto dai suoi collaboratori qualche istante dopo l’attentato. 13 maggio 1981, piazza San Pietro, Roma.
Nel frammentato arcipelago del terrorismo rosso e nero presente in Italia negli anni di piombo, c’è stato spazio anche per un’organizzazione guerrigliera armena nazionalista e marxista, l’ASALA.
Da poco è uscito un libro che ha suscitato molto scalpore in tutta Europa: “Il Papa deve morire” di Ezio Gavazzeni, edito da PaperFIRST.
Né rossi, né neri, ma armeni!
Il libro propone una tesi sconvolgente e mai considerata prima riguardo l’attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981: dietro agli spari del terrorista turco Ali Agca ci sarebbe stato l’ASALA, un gruppo terroristico armeno di stampo marxista-leninista, fondato a Beirut nel 1975. Sul perché la tesi non sia mai stata considerata, ci torneremo, ma intanto facciamoci una domanda: perché dei terroristi armeni avrebbero voluto la morte del Papa?

Bandiera dell’Esercito segreto armeno per la liberazione dell’Armenia (ASALA – Armenian Secret Army for the Liberation of Armenia).
Secondo la tesi di Gavazzeni (tesi supportata da una corposa documentazione allegata in appendice e proveniente dall’Archivio di Stato di Roma), il movente sarebbe da ricercare nella politica della Santa Sede, che dalla metà degli anni ’70, e in collaborazione con il governo italiano e con l’Ambasciata americana, avrebbe favorito il trasferimento di numerose famiglie di profughi provenienti dall’Armenia e dirette negli Stati Uniti, gestendone il transito per Roma e ospitandoli per mesi in sedici strutture convenzionate. I biglietti da Roma agli Stati Uniti sarebbero stati finanziati dall’IRC di Ginevra (International Rescuee Committee).
L’attenzione della Chiesa di Roma alla gestione e all’organizzazione del flusso migratorio armeno avrebbe indispettito fortemente il gruppo eversivo ASALA (Esercito Segreto armeno per la Liberazione dell’Armenia), assolutamente contrario all’espatrio degli armeni sovietici, visto come un drammatico depauperamento delle migliori risorse umane del Paese. Nel libro ci sono diversi documenti del Sisde, dove si fa riferimento a delle minacce al Pontefice da parte dell’ASALA, in un arco di tempo che va dal 1977 al 1983. Ma cos’era l’Asala?
Tra sinistra extraparlamentare e terrorismo: ritratto dell’ASALA
Fondata a Beirut nel 1975 da Hagop Hagopian (pseudonimo di Haurotyan Takoushian), L’ASALA aveva come scopo principale la promozione della causa armena, chiedendo il riconoscimento del Genocidio armeno (la morte di oltre un milione e mezzo di persone avvenute tra il 1914 e il 1916) da parte del governo turco.
Oltre a quello, l’organizzazione chiedeva un risarcimento per le perdite subite dagli armeni durante il Genocidio e la creazione di uno stato armeno indipendente nei territori che ritenevano fossero stati sottratti ingiustamente alla nazione armena.
Il gruppo, attivo tra la metà degli anni ’70 e la metà degli anni ’80, si ispirava a ideologie marxiste-leniniste e terzomondiste, sostenendo la lotta di liberazione dei popoli oppressi e criticando l’imperialismo e il capitalismo.
I turchi, insomma, erano il loro principale obiettivo, in quanto nemici secolari e autori della grande strage, quella che loro chiamavano Medz Yeghern, “Il Grande Male”. L’escalation di violenza degli avanguardisti armeni, aiutati anche dalla rete della diaspora, inizia a Beirut nel 1975 con l’uccisione di un diplomatico turco. Nello stesso anno, a Parigi, l’ambasciatore del governo di Ankara farà la stessa fine.
L’ASALA in Italia
Il 9 giugno 1977, i terroristi armeni arrivano nel cuore dei Parioli, a via Paisiello. Con due revolverate fanno fuori Taha Carim, l’ambasciatore turco presso la Santa Sede. Il clamoroso omicidio mette in subbuglio la comunità armena romana, all’epoca costituita da circa 500 persone.

Articolo dell’epoca sull’attentato all’Ambasciatore turco Taha Carim.
Il rapporto degli armeni con l’Italia è antichissimo: sono presenti dal Medioevo, soprattutto grazie ai rapporti tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Armena (gli armeni si convertirono al Cristianesimo nel 301 d.c., addirittura prima dell’Editto di Costantino, del 313 d.c). L’immigrazione armena in Italia è sostanzialmente passaggera e transitoria fino al 1911, quando a causa della dichiarazione di guerra italiana all’impero Ottomano, gli armeni furono costretti a restare per sempre in Italia, finendo per stabilire una comunità strutturata e organizzata.
In seguito al Genocidio del 1915, giunsero in Italia intere famiglie e centinaia di orfani, che furono affidati a istituti diplomatici e religiosi. Da metà degli anni ‘20, la comunità armena è ormai definitivamente radicata nel tessuto sociale ed economico italiano. A cavallo degli anni ’40 e ’50, poi, arriva una seconda generazione di italo-armeni, spesso nata da matrimoni misti (molti perderanno anche il cognome armeno, prendendo quello del padre italiano).
Questa generazione vive a pieno le contestazioni del ’68, iniziando a vedere la causa e l’appartenenza armena in chiave più politica, meno esistenziale rispetto alla visione dei propri genitori. A metà degli anni ’70, dei ragazzi armeno-romani vicini alla sinistra extraparlamentare, spinti dalla voglia di rafforzare la propria identità, fondano la rubrica “Zeitun”, come supplemento del giornale Lotta Continua. Nel frattempo, gli attacchi nella Capitale si intensificano, specialmente nella zona di Via Veneto, all’epoca sede di tantissime compagnie aeree da tutto il mondo.
Il 9 dicembre del 1979 a Via Bissolati esplodono due bombe a dieci minuti di distanza l’una dall’altra, distruggendo completamente la sede della compagnia aerea israeliana “El Al” e quella della British Airways, e ferendo gravemente due persone.

Articolo dell’epoca de Il Mesaggero.
Altre due esplosioni, stavolta senza feriti, avvengono alla vigilia di Natale del 1979, sempre a via Veneto e a via Barberini, oltre allo scoppio apparentemente inspiegabile di un ordigno in uno stabile in zona Termini (secondo il libro di Gavazzeni i terroristi colpiscono volutamente la pensione Dina, struttura preposta al transito dei profughi verso gli USA).
L’attentato più grave nella Capitale da parte dei guerriglieri armeni avviene però l’11 marzo 1980: a piazza Esedra nel tardo pomeriggio una fortissima esplosione davanti alle vetrine di un’agenzia di viaggi turca causa la morte di due passanti e il ferimento di altri tredici persone.
Chi è Mario e cosa c’entra con il caso Orlandi
Nel già citato libro di Gavazzeni “Il Papa deve morire”, si fa riferimento a un armeno-italiano, membro di una cellula romana dell’Asala. L’anonimo, chiamato con il nome “Mario”, avrebbe avuto compiti di logistica, e sarebbe stato uno dei fondatori del collettivo giovanile della sinistra parlamentare “Zeitun”. Alcuni membri di Zeitun, concentrati principalmente al riconoscimento internazionale del Genocidio armeno, non erano d’accordo con la lotta armata: per questo “Mario” (anche se fermamente contrario alle bombe e allo stragismo) si sarebbe trovato ad operare di nascosto con l’Asala dal 1979, viaggiando in Europa e arrivando persino a collaborare con Gheddafi, ricevendo il suo sostegno.
“Mario” ha diversi compiti: prova a convincere gli esuli armeni in transito a Roma a non partire per gli Usa, in linea con le richieste dell’ASALA. Odia naturalmente i turchi, scheda quelli che abitano a Roma, e – di rimando – è seguito dai servizi segreti di Ankara. A Parigi fonda l’ASALA-MR (il Movimento Rivoluzionario, ala movimentista dell’Asala) con l’eroe nazionale armeno Monte “Avo” Melkonian, un americano figlio di armeni, partigiano e rivoluzionario che guiderà le forze armate nel Nagorno Karabakh, e qui morirà in battaglia nel 1993, ucciso dagli azeri.
La figura mitologica di Melkonian si incrocerà più volte con Roma: oltre a delle sue azioni nella Capitale, si vocifera addirittura di una sua collaborazione con le Brigate Rosse.
Tornando a “Mario”, per finanziare la causa, e per aiutare i ricercati dall’Interpol a espatriare, compie varie rapine o “espropri proletari”, non ricevendo supporto finanziario dalla rete armena. Sarà arrestato nel 1991 nel quartiere romano di Monteverde, ospite delle Suore Armene dell’Immacolata Concezione.
Noi di DarkSide – Storia Segreta d’Italia, come già fatto per il “postino” del Caso Orlandi, partendo dalle informazioni contenute nel libro di Gavazzeni, e dopo alcuni approfondimenti su fonti aperte disponibili nel web, siamo riusciti a scoprire qualcosa in più del fantomatico membro romano dell’ASALA: dietro alla sua identità si cela G. K. (o G., la trascrizione armena può cambiare a seconda del dialetto occidentale o orientale), nato a Bengasi sul finire degli anni ‘50.
G. K. nel corso degli anni ’80 oltre alle rapine sarà coinvolto come telefonista nel sequestro di Mirella Silocchi, moglie di un industriale parmense, rapita nel 1989 da una banda composta da uno strano milieu di anarchici e banditi dell’Anonima sequestri sarda, e mai tornata a casa, presumibilmente morta di stenti dopo pochi mesi di brutale prigionia.
Sempre in seno alla stessa banda, di cui faceva parte anche una primula rossa del terrorismo anarchico come Rose Ann Scrocco (arrestata per il rapimento Silocchi solo nel 2017), “Mario” partecipa anche all’attentato fallito alla Questura di Milano, nel Ferragosto del 1988. Condannato a 30 anni, sconterà il suo debito con la Giustizia e otterrà la laurea in architettura nel carcere di Rebibbia.
Per quale motivo abbiamo cercato – con successo – di individuarlo? Perché nel corso della diretta che sul nostro canale abbiamo realizzato per presentare il libro “Il papa deve morire”, l’autore, Ezio Gavazzeni, ha anticipato che la sua fatica letteraria è finita sotto la lente d’ingrandimento della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla sparizione di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Il motivo, anche se nel libro non è chiaramente esplicitato, è emerso sempre nel corso della diretta: nelle prime fasi del rapimento della Orlandi, infatti, un anonimo telefonista si mise in contatto con la famiglia, qualificandosi come Mario.
Lapsus freudiano o depistaggio?
Ma c’è anche un altro elemento meritevole di attenzione: l’8 luglio 1983 il papà di Emanuela, Ercole Orlandi, risponde al telefono che squilla. Al telefono c’è il presunto rapitore. Gavazzeni riporta nel suo libro il documento del Sisde, il servizio segreto civile, N. 1/2.5098 di prot. – Roma, 10 luglio 1983. Riguardo questa telefonata, gli 007 riportano le loro considerazioni:
L’anonimo commette un lapsus apparentemente “freudiano”: infatti nel fare riferimento a una precedente chiamata telefonica, pronuncia la parola che suona come “ASALA”, invece di “ANSA”. È evidente che tale “errore” si presta a una duplice interpretazione: potrebbe infatti rivelare – inconsciamente – l’appartenenza del telefonista all’area del nazionalismo armeno, oppure potrebbe essere stato consciamente compiuto al fine di dirottare gli inquirenti su una falsa pista.
Dunque, giusto per chiarire, il “Mario” armeno intervistato da Gavazzeni, almeno allo stato attuale, non è collegato al rapimento Orlandi. Tuttavia potrebbe risultare interessante, per la Commissione parlamentare, farci due chiacchiere per fugare ogni possibile dubbio.
Tanti, troppi dubbi
E ora veniamo alle nostre considerazioni. Ricordate? All’inizio dell’articolo ci siamo chiesti per quale motivo la tesi del coinvolgimento armeno nell’attentato al papa non sia mai emersa prima. Ebbene, non abbiamo una risposta, ma ci facciamo alcune domande, le stesse che abbiamo posto in diretta al nostro ospite (che più o meno si fa le stesse domande a sua volta): è davvero possibile che nel corso della sua attività istruttoria il giudice Ilario Martella, che sull’attentato al papa, oltre ad aver scritto un libro, ha lavorato per moltissimi anni, non sia mai incappato nemmeno per sbaglio nelle carte rinvenute da Gavazzeni all’Archivio centrale?
Martella, che noi abbiamo intervistato, viene ricordato come il “padre” della cosiddetta “pista bulgara” nell’attentato a Giovanni Paolo II, quella pista che vedeva il coinvolgimento dei servizi segreti bulgari e della Germania Est – la famigerata STASI – non solo nell’agguato al pontefice, ma anche dietro i rapimenti di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, funzionali, secondo la teoria di Martella, a sviare l’attenzione pubblica e degli inquirenti dal coinvolgimento del blocco sovietico nella tentata uccisione di Giovanni Paolo II.
Considerando che l’Armenia rientrava a pieno titolo nel blocco sovietico, non possiamo pensare che Martella abbia escluso il possibile coinvolgimento di elementi dell’ASALA per salvaguardare la sua ricostruzione dei fatti. Al contrario, la presenza di terroristi armeni, secondo il nostro parere, non avrebbe fatto che rinforzare il suo convincimento che dietro questi fatti (attentato al papa e rapimento delle due ragazze) si celasse un’organizzazione capillare, frutto dell’operato di servizi d’intelligence stranieri e ostili.
E allora cosa dobbiamo pensare? Che probabilmente sono i stati i collaboratori di Martella, gli ufficiali di polizia giudiziaria che lo affiancarono all’epoca, a omettere (se volutamente o meno non possiamo saperlo) il corpus documentale che riguardava gli armeni. E se così fosse, perché lo hanno fatto? È stato lo stesso Ilario Martella che, intervistato da Gavazzeni, afferma di non aver mai ricevuto informazioni in merito all’attività dell’ASALA né dagli allora vertici dei servizi segreti (che ben conosceva), ne dall’allora ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro che, secondo le carte trovate da Gavazzeni, firmò l’accordo, frutto di una lunga trattativa, con l’ASALA per l’interruzione degli attentati in Italia. Comunque la si voglia intendere, tutto molto strano. Troppo, a dire il vero.
Quale potrebbe essere un’altra chiave di lettura per interpretare questo corpus documentale così attentamente studiato dall’autore del libro? A darcela, forse, è proprio il suo “Mario”, quel G.K. rintracciabile sui social network proprio grazie alle informazioni che lui stesso rilascia nell’intervista e che, a un certo punto della chiacchierata con Gavazzeni, che gli parla di un’informativa del SISDE dove si parla di un incontro tra Agca e un rappresentante del terrorismo armeno, afferma: “No, no… questi sono tutti depistaggi dei servizi segreti turchi. Ti spiego una cosa, io ho fatto vent’anni di galera in Italia… cercavano di addebitare agli armeni una cosa che era turca, perché il papa aveva cominciato a parlare del Genocidio armeno e c’erano un po’ di informazioni “strane” in giro… il discorso dell’Est Europa, i Lupo Grigi…”.
Ora, non sappiamo se “Mario” abbia ragione, se dietro la diffusione di notizie riguardanti la pista armena vi fossero i servizi segreti turchi. Ma su una cosa siamo d’accordo con lui: c’erano – e ci sono – un po’ di informazioni strane in giro. E questi documenti non sono che la ciliegina sulla torta. E forse è proprio su una semplice domanda che bisogna lavorare per capirne la natura: per quale motivo sono usciti fuori solamente a distanza di tanto tempo? Per quale motivo Ilario Martella non ne ha mai saputo nulla?





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